• elpidiopezzella

La vigna del Signore


Nel libro di Isaia (5:1-7) un cantico descrive la vigna del Signore, con un parallelismo descrittivo richiamante il popolo d’Israele e che oggi potrebbe rappresentare il popolo spirituale di Dio. Il testo narra dell’amore che Dio ha non solo collettivamente per il Suo popolo, ma per ogni persona senza alcuna distinzione. Egli dà a tutti egual valore, a prescindere dalla carica o dal compito svolto. Infatti, Gesù ha versato il Suo sangue indistintamente per tutti. Un racconto dei padri del deserto dice che se un nostro fratello sta toccando il cielo con le mani bisogna afferrarlo per i piedi e riportarlo sulla terra, suggerendo che dobbiamo camminare tutti fianco a fianco.

Nel canto sono elencate tre attività rappresentative dell’opera che Egli compie in ognuno: ha posto una siepe, ha tolto le pietre, vi ha poi piantato delle viti di ottima qualità.

La prima cosa che realizza, dopo aver conquistato il nostro cuore, è costruire un muro di protezione per evitare intrusioni e indicare che è di Sua proprietà. I muri che Dio costruisce ci ricordano che Gli apparteniamo, e che coloro che tentano di scavalcarli lo fanno per rubare, rovinare e danneggiare tutto ciò che di buono il Signore vuole compiere.

Dopo aver costruito il muro, il Signore inizia a togliere le pietre. La Sua parola, infatti, non può attecchire in noi se il nostro terreno è coperto da massi. Con le pietre il seme rimane in superficie e non riesce a mettere radici. Per vedere la Sua opera prosperare in noi, è necessario che Egli tolga le pietre, che non sono altro che i pesi che ci portiamo dietro: ricordi del passato e di amarezze pesanti come macigni Gesù ci invita a prendere il Suo giogo che è leggero (Matteo 11:29). Alcune cicatrici sono come grosse rocce che devono essere necessariamente rimosse, altrimenti l’opera di Dio non può iniziare. Un suggerimento per chi fa cura di anime: non si può seminare dove vi sono pietre; occorre portarle prima fuori dal campo o quanto meno usarle per accrescere il muro di protezione.

Solo dopo un lavoro di preparazione del terreno, il Signore pianta viti di ottima qualità, perché quel che Lui fa è sempre buono. Il canto prosegue con le aspettative di ottenere una buona raccolta. Stranamente accade che l’opera delle Sue stesse mani non ha dato un buon esito: il frutto è un’uva selvatica. Tale risultato non trova una spiegazione logica. Una probabile interpretazione potrebbe essere ricercata nella incapacità ad ammettere i nostri errori, con la tendenza a riversarli su Dio. Egli però, nella Sua bontà, è lì a chiederci il perché di un tale frutto. Siamo chiamati a interrogarci: Cosa dovevo o potevo fare in più?

Siamo, allora, chiamati a ripercorrere la strada che ci ha condotti fin lì, aggiungendo al percorso ciò che è sfuggito, ripetendo l’operazione tutte le volte necessarie per raggiungere l’obiettivo. In soccorso giunge la parabola di Luca 13:6-9, in cui il vignaiolo chiede al padrone della vigna di dargli un altro anno per prestare ulteriore cura al fico che doveva essere abbattuto. Probabilmente il vignaiolo, nel momento in cui il padrone chiede che la pianta venga tagliata, avrà avvertito un senso di colpa, per ciò che poteva fare e non ha fatto. Risalta allora come con il Signore sia possibile temporeggiare. Lo fece anche Abramo, quando negoziava sulla distruzione di Sodoma e Gomorra, tentando di dissuadere il Signore dal farlo. Se Dio ci invita a discutere con Lui (Isaia 1:18), non dobbiamo temere di chiedere tempo, anche se il nostro frutto dovesse essere uva selvatica.

L’uva selvatica non è adatta a fare il vino, ma questo non vuol dire che sia da buttare. Il desiderio di Dio è che la nostra uva produca vino. Nell’ultima cena il vino rappresenta il sangue di Gesù. L’uva dalla quale si può produrre vino è quella stessa che è pronta a dare la propria vita agli altri, a morire per la vigna del Signore. Coloro, che sono stati piantati e curati dal Signore, hanno la Sua vita, e non la custodiranno per sé, ma saranno pronti a darla per Dio. Nessuno di noi, nemmeno la chiesa sarà la vigna perfetta. Gesù ha proclamato sé stesso la vite da cui viene ottimo vino al cospetto del Padre. Il vino che Dio vuole dalla Sua vigna siamo noi, quel raccolto che al cospetto del Padre sarà la gloria del Figlio, poiché noi siamo l’uva prodotta dalla morte di Gesù, quel seme che si è immolato per noi. È da Lui, la vite cui siamo collegati, che porteremo frutto per la Sua gloria. Non è possibile pensare che siamo vigne indipendenti, perché il rischio è di diventare selvatici. Se dovesse accadere, questo canto ci pone innanzi una triste prospettiva, descrivendo come la vigna si riduca a deserto. Dio è capace, però, di tracciare una via nel deserto e di trasformarlo in un giardino. Forse la cosa più difficile è aspettare come fa il contadino, quando dopo la semina, si pone in fiduciosa attesa per il raccolto.

Meditazioni audio sul tema: La vigna del Signore (Isaia 5:1-7)

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