• elpidiopezzella

Settimana 13/2016 - Il sentiero della sofferenza


«Il mio soffio vitale si spegne, i miei giorni si estinguono, il sepolcro m'aspetta!»

Giobbe 17:1

Resta ancora difficile parlare di sofferenza, quando poi tutti siamo costretti a confrontarci con la malattia e la morte, che sono parte del nostro vivere. I progressi della medicina nella ricerca e nelle cure ci hanno in parte convinti che siamo "immortali", e che a tutto c’è rimedio. Quando poi ci ritroviamo a fare i conti con la realtà quotidiana le cose vanno diversamente. La fede, a volte, un po' accentuata nel Dio che ci guarisce non ci rende preparati a fare i conti con la sofferenza, spesso erroneamente vista come una "maledizione". Eppure la Scrittura ci mette di fronte non solo al morire, ma presenta anche la sofferenza come un sentiero da percorrere nella certezza che Dio è con noi. “Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Salmo 23:4). Lo stesso Gesù non ha evitato il soffrire, anzi il suo ministero si conclude con il “calice amaro” bevuto per noi. Egli è uomo di dolori, familiare con la sofferenza (Isaia 53:3). Infatti, è attraverso le sue lividure che abbiamo ricevuto guarigione, è attraverso la sua morte che abbiamo avuto vita. In questo abbiamo ricevuto la nostra Pasqua, l’Agnello offerto una volta per sempre per la nostra redenzione eterna, “perché questo Egli ha fatto una volta per sempre, quando ha offerto Se stesso” (Ebrei 7:27).

Cristo in me speranza di gloria

In occasione della Giornata Internazionale contro il Razzismo (21 marzo) mi piace ricordare la storia di William Wilberforce, giovanissimo Deputato del Parlamento inglese animato nella fede cristiana da Dio. Lo era a tal punto che dopo la sua elezione visse una crisi esistenziale, dubitando di poter rimanere credente in ambito politico. Il suo amico Isaac Milner durante un viaggio trasferì a William il significato dell’essere nati di nuovo e cosa volesse dire “Cristo in me speranza di gloria”. L’Inghilterra di allora basava la sua ricchezza sulle colonie, dove uomini di colore venivano costretti a lavorare in schiavitù. John Newton, figlio di un mercante di schiavi, aveva speso la sua giovinezza sulle navi mercantili, fin quando conobbe l’Evangelo e capì che quel traffico umiliava il Salvatore, poiché ogni essere umano deve poter vedere Cristo nel proprio simile e trattarlo come sé stesso: scese dalle navi e divenne un pastore anglicano. Quando conobbe William gli fece da mentore, incoraggiandolo a proseguire il percorso politico per abolire la schiavitù. Wilberforce pregava prima di andare in Parlamento: aveva a cuore di rendere un servizio per la nazione. Egli combatté non solo per l’abolizione della tratta (che avvenne nel 1807), ma anche contro l’assoggettamento di questi uomini ai loro padroni. Combatté una battaglia che durò ventisei anni e che portò, nel 1833, alla promulgazione di una legge contro la schiavitù valevole per tutto il regno. Tre giorni dopo William morì, come a dirci che quella battaglia aveva visto la vittoria, quel seme poteva morire perché la gloria di Dio si era manifestata.

Lettura della Bibbia

21 marzo 1 Samuele 14-16; Ebrei 13; Giacomo 1

22 marzo 1 Samuele 17-19; Giacomo 2-3

23 marzo 1 Samuele 20-22; Giacomo 4-5

24 marzo 1 Samuele 23-25; 1 Pietro 1-2

25 marzo 1 Samuele 26-28; 1 Pietro 3-4

26 marzo 1 Samuele 29-31; 1 Pietro 5; 2 Pietro 1

27 marzo 2 Samuele 1-3; 2 Pietro 2-3

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