• Antonio Boccolino

Tra il dire e il fare. La definizione socratica di “peccato” in Kierkegaard


La fede in una determinata credenza come l’accoglienza di uno specifico sapere si dovrebbe tramutare in azioni (etica) coerenti con i propri dettati sacri. L’uomo si trova continuamente a dover scegliere tra «il bene e il male» (Deuteronomio 30:11-15) e davanti a questo bivio si presenta la consapevolezza che ogni atto morale è condizionato dall’imperfezione e dall’ambiguità dell’azione morale in sé. Questa consapevolezza genera interrogativi come: cos’è il bene? Partendo da qui sarebbe possibile rilevare un’infinità di risposte, ma non si può prescindere da colui che è stato considerato il padre fondatore dell’etica, Socrate.

Alla base del pensiero dei primi filosofi del periodo presocratico, i cosiddetti physikói, vi è una chiara istanza «teologica». Essi non volevano solo “spiegare” la natura ma “comprenderla” a partire dalla causa ultima di tipo divino. Con i sofisti avviene una svolta antropologica, la riflessione è incentrata sulle relative usanze religiose, etiche e politiche concentrando l’attenzione prevalentemente sulla vita della città. Con Socrate la riflessione iniziata dai sofisti, sul pensiero e la volontà propri dell'uomo, viene spinta ancora più in profondità arrivando a concepire un rapporto con la divinità «che si rivolge all'uomo dall’interno e lo chiama in causa» (Emerich Coreth). Nell’Alcibiade I, ad esempio, Socrate fa notare ad Alcibiade che per fare il bene è necessario fare il bene di sé stessi, rendendosi migliori e realizzando la propria perfezione. Ma per rendersi migliori, bisogna «guardare il divino che è in ognuno di noi» (Giovanni Reale) come comanda la famosa massima religiosa iscritta sul tempio di Apollo a Delfi: «conosci te stesso». Ora per Socrate la perfezione (la virtù) si riduce e si raggiunge mediante il "sapere", la "conoscenza del bene". La conseguenza di questa dottrina è che, chi conosce il bene, automaticamente agisce bene, mentre chi agisce male lo fa solo perché non conosce il bene. Nessuno fa il male volontariamente. Come tutta la filosofia socratica impostata sulla mancanza di conoscenza anche il peccato è ignoranza.

Il teologo e filosofo danese Sören Kierkegaard nel suo La malattia mortale non oltrepassò tale istanza, ma attraverso la visione socratica di peccato mise in evidenza il punto di vista cristiano. Condizionato dalla visione negativa dell’uomo sottolineò che nella realtà questo piccolo passaggio dall’aver compreso al fare non avviene sempre «veloce come il vento». Rivolgendosi, in maniera particolare, alla Chiesa corrotta - quella che con la stessa bocca «benedice e maledice» (Giacomo 3:10), che presume di sapere dell’amore e misericordia di Dio ma con la propria condotta dimostra tutt'altro (Giacomo 3:13) - afferma che il problema principale riguarda la "coerenza": «C’è da ridere e da piangere quando si vede che tutto quel sapere e comprendere non ha nessuna influenza sulla vita degli uomini, la quale non esprime nemmeno da lontano ciò che essi hanno compreso, ma piuttosto il contrario». Usando le parole di Kierkegaard, «è infinitamente comico che uno comprenda tutta la verità, comprenda come è meschino e gretto il mondo ... e poi ... quasi nello stesso momento egli va a farsi compagno della stessa meschinità e grettezza; da essa si lascia onorare ... allora dico spesso a me stesso e fra me stesso: Socrate, Socrate, Socrate, è possibile che quest’uomo abbia compreso quando dice di aver compreso?» (La malattia mortale, pp. 105-115).

Le parole di Kierkegaard chiamano la Chiesa alla "coerenza" al messaggio evangelico. Oggi forse più che mai, la Chiesa al di là delle confessioni è tenuta ad essere coerente al messaggio evangelico e far splendere la propria testimonianza come luce capace di plasmare il mondo. Yahvè, il Signore, «vuole sincerità e coerenza» (Proverbi 12:22). Alla Chiesa è vietato chiudersi nella stessa sterile religiosità che Gesù ha condannato. Deve essere diversa ma non separata dal mondo, poiché amare il mondo e dar la vita per esso è il più alto atto di emulazione che un uomo possa fare del divino (Giovanni 3:26). Si potrebbe iniziare col guardare indietro e sentirsi responsabili non solo per quanto di sbagliato la Chiesa ha fatto ma anche per quanto non ha fatto. Sono consapevole che la santificazione si prefigge una meta irraggiungibile poiché, per il cristianesimo, l'umanità ha conosciuto la perfezione solo in Gesù Cristo. Tuttavia, certe parole, come quelle della poesia che segue, scuotono, bruciano e invitano a riconoscere, accettare e affrontare le conseguenze dei comportamenti di chi mi ha preceduto e di chi come me «aspira» - per usare un termine caro a Kierkegaard - ad essere un cristiano.

Noi abbiamo inquinato i cuori ammutolito l’allodola e siamo quelli che fanno il denaro. Abbiamo bruciato i boschi e a valle non scende acqua pulita e siamo quelli che fanno il progresso. Lungo le rotaie volano uccelli a rotta obbligata il nostro corpo è accarezzato da mani metalliche le nostre viscere in fiamma e un lento veleno spegne ogni brama noi siamo quelli che hanno cambiato il volto del mondo Le bianche pietre sudano di nero petrolio per le strade della fame si odono lamenti e lacrime stillate da cuori che mai hanno conosciuto amore. Noi abbiamo letto il vangelo e siamo quelli che se ne fregano. (Antonio Silvestre)

Foto di Svilen Milen, www.freeimages.com

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