• Elpidio Pezzella

Il discorso dell’amaca


Alzare gli occhi al cielo… non è sempre un atto di fede. Infatti, ogni giorno milioni di occhi si levano al cielo per evadere da un momento di noia: a scuola, nelle sale riunioni, nei soggiorni ed anche nelle chiese. È quel che accade quando siamo costretti ad ascoltare qualcuno che non riesce a connettersi con noi. Nonostante le articolate presentazioni in Power-Point, i filmati di supporto o le diapositive di fondo restano sempre poche le lezioni o le conferenze che ognuno di noi ha profondamente impresse nella sua memoria. Non credi? Prova ora ad elencare i discorsi che ti hanno segnato o quanto meno sono rimasti nella scatola del tuo cuore.

All’inizio c’è tutta l’attenzione, vuoi per chi ci parla, vuoi per l’argomento proposto, vuoi perché si vuole afferrare il messaggio, ma il più delle volte si è dondolati da un punto all’altro senza una destinazione certa. Peggy Noonan, autrice di gran parte dei discorsi del presidente Ronald Reagan ha utilizzato l’espressione “discorso dell’amaca” per definire quel “discorso che si appoggia saldamente a un forte albero all’inizio e alla fine, mentre in mezzo c’è questa bella parte soft che ci fa dormire tutti quanti”.

La comunicazione resta un campo dove l’esperienza non sarà mai abbastanza, per questo ciascuno deve quanto meno sforzarsi di diventare il comunicatore che vorrebbe ascoltare, il che non vuol dire diventare un bravo intrattenitore, ma una persona con la quale è piacevole connettersi. Al di là di alcune variabili, condivido alcuni consigli per comunicare in modo più efficace con una persona sola, con cento o con mille.

Responsabilità verso gli ascoltatori.

Non è strano, ma è proprio così: non ci sono cattivi pubblici, ma solo pessimi oratori. La prima responsabilità è conquistare e mantenere viva l’attenzione dell’uditorio, coinvolgendolo. Infatti, se è vero che puoi portare un cavallo all’abbeveratoio, ma non puoi obbligarlo a bere, potrai sempre dargli un po’ di sale e fargli venire sete. Chiediti sempre come puoi catturare l’attenzione, come mantenerla fino alla fine.

La lingua degli ascoltatori.

Per far giungere a destinazione il messaggio, occorre imparare a comunicare nella lingua di chi lo riceve. Non mi riferisco solo al linguaggio, ma al modo di intendere che varia da pubblico a pubblico, e quando si ha di fronte una platea disomogenea occorre cercare di parlare più lingue. Le persone non ricordano ciò che noi riteniamo importante, ma quello che loro ritengono importante. Bisogna incontrare ciascuno nel proprio mondo, il che non vuol dire snaturarsi o fare finta di essere ciò che non si è.

Catturare l’attenzione.

Siamo tutti abituati a fare zapping (girare canale quando non ci interessa quello che viene trasmesso in tv). Se non susciti immediatamente interesse, le persone ti tagliano fuori, girano canale. Qui ciascuno può proporre un proprio approccio, quello che ritiene più congeniale al momento: un commento sull’ambiente, una presentazione personale, una citazione di esordio, ma anche un momento di pausa. Quel che conta è riuscire a trovare il modo di rendere piacevole ascoltarci.

Rendere partecipi.

Non sempre si hanno di fronte persone cariche e attive. Per ragioni di orario delle riunioni settimanali, la gran parte arriva stanca dal lavoro e stressata da un’impegnativa giornata. Non curarsene, e andare imperterriti avanti per la propria strada non sortirà alcun effetto né produrrà benefici ad alcuno. Con un minimo di sensibilità ci accorgeremo di essere da soli, o accompagnati da pochi. Allora occorre renderli partecipi. Come? Ponendo domande sull’argomento, facendoli muovere o interagire tra loro.

Dire la cosa giusta al momento giusto.

L’oratore efficace sa fare anche delle pause senza temere il silenzio. Soprattutto dice cose o sa lasciare una frase, una parola impressa nel cuore e nella mente. Sa essere originale, nel senso di non prevedibile, riuscendo a non essere ripetitivo anche se affronta un argomento già noto o già condiviso: questo innalza il tasso di attenzione di chi ascolta. Anche l’uso dell’umorismo è positivo, perché “il cuore contento è una buona medicina” (Proverbi 17:22), meglio però usare l’autoironia. Corredarsi di una citazione o una statistica d’impatto può essere d’aiuto.

Attrarre sul piano visuale.

In un mondo di immagini, molti usano filmati, presentazioni in PowerPoint o grafici, forse in misura eccessiva da suscitare il risultato contrario. Il primo elemento per comunicare visivamente a nostra disposizione è il nostro volto, il suo movimento e le sue espressioni. Dal nostro viso si percepisce la passione, il nostro coinvolgimento in quello che cerchiamo di trasferire in parole. Sul piano visivo, incoraggiare, e soprattutto alimentare, l’immaginazione di chi ascolta, per rendere il messaggio maggiormente percettibile, può essere proficuo.

Raccontare storie.

Ciò che riesce a rendere “piacevole” l’ascolto risulta essere lo storytelling, ossia raccontare delle storie. Una storia, attinente al tema, ben raccontata può avere un impatto incredibile e aiutare il comunicatore a migliorare la sua connessione con gli ascoltatori. Diventa come guidarli in un viaggio, mentre le storie danno senso alla nostra esperienza.

Non sarà molto difficile tenere conto di queste indicazioni, la cui sintesi, al pari di una regola aurea, può essere “tentare di diventare i comunicatori che vorreste ascoltare”. Personalmente ho constatato che nonostante gli sforzi non riesco a connettermi con tutti, ci sono persone che rimangono indifferenti ai miei discorsi. Ho anche scoperto come, del resto, ciò sia inevitabile, e quindi in parte normale. Mi rasserena sapere che faccio tutto quanto è in mio potere per evitare che quanti mi ascoltano non si addormentino o si annoino, lasciando il locale nello stesso stato di come sono arrivati. Proverò a coinvolgerle sempre più, perché è l’unico modo per donarle qualcosa e aiutarle a migliorare. Solo in questo caso la mia vita sarà in grado di ispirare altri.

Foto di John Evans, www.freeimages.com

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