• Elpidio Pezzella

Ricorda per non dimenticare


Questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte, cercando di agire secondo tutto ciò che vi è scritto, perché allora riuscirai nelle tue imprese, allora prospererai.

Giosuè 1:8

La bocca proferisce ciò che è nel cuore (Matteo 15:18) e di solito purtroppo sono cose malvagie. La stessa bocca però è anche la porta dello stomaco, attraverso la quale nutriamo il nostro corpo. Allora con essa siamo chiamati ad alimentare la nostra parte spirituale, ed è nel nostro cuore che dobbiamo conservare la parola di Dio. Custodirla per non dimenticarla, per far ricorso ad essa quale luce al nostro piede nel momento che il cammino diventa difficile o incontra il buio della notte. L’Antico Testamento e con esso il popolo ebraico sono fonte di continua ispirazione da cui dovremmo trarre stimolo e uscire dall’avviluppamento mediatico che tanto tempo ruba alla lettura e alla meditazione della Scrittura. Per gli ebrei lo studio della Torah è un obbligo fino al giorno della morte per chi è giovane o vecchio, ricco o povero, sano o malato, perché le parole divine non si allontanino dal tuo cuore né di giorno né di notte. Il sabato è dedicato al riposo proprio per “osservare e ricordare”, per volgere l’anima al Creatore e rinascere così spiritualmente. Durante i quaranta giorni che preparano allo Yom Kippur si suona ogni mattina lo shofar proprio per scuotere dal torpore. Il ricordo di Dio è persino inciso nella carne con la circoncisione, simbolo esterno della circoncisione più profonda del cuore. Vorrei che queste mie parole fossero come il suono dello shofar e che lo Spirito ci renda tutti capaci di dedicare il giusto tempo al Libro della legge.

Il popolo di Israele con le sue tradizioni e consuetudini ci ricorda della quotidianità influenzata dal testo biblico. Lo scialle di preghiera, che prende spunto dalle frange poste alle vesti per ricordarsi di tutti i comandamenti (Numeri 15:37-41), è fatto di filo azzurro per evocare il mare, il mare il cielo, il cielo il trono divino; i quattro fili bianchi sono attorcigliati 39 volte, corrispondente al valore numerico di Yhwh Echad, “il Signore è uno”. La cinghia della tefillà, l’astuccio di cuoio che si fissa sulla fronte e sul braccio nella preghiera, si arrotola sul dito medio come un anello matrimoniale per ricordare il legame tra lo sposo e la sposa (Osea 2:21-22). Uscendo e entrando in casa, l’ebreo passa la mano sull’astuccio posto sullo stipite destro della porta, il che ci fa ricordare le parole dello Shemà (Deuteronomio 6:4-9, 13-21). Quanto è sublime l’ascolto del Signore. Anche se la preghiera è come “il forcone” che rivolta il fieno, ossia capace di ribaltare le disposizioni di Dio dal rigore alla misericordia, il credente non prega tanto per ottenere. Infatti, la preghiera ideale è quella mai esaudita di Mosè all’ingresso della Terra promessa. Allora potremmo affermare che si prega per ricordare e diventare sempre più sensibili alla presenza di Dio e all’ascolto della sua Parola.

Purtroppo il rischio costante, oltre la distrazione, è quello di diventare smemorati, e non solo relativamente alla fede. La cronaca dei nostri giorni testimonia atti smemorati nei confronti del popolo ebreo vittima della follia nazista, di cui tutti dovremmo essere preoccupati ma anche denunciatori. Lo scrittore agli Ebrei ci esorta a tenere “gli occhi su Gesù, autore e compitore della nostra fede” (12:2) per non smarrire la vocazione, lo zelo iniziale e ritrovarci assopiti al pari delle vergini disavvedute. Avere in mente il ricordo degli eroi della fede del passato, ma anche di chi ci ha preceduto più da vicino nella fede può certamente alimentarne il fuoco. Paolo esortava: “Siate miei imitatori…” In Timoteo, suo diretto discepolo, era vivo l’esempio della mamma e della nonna la cui fede lo aveva condotto a Cristo. Dio ci aiuti a tenere viva la melodia del Vangelo nella nostra vita, perché se la sua musica smette di essere eseguita si trasforma in una bella partitura del passato, ma che non saprà più rompere le monotonie asfissianti che impediscono di animare la speranza, rendendo così sterili tutti i nostri sforzi. Se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione.

Devotional 9/2020

Piano di lettura settimanale della Bibbia

24 febbraio Numeri 7-8; Marco 4:21-41

25 febbraio Numeri 9-11; Marco 5:1-20

26 febbraio Numeri 12-14; Marco 5:21-43

27 febbraio Numeri 15-16; Marco 6:1-29

28 febbraio Numeri 17-19; Marco 6:30-56

29 febbraio Numeri 20-22; Marco 7:1-13

01 marzo Numeri 23-25; Marco 7:14-37

Perché Carnevale?

All’epoca dei faraoni, in alcune situazioni il popolo, mascherato, intonando inni e lodi, accompagnava una sfilata di buoi che venivano sacrificati in onore del dio Nilo. In ordine cronologico, prima dei Romani troviamo i Greci, i quali avevano tra le tante divinità il dio del vino Dionisio al quale era dedicato un particolare culto. Il Dionisio greco, nel mondo romano, divenne il dio Bacco, e la festa fu ripresa nei Baccanali e Saturnali. Col tempo un certo cristianesimo ha cercato di cambiare abito alla festa. Quando la chiesa vuole “rivestire” pratiche corrotte e pagane cade nel compromesso, mischiando luce e tenebre in un miscuglio di confusione senza verità e libertà. Preferibile allora predicare la verità, senza nulla imporre. Se uno festeggia il Carnevale si domandi cosa c’è di cristiano.

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Foto di Julia Freeman-Woolpert, https://freeimages.com

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