• Elpidio Pezzella

Timore e disagi


… rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.

Luca 10:20

In questo tempo, nuovo e straordinario per tutti, siamo chiamati a un radicale cambiamento delle abitudini. La chiesa stessa sta fronteggiando una nuova sfida per comunicare il Vangelo e alimentare la fede dei credenti, impediti (per le note ragioni dell’emergenza covid-19) nella condivisione e comunione, caratteristiche della fraternità cristiana. Mai come ora siamo grati ai creatori dei social e delle piattaforme video. Quelli che li avevano sempre demonizzati ora li reputano manna dal cielo. Controsensi del giudicare approssimativamente. Stiamo tutti fronteggiando a livelli diversi timore e disagi che hanno reso questo mese di marzo indimenticabile: una vera quaresima per gli amici cattolici. Se è grande lo sforzo sanitario, chi ha il bastone spirituale deve tenderlo sulle acque affinché si aprono e la fede resti viva. Seppur penitenti e imploranti l’intervento divino, com’è giusto che sia, non copriremo la nostra testa di cenere né vestiremo di sacchi, perché siamo consapevoli che il nostro nome è scritto nei cieli, dove Colui che tutto governa ha potestà sulla nostra vita. Questa immensa verità che Gesù comunica al gruppo dei settanta proietta la nostra esistenza nella sua eternità e ci aiuta a comprendere le parole di Paolo ai Romani: “tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno” (8:28). Forse sarà difficile attendere, eppure il cristiano è colui che attende il Cristo. L’attesa del Signore porta a disciplinare il proprio desiderio egoistico, a passare dagli atteggiamenti consumistici che hanno svuotato la nostra società a uno di condivisione e di comunione. «L’amore è paziente» (1Corinti 13:4). Potremmo sentire echeggiare nell’aria la voce di Dio: “Aspetta i miei tempi, rispetta i miei modi”. Il nostro vivere dovrebbe risentire di tutto ciò.

Forse è il momento di riscoprire il senso della propria esistenza o quanto meno di domandarci a suo riguardo, partendo dalla nostra realtà più intima ed essenziale. Viktor Frankl (1905-1997), psicologo di famiglia ebrea, prigioniero in un campo di concentramento, afferma che in ogni circostanza, anche nelle più dolorose, esiste un senso della vita. “Preoccuparsi di dare un senso all’esistenza è una realtà primaria, è la caratteristica più originale dell’essere umano”. Tutto quanto è superfluo contraddice l’essenza della vita. Infatti la grazia salvifica di Dio “ci insegna a rinunciare all'empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo” (Tito 2:13). Il cristiano sta imparando a vivere in proiezione dell’eternità, e nessuno più di lui può ritenere vere le parole di Frankl: “Una vita ha sempre senso, anche nella sofferenza e davanti alla morte”. Dove non riesce il miglior pedagogo ci pensa la vita stessa con le sue “improvvisazioni” a cambiarci profondamente o a mutare i nostri comportamenti. Come credente preferisco lasciarmi modellare dalle mani sapienti del vasaio, lasciarmi fiducioso ruotare sul Suo tornio, piuttosto che essere sballottato dagli eventi esterni. Ai settanta, ma ancor pochi, discepoli inviati nella grande messe a fare quanto necessario fu comandato di “non portare né borsa, né sacca, né calzari, e non salutare nessuno per via”, e a tener bene in mente la loro missione: «guarite i malati che ci saranno e dite loro: "Il regno di Dio si è avvicinato a voi"» (Luca 10:9). Personalmente voglio ricordarmi del compito che il Signore mi ha affidato: portare la luce del Vangelo al prossimo, ad ogni casa dove mi sarà aperta la porta, e desidero farlo con amore, responsabilità ed intenzionalità in parole ed opere. Questa emergenza possa contribuire ad intensificare la nostra chiamata in modo costantemente rinnovato, innovativo e fedele. Agli stessi discepoli il Signore ricordò: “nulla potrà farvi del male” (Luca 10:19b).

Devotional 12/2020

Piano di lettura settimanale della Bibbia

16 marzo Deuteronomio 30-31; Marco 15:1-25

17 marzo Deuteronomio 32-34; Marco 15:26-47

18 marzo Giosuè 1-3; Marco 16

19 marzo Giosuè 4-6; Luca 1:1-20

20 marzo Giosuè 7-9; Luca 1:21-38

21 marzo Giosuè 10-12; Luca 1:39-56

22 marzo Giosuè 13-15; Luca 1:57-80

La festa del papà

Il 17 marzo nell’Impero Romano si celebravano le Baccanali, feste in onore del dio Bacco. Inizialmente celebrate dalle donne, senza la presenza di uomini, duravano tre giorni. Fu la sacerdotessa Paculla Minia Campana che introdusse la presenza degli uomini, portò le cerimonie di notte e i giorni a cinque, rendendola una festa immorale. La chiesa cercò di porre rimedio a questi costumi con un richiamo ad una festa dedicata a Giuseppe, padre terreno di Gesù. Ai nostri giorni, l’usanza di dedicare una giornata alla celebrazione dell’amore paterno proviene dagli Stati Uniti. La prima volta della festa sembra essere stata il 5 luglio 1908 a Fairmont in West Virginia, presso la chiesa metodista locale. Altri la collegano alla signora Sonora Smart Dodd, che ispirata dal sermone ascoltato in chiesa in occasione della festa della mamma, decise di organizzare una festa in onore di suo padre, veterano della guerra di secessione americana, in occasione del suo compleanno, il 19 giugno del 1910. Da allora la festa del papà si è diffusa in tutto il mondo, anche se il giorno della sua celebrazione varia: molti paesi hanno mantenuto la terza domenica di giugno, mentre nei paesi di tradizione cattolica viene fatta coincidere con il 19 marzo, giorno di san Giuseppe.

Foto di Irum Shahid, https://freeimages.com

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