Vuoi essere il primo?

06.03.2014

Il testo di Marco 9:30-37 narra di Gesù e i dodici in procinto di attraversare la Galilea, quando il Maestro rivela loro ciò che sarebbe di lì a poco accaduto. Quegli uomini non comprendono ciò che il Cristo vuole loro dire e, nello stesso tempo, temono di chiedere spiegazioni. Con il senno del poi, a noi viene semplice comprendere il significato del Suo discorso e che stesse alludendo alla Sua morte e resurrezione. Noi siamo avvantaggiati dal conoscere il dopo attraverso le pagine del Nuovo Testamento.

 

Come ai discepoli, anche a noi può accadere che per nascondere la nostra ignoranza ed evitare di fare brutte figure non chiediamo spiegazioni. Se, però, restiamo in questa condizione non potremo poi mettere in pratica la parola udita. Al contrario la Scrittura ci esorta proprio a meditare la parola ed a comprenderla: «Questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditala giorno e notte» (Giosuè 1:8). La loro non conoscenza e la mancanza di comprensione porta i dodici a fare, durante il tragitto verso casa, vane discussioni su chi sarebbe il maggiore quando il Maestro non ci sarà più.

 

Quando non facciamo della parola il centro della nostra vita si cade in atteggiamenti che sono vane dispute e che nulla hanno in comune con la predicazione del vangelo. I discepoli seguono Gesù, eppure hanno una mente dominata dal modo di vivere del tempo, idee di supremazia e di superiorità. Ciò che viviamo fuori dalla chiesa e dalla parola di Dio spesso condiziona la nostra fede stravolgendo l’insegnamento di Gesù. Egli ci ha lasciato un esempio, quello narrato, nel preambolo del vangelo di Giovanni, dove è scritto che Egli lasciò la gloria del Padre, da parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, in mezzo ad un popolo che non lo ha riconosciuto. L’evangelo è all’opposto di tutto quello che il mondo pensa. Tutti vorrebbero fare le scale a salire, Gesù ci insegna che dobbiamo farle a scendere.

 

Una volta giunti a destinazione, Gesù chiede ai dodici di cosa hanno discusso lungo il tragitto, ma questi tacciono e non forniscono alcuna spiegazione. Nonostante un inspiegato silenzio, il Cristo non li aggredisce, né pretende spiegazioni: si mette a sedere. Tale gesto è sinonimo dell’essenza di Gesù, della Sua mansuetudine. Mai il Maestro durante la Sua vita terrena ha mostrato atteggiamenti di violenza; al contrario, ha lasciato l’esempio a coloro che vogliono servirLo, quello di essere mansueti. Postosi a sedere chiama a sé un fanciullo e dice loro: «Chiunque riceve uno di questi bambini nel mio nome riceve me, e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato» (Marco 9:37).

 

Ciò che Gesù fa stravolge gli schemi del tempo. Secondo la cultura ebraica, i bambini erano considerati inferiori, alla stregua degli orfani e delle vedove. Il Suo discorso ha come obiettivo il servizio, e nel servire esorta a dirigersi verso coloro che non sono dagli altri presi in considerazione. È lo stesso che Gesù aveva fatto con i discepoli quando li aveva scelti non considerando che fossero dei pescatori o dei pubblicani. Egli non ci rinfaccia ciò che compie nella nostra vita, ma ci invita a guardare quel prossimo che è incarnazione e manifestazione sua.

 

Nel testo vi è anche un gioco di parole: il termine aramaico “bambino” corrisponde alla parola “servo”, come per dire di guardare al bambino come al servo. Questa era la cultura degli ebrei, ossia che il bambino è servo dei genitori e deve stare al loro servizio. Ciò che Gesù dice ai suoi interlocutori è che se si vuole essere servo bisogna essere come bambini, ovvero non ci si deve aspettare applausi o la gloria, ma si deve esser pronti a mettere ogni cosa da parte. Chi vuole essere il primo sia ultimo di tutti gli ultimi ed il servo di tutti.

 

Anche l’apostolo Paolo esorterà gli anziani a non signoreggiare sul gregge affidatogli. Chiunque vuole servire il Signore deve servire l’altro, così come Gesù ha servito noi: «Abbiate in voi lo stesso sentimento che già è stato in Cristo Gesù, il quale, essendo in forma di Dio, non considerò rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e trovato nell’esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte ed alla morte di croce» (Filippesi 2:5-8).

 

Chi vuole porsi al Suo servizio deve avere la Sua medesima capacità, umiliare sé stesso. Questo non significa però farsi umiliare da tutti, né rinnegare i propri diritti, bensì, per il bene degli altri, aver la forza di rinunciare a sé stessi. L’unico premio cui dovremmo interessarci è nel regno dei cieli. Di Colui che ci ha lasciati l’esempio, l’apostolo Paolo scrive: «Perciò anche Dio lo ha sovranamente innalzato e gli dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, affinchè nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature celesti terrestri e sotterranee e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre» (Filippesi 2:9-11).

 

La mia esortazione è di non restare ignoranti circa la conoscenza di Dio e della Sua parola, ma di avere l’umiltà di chiedere a Dio la sapienza, nonché a chi è stato preposto nel ministero, affinché non si rimanga in una sterile ed errata presunzione. Serviamo il Signore con umiltà e senza ricercare la gloria personale, dirigendo il nostro operato a coloro che sono considerati gli ultimi ed emarginati. Le nostre devono essere braccia aperte come quelle del Signore quando, accogliendo quel bambino, dice ai discepoli e a noi, ancora oggi, che chiunque accoglie un piccolo fanciullo riceve Lui.

 

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