Un Evangelico "Cattolico"

25.03.2014

La Bibbia resta il libro più diffuso, pubblicato in migliaia di lingue e nei formati più disparati: versioni semplici, commentate, interlineari, con apparato critico e testo originale. C’è da perdersi nella scelta di una Bibbia, così come ci si perde ogni volta che ci immergiamo nella sua lettura alla ricerca dell’ascolto di una Parola da parte di Dio, attraverso la guida e l’opera dello Spirito. Nel seminario dedicato al tema in un corso di discepolato, ho avuto modo di soffermarmi sul verso: "Una cosa ha detto Dio, due ne ho udite" (Salmo 62:12). Riferendosi ad esso, il pastore valdese Maurizio Abbà dichiara: “La parola di Dio è unica ma l'interpretazione umana è duplice, anzi di più, in quanto non riesce a contenere la rivelazione divina”.

 

Non faccio alcuna fatica ad essere d’accordo e a considerare anche che se avessimo un po’ tutti l'umiltà di riconoscere questa verità, non si conterebbero le discussioni e le contese evitate attraverso un sereno e pacato confronto nel rispetto delle posizioni altrui. Purtroppo ogni giorno come credente, ministro dell’Evangelo, fruitore della Rete mi imbatto in espressioni e atteggiamenti che palesano una diffusa incapacità a riconoscere pensieri e posizioni diversi dalla propria. Peggio ancora scoprire delle vere campagne diffamatorie contro fratelli e servitori, anche di fama riconosciuta e di lungo corso. Le Crociate medioevali, seppur sbagliate, si muovevano contro una fede diversa. Le Crociate evangeliche dei nostri giorni piuttosto assalire il peccato e sbandierare il vessillo di Cristo con gli emblemi della Grazia e della Verità, si concretizzano in politiche di accerchiamento del fratello (?) ritenuto “diverso” o che ha posizioni esegetiche e dottrinali non conformi alla propria.

 

Ritengo che tali comportamenti rivelano un modus vivendi e credendi cieco e senza alcuna prospettiva futura, che ha come unico scopo la difesa di un territorio ecclesiale, rinchiuso all’interno di altissime mura medievali di pensiero e relazione, e soprattutto dalle striminzite dimensioni numeriche. Provo una profonda tristezza nel sentirmi parte di questo corpo spirituale, cui appartengono tutti coloro che sono stati salvati dal Signore Gesù, al di là della chiesa di appartenenza o del ministero di riferimento. Nello stesso tempo, tutte le volte che qualcuno mi rivolge una domanda sugli evangelici, prego che non sia indirizzata ad alcuna di queste becere faccende, perché diventerebbe difficile parlare di Cristo, partendo da atteggiamenti la cui tragicità è la totale inosservanza ai precetti evangelici di amore e rispetto reciproco.

 

Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giov. 13:35), insegnava Gesù ai suoi. Credo che quel “tutti” accolga non solo coloro che hanno fatto confessione di fede nel Signore Gesù e si adoperano a portare la Sua croce, incluso me e te, ma si estenda al “mondo” che sta aspettando la manifestazione dei figli di Dio. Gli altri poi, chi sono? Di certo non gli “uni”, non quelli che sono con me o vicino a me. La preghiera, cosiddetta sacerdotale, di Giovanni 17 è ancora in attesa di adempimento. Risulta difficile riconoscere che una preghiera di Gesù non ha ancora trovato risposta dopo duemila anni, e prendere coscienza che l’interdetto è il nostro umano atteggiamento di prevaricazione e presunzione. Faccio mea culpa, e riguardando al pubblicano alla porta del tempio, chino il capo e imploro: “Signore, abbi pietà di me”.

 

Gesù nella cena pasquale si ritrova con i dodici alla stessa tavola, e consapevole di quanto sarebbe a breve accaduto, rivela: “Uno di voi mi tradirà”. Seduto a tavola con chi l'avrebbe tradito, Gesù non lo svergogna, non lo accusa pubblicamente, informa tutti che uno di loro lo tradirà. Questo deve esser per noi un monito, perché tutti possiamo tradire il Signore. Tradire è venir meno ai suoi precetti, avere azioni che non gli rendono testimonianza, offrendo occasioni di scandalo. Tradire il Signore è incrociare il bisogno è non avere la misericordia del samaritano della parabola (Luca 10), è essere incapaci di amare il prossimo. Chiunque di noi può tradire il Signore, e nessuno dica: “Quando mai, io sono pronto a morire per il Signore!”, perché la Scrittura ci ricorda che altri prima di noi, nonostante era convinto di quello che diceva, fallì. I discepoli si mettono in discussione, come uomini davanti alla rivelazione del Cristo non dicono: “Io no!”. Hanno la capacità di conoscere i propri limiti, le proprie debolezze, di non nascondersi, scoprendo il "timore di Dio". Noto invece oggi troppa convinzione di esser protagonisti di un "cristianesimo perfetto", senza accorgersi che si sta scadendo nella comunione fraterna. L’atteggiamento di Gesù nei confronti di Giuda dovrebbe indurci a riconoscere altre mancanze. Gesù non menziona il suo nome, lascia che Giuda intinga il boccone nel suo piatto, spezza il pane e porge il calice anche a lui. Tutto questo non per metterlo in difficoltà o provocare una sua reazione, piuttosto per testimoniargli che nonostante la decisione presa, l’amore del Cristo era talmente grande da coprire le sue mancanze. Solo l’incapacità di Giuda lo indurrà alla decisione errata di togliersi la vita.

 

L’agire di Gesù ci testimonia di un sacrificio, un annuncio, un vangelo che non discrimina, ma porge l’altra guancia nella speranza di condurre al bene. La mensa di Gesù non è proprietà di nessun “ristorante” evangelico e di altra o qualunque denominazione. Impariamo a sedere a quella tavola con il dubbio perenne che possiamo essere noi a tradire il Suo amore, ma restiamo nella ferma convinzione che Egli ha spezzato il suo corpo e versato il suo sangue per tutti. È questa concezione dell’opera di Cristo, senza limiti mentali e frontiere geografiche che mi rende profondamente un credente “cattolico” (nel senso etimologico del termine)*, che glorifica Dio per l’opera che ha compiuto nella sua vita, rendendolo parte della sua immensa famiglia, dove al di là dei difetti e pregi (e ci sono!) di tutti, sa di avere tanti fratelli e sorelle da amare e rispettare non per quello che sono o fanno, per quel che Cristo è e ha fatto in ciascuno.

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* Il termine “cattolico” deriva dal greco ed è formato dall'unione del prefisso rafforzativo katà con il termine òlos cioè tutt'uno, tutto intero, in senso più ampio, universale.

 

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