Senza misura

15.07.2014

Dio benedisse la vita di Abramo e cose meravigliose videro i suoi occhi, come la nascita di un figlio nonostante l’età avanzata sua e di sua moglie. Fu proprio in merito a suo figlio Isacco che Dio formulò una particolare richiesta: il suo sacrificio (Genesi 22:9-18). L’altare che Abramo eresse sul monte, in ubbidienza all’Eterno, era diverso dagli altri. Nell’Antico Testamento l’altare rappresenta un luogo di ricordanza: dopo un “incontro” con Dio, gli uomini lo erigevano in segno di gratitudine e di memoria. Molti credenti pregano: “Signore, sul Tuo altare offro il mio cuore”. Abramo lo costruì. L’altare non è di Dio, ma di chi fa l’offerta. Siamo noi che costruiamo il momento con Lui, che edifichiamo l’occasione di incontrarLo. La Scrittura ci dice che Egli ci ha cercati, quando eravamo perduti, che ci è venuto incontro: sta a noi rispondere. Si ritiene il sacrificio di Isacco una prova di ubbidienza, e per prova si intende una situazione che non ha una logica spiegazione. Infatti, quando ci si trova in una situazione senza apparente spiegazione, si è soliti classificarla come una prova. Siamo sicuri di questo? Se, invece, fossero il semplice susseguirsi della vita?

 

 

Alcune circostanze altro non sono che conseguenze di ciò che abbiamo seminato. Non avendo il coraggio di riconoscerle come tali si preferisce apostrofarle come “una prova della fede”. Potrebbe essere gratificante il pensiero che il Signore ci stia mettedo alla prova, magari per vagliare la nostra fedeltà, o per misurare le nostre capacità nel servizio. Siamo, allora, tutti provati? Nella Scrittura a quante persone può attribuirsi il vivere una prova? Quella apostrofata come prova potrebbe essere una tentazione, e in tal caso la Scrittura ci ricorda che nessuno è tentato oltre le sue forze e che la tentazione non viene da Dio, ma dal diavolo che “va attorno come un leone ruggente”. Questo accade piuttosto quando si lambiscono soglie al limite, e/o si cade in situazioni pericolose. Quando lasciamo che la tentazione ci avvolga, anziché fare mea culpa, si preferisce accusare il Signore di mandare delle prove (?). La prova non “provoca” al peccato, ma aiuta a valutare le nostre forze. Quando facciamo l’occhiolino al peccato, ci stiamo lasciando andare alla seduzione di esso. Dio non tenta, ma sostenta, aiuta e fortifica!

 

 

Badiamo alla nostra debolezza, perché le tentazioni si elevano sui nostri talloni di Achille. Quel che l’Eterno dona per la nostra crescita può divenire altrimenti un intoppo per fare la Sua volontà o un ostacolo per rispondere alla Sua chiamata. Come? Se non siamo in grado di rinunciare ad esso. Una fede adulta è in grado di riconoscere che Dio è sovrano e che la Sua misericordia ed il Suo amore non lo si misurano per quello che dà o toglie. Lui ama nella stessa misura sempre! Non sono le situazioni della vita che devono farci affermare che siamo nel tempo del favore di Dio. Quando dichiariamo “Signore, ti offro il mio cuore, la mia vita”, dobbiamo tener presente che nulla è nostro. Abramo, lungi dal pensiero di scendere a compromessi con Dio, ubbidì e salì sul monte, avendo preparato tutto l’occorrente. Il figlio, che era con lui e lo seguiva, conscio che non vi fosse l’animale da sacrificare, chiese al padre dove fosse l’olocausto. Abramo gli spiegò che lo avrebbe provveduto Dio. Ritengo che il Signore non ci chiederà mai quello che non abbiamo.

 

L’attitudine di Abramo fu erigere l’altare, accendere il fuoco e deporvi suo figlio. Questa dovrebbe essere anche la nostra: creare il nostro altare, ovvero l’occasione affinché Lui possa provvedere. Difatti, accadde che l’Eterno, un momento prima che Abramo muovesse il coltello verso Isacco, intervenne fermandolo. Il Signore non si riprende mai ciò che ci ha donato. Egli esige che la nostra fede sia matura a tal punto che se dovesse richiedercelo, noi dovremmo avere la forza di dire: “Ecco, riprenditelo”. Il Signore fermò la mano di Abramo, poiché vide che questi non rifiutò di offrirgli ciò che Lui gli aveva donato. Cosa accadde?

 

 

Il patriarca nel voltarsi trovò un montone impigliato in un cespuglio. Se costruiamo l’altare, Dio, che è buono e misericordioso, non solo non si riprende ciò che ci ha dato, ma ne aggiunge dell’altro. Ad Abramo, infatti, provvide il sacrificio. Questi non portarono il montone a casa, bensì lo presero e lo misero sull’altare, non tenendo nulla per loro. Ecco l’attitudine di una fede adulta, che incontra la promessa di Dio. Poiché Abramo non si era sottratto il Signore gli disse: «Io giuro per me stesso, dice l’Eterno, poiché tu hai fatto questo e non hai riparmiato tuo figlio, l’unico tuo figlio, io ti bendirò largamente e moltiplicherò grandemente la tua discendenza…». Si potrebbe pensare, allora, che Dio ci benedica in funzione di ciò che facciamo per Lui. Non è così, poiché Abramo non fece nulla di speciale, né diede qualcosa a Dio, soltanto manifestò la fede del suo cuore. Dio non ci chiede nulla in cambio, anzi come provvide l’agnello per Abramo, ha provveduto per tutti noi un agnello immacolato: «poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito figlio…». (Giovanni 3:16).

 

 

Dio è stato smisurato con noi tutti. Senza misurare ciò che facciamo, sforziamoci a fare ciò possiamo, poiché è per la Sua gloria. «Nella misura in cui misurate vi sarà altresì misurato». (Matteo 7:2). Il mio consiglio, quindi, è SENZA MISURA! Qualunque cosa il nostro cuore ci spinge a fare, possa essere fatto senza tornaconto verso Dio. Alla domanda “Cosa devo fare?”, la risposta è: Fa quel che puoi sempre, perché puoi tanto e quando puoi fa anche quel che vuoi, perché il Signore non ci chiede di fare quello che è fuori dalla nostra volontà, né quello che è fuori dalla nostra portata. Egli gradisce un’offerta sincera ed un servizio spontaneo, il che corrisponde a una consacrazione a Lui.

 

 

Una meditazione sul tema http://youtu.be/YOggLoW3Wzg

 

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