Affamato e folle

23.08.2014

In occasione della dipartita di Steve Jobs, fondatore della “Apple”, i media hanno riproposto alcuni suoi interventi. In uno di questi, Jobs teneva un discorso a dei laureandi, e rivolse loro un invito particolare: “Siate affamati, siate folli”. Un motto che aveva appreso da una famosa rivista di tecnologia.

 

L’invito ad essere affamati e folli potrebbe essere colto anche da noi cristiani da una angolazione non legata alla fama e al successo. Nel discorso delle beatitudini Matteo scrive: «Beati coloro che sono affamati ed assetati di giustizia, perché essi saranno saziati» (Matteo 5:6). Nel cuore di ogni uomo c’è una fame di Dio, che nessun essere umano potrà soddisfare poiché solo Gesù ha potuto affermare: «Io sono il pane della vita chi viene a me non avrà mai più fame» (Giovanni 6:35). La Scrittura invita gli affamati di giustizia a rivolgere lo sguardo al cielo, perché da lì è disceso Colui che ha tolto tale fame dai nostri cuori. L’apostolo Paolo ci ricorda che la predicazione della croce è pazzia e che tale pazzia di Dio è più saggia della sapienza umana. In cosa si manifesta la Sua pazzia? Nell’aver scelto le cose ignobili per svergognare quelle nobili; ha scelto persone senza cultura per svergognare i sapienti. Il messaggio che Jobs trasmetteva ai laureandi faceva leva sull’ego, sulla capacità di investire su sé stesso. L’umanità crede che ogni sforzo giungerà ad un risultato. La Scrittura ci consiglia di confidare nella pazzia di Dio. Ci invita anche a non ragionare come fanno gli uomini in generale.

 

La Bibbia ci propone vari esempi di uomini affamati della Sua giustizia. Uno di questi, Giacobbe è noto come colui che sottrasse la benedizione al fratello Esaù, e dopo tale evento dovette scappare lontano riparando dallo zio Labano. Qui rimase per diversi anni a servizio dello zio al fine di ottenere in sposa Rachele. Per lei lavorò sette anni, ma fu beffato dallo zio: la notte delle nozze si ritrovò accanto la figlia maggiore Lea. Non contento, si accordò con lo zio per altri sette anni di lavoro, pur di avere Rachele in sposa. Giacobbe fu pazzo per Rachele, ma non solo! Trascorsi gli anni necessari al riscatto era plausibile (per noi) ricevere ricompensa per il lavoro prestato o che avesse una sua autonomia. Il patriarca propose a Labano una sorta di patto, che ai nostri occhi potrebbe sembrare folle, ovvero si sarebbe appropriato di tutte le pecore che da quel momento sarebbero nate striate. Giacobbe fu un pazzo anche negli affari! Da quel giorno iniziò a portare a pascolo il gregge dinanzi ad un canneto, dove aveva notato che se le pecore accoppiandosi mettevano alla luce agnellini straiti. Riuscì così a mettere da parte un abbondante gregge che divenne sua proprietà, senza che lo zio potesse contraddirlo. Per ogni cosa Giacobbe dava sempre il merito al Signore.

 

Un altro folle, fu Giuseppe, per lunga parte della sua vita onesto governatore in Egitto. In quel periodo tempo, egli dette interpretazione ad un sogno del faraone predicendo una lunga carestia per la nazione. Dopodichè gli presentò anche un progetto di sopravvivenza del popolo egiziano. I figli di Dio sanno tenere a cuore gli interessi dell’umanità. Il Faraone rimase affascinato. Nel presentarglielo Giuseppe ebbe la sagacia di sottolineare il bisogno di una persona capace di portarlo avanti, candidando sé stesso. Faraone si fidò di lui. Nonostante i quattordici anni di carestia, l’Egitto la superò; Giuseppe ebbe il potere su tutta la nazione. Colui che non cerca i propri interessi e confida nell’Eterno potrà avere l’occasione per essere strumento di salvezza di un popolo.

Sia Giacobbe che Giuseppe erano affamati della giustizia di Dio, della stessa giustizia descritta nelle beatitudini. Il corso della storia è sotto l’occhio attento e vigile di Dio e tutto ciò che accade non passa inosservato. Ognuno di noi può essere chiamato a un ruolo importante nella storia, ma non sempre lo comprendiamo. Dovremmo iniziare a considerare la vita cristiana non un’eredità per il futuro, ma una vocazione quotidiana, divenendo strumenti nelle mani di Dio per i Suoi piani, per la Sua chiesa e per l’umanità intera. La fame di giustizia, difatti, parte dalla chiesa e raggiunge i bisogni dell’umanità intera.

 

Tanti sono i testimoni della follia, anche più vicini in termini temporali. Ricordo Benjamin Carson, il primo neurochirurgo a separare due gemelline siamesi. Il suo percorso iniziò durante la adolescenza, quando visse gravi difficoltà per la mancanza del padre. Una mattina, mentre era in chiesa con il fratello maggiore e ascoltava la predicazione comprese cose determinanti per il suo futuro. Il pastore raccontava di una coppia di medici missionari in Africa, da quel racconto il fanciullo capì di voler fare la stessa cosa. Oggi Benjamin è un affermato neurochirurgo e gestisce campi missionari in tutto il mondo, dove presta assistenza ad ammalati indigenti. Se abbiamo fame di Dio, e al di là delle nostre capacità ci lasciamo guidare dal Signore, Egli è capace di grandi cose attraverso di noi. L’apostolo Paolo ci ricorda che Egli manifesta la Sua potenza nella nostra debolezza, quando siamo deboli e arresi a Lui scopriamo la Sua potenza.

 

Un altro testimone è William Wilberforce. A ventuno anni venne eletto come deputato del Parlamento inglese. William non era un aristocratico, ma un giovane animato nelle fede cristiana, un affamato di Dio. Lo era a tal punto che dopo la sua elezione visse una crisi esistenziale, dubitando di poter rimanere credente in ambito politico. Il giovane aveva un amico, Isaac Milner, anch’egli animato dal Signore, e durante un viaggio questi trasferì a William il significato dell’essere nati di nuovo e cosa volesse dire “Cristo in me speranza di gloria”. L’Inghilterra basava la sua ricchezza sulle colonie, dove uomini di colore venivano costretti a lavorare in schiavitù. John Newton, figlio di un mercante di schiavi, aveva speso la sua giovinezza sulle navi mercantili, fin quando conobbe l’Evangelo e capì che quel traffico umiliava il Salvatore, poiché ogni essere umano deve poter vedere Cristo nel proprio simile e trattarlo come sé stesso: scese dalle navi e divenne un pastore anglicano. Quando conobbe William gli fece da mentore, incoraggiandolo a proseguire il percorso politico per combattere per l’abolizione della schiavitù. Tale battaglia nel 1807 vide l’abolizione della tratta degli schiavi. Dai diari di Wilberforce sappiamo che pregava Dio prima di andare in Parlamento: aveva a cuore di rendere un servizio per la nazione. Egli combattè non solo per l’abolizione della tratta, ma anche contro l’assoggettamento di questi uomini ai loro padroni. Combatté una battaglia che durò ventisei anni e che portò, nel 1833, alla promulgazione di una legge contro la schiavitù valevole per tutto il regno. Tre giorni dopo William morì, come a dirci che quella battaglia aveva visto la vittoria, quel seme poteva morire perché la gloria di Dio si era manifestata.

 

Dio è alla ricerca di uomini e donne che vogliono essere strumenti nelle Sue mani, per l’annuncio dell’evangelo, per la giustizia tra le genti. Wilberforce diceva: “Levati sulle ali della contemplazione, fino a quando le censure degli uomini non si spengano alle orecchie e la flebile tranquilla voce della coscienza non sia più schiacciata dal baccano”. Per essere strumenti nelle mani di Dio è importante salire sulle ali dello Spirito, tappare le nostre orecchie, evitando di raccogliere sia le lodi quanto le accuse, imparando ad ascoltare la voce del Signore nelle nostre coscienze.

 

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La registrazione video di questo messaggio http://youtu.be/W24OqEh5-gc

 

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