Una fede non finta

31.01.2019

 

L’apostolo Paolo ha impresso nei suoi ricordi le lacrime di Timoteo, destinatario delle sue preghiere diurne e notturne, come evidenziato nello esternare il suo affetto ministeriale e paterno verso il giovane discepolo (2 Timoteo 1:3-5). Il parlare di Paolo è motivato dalla fede che caratterizza Timoteo, una “fede non finta” la definisce. Alcune versioni italiane traducono “sincera”: sincera sta per non ipocrita; difatti la locuzione latina “sine cera”, significa “senza maschera”. Proprio questa espressione richiama alla mente il tipo di fede professata da coloro che il Vangelo a più riprese definisce ipocriti, ossia i farisei. Costoro erano soliti mettere in mostra la loro religiosità, con un atteggiamento che aveva come scopo ricevere il plauso di chi li circondava e rimaneva incantato dalla loro dedizione che era, però, solo di facciata.

 

Riferendosi alla fede del suo discepolo, Paolo riconosce la stessa fede della mamma Loide e della nonna Eunice. C’è una fede che si può trasferire da genitori a figli, che non è la “fede etichetta” che qualcuno ha rinchiuso nel pedobattesimo, in base al quale la fede dei genitori, attraverso l’aspersione dell’acqua, viene trasmessa al nascituro. La fede di Timoteo è visibile ed è la stessa riconoscibile nella mamma e nella nonna, perché una spiritualità concreta e vissuta è capace di influenzare la vita di coloro che sono attorno, e in un certo senso può essere trasferita. Ciò ci aiuta meglio a comprendere anche l’invito al carceriere di Filippi: «Credi nel Signore Gesù Cristo e sarai salvato tu e la casa tua» (Atti 16:31).

 

Come si fa a capire se una fede è finta o sincera? Se è autentica o ipocrita? Innanzitutto una fede “sincera” non parla, non alza la voce: “Egli non griderà, non alzerà la voce, non farà udire la sua voce  per le strade” (Isaia 42:2). Non grida ma agisce! Non si mette in mostra, ma tocca nel profondo e nel segreto. È sincera anche la fede che spinge a partecipare alla vita ecclesiale non per fini adulatori nei confronti del pastore. Molti di quanti legano la loro fede ad un uomo, il giorno in cui questi non ci sarà più, saranno ovunque ma non in chiesa, perché hanno vissuto una religiosità per simpatia del servitore, quindi apparente, finta. Alla sua dipartita crolla tutto ciò in cui credevano: non vi era una sincera fede nel Signore, radicata nelle Scritture. Una fede ipocrita non vacilla solo quando muore il servitore, nella più piccola difficoltà sarà pronta ad accusare il Signore: “Dove sei? Perché non mi rispondi? Io ho fede in te, vado in chiesa, devi far qualcosa!”. Questo atteggiamento rasenterà di sicuro quello del fariseo che nel tempio, mentre pregava, elencava tutto ciò che faceva per il Signore, cercando in questo modo di convincere Dio a suo favore. 

 

La fede in Dio non è una recita, un apparire vestendo panni di altri, ma espressione di una vita che va vissuta nella sua totalità. Sia quando rivolgiamo i pensieri a Dio sia quando ci dedichiamo alle faccende personali Egli resta presente in e vicino a noi. Quando siamo noi a pensarLo rivolgiamo la nostra attenzione a Lui, quando siamo presi a svolgere le nostre faccende è Lui che guarda noi. Se Dio guarda la nostra vita anche quando pronunciamo delle parole, lo stesso vale per quelli che ci sono intorno, i quali potranno, come Paolo con Timoteo, riconoscere una fede sincera, senza ipocrisia, non finta. Non ritengo che una fede senza ipocrisia sia capace di raccogliere miracoli tutti i giorni, assicurandosi benessere e salute quotidianamente. Chi pensa che questa sia la fede non finta, nel momento in cui dovesse trovarsi in situazioni avverse avrà due possibilità: dichiarare che non ha fede oppure ammettere che Dio non esiste. Una fede sincera non misura l’esistenza di Dio in base a quello che ha o che non ha, ma guarda oltre, alzando lo sguardo alle cose di lassù dove né la tignola nè la ruggine possono arrivare, né il ladri possono metterci le mani.

 

Benché la fede sia un dono, per mantenerla viva e autentica richiede una cura da parte nostra. Fare confessione di fede non significa firmare un contratto che regola la nostra vita spirituale per sempre, dandoci un esclusivo diritto di riceve solamente dall’alto. Nella stessa lettera Paolo esorta Timoteo: «… ti ricordo di ravvivare il dono che di Dio che è in te» (2 Timoteo 1:6). La fede è come un pianta che va curata, è un dono che deve essere ravvivato, ma non spetta al Signore farlo, bensì è un nostro preciso compito. Non chiediamo o demandiamo a Dio di fare ciò che spetta a noi. Paolo dice che dobbiamo ravvivare il dono che Dio ci ha fatto, ovvero la Sua grazia, la Sua chiamata al servizio. A coloro che sono salvati, che sono Suoi discepoli Egli ha fatto dono di talenti, ma è nostra responsabilità farli prosperare e crescere. Una fede viva, difatti, guarderà e toccherà un Dio vivo, mentre una fede morta avrà un Dio morto. Una fede viva si muove, non può essere fredda e morta! Non si può esortare gli altri a cercare Dio, mentre non crediamo che Dio possa risolvere i nostri problemi. La nostra fede deve essere autentica, quello che è dentro di noi deve essere ciò che esce all’esterno. Se sentiamo che la nostra fede sembra volersi spegnere, l’unico rimedio consiste nel ravvivarla. Come? Preghiera, meditazione e azione, ovvero mettere in pratica e alla prova il Signore.

 

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Una meditazione audio sul tema: Fede non finta

 

 

Foto di Alicia Jo McMahan, www.freeimages.com

 

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