I dieci comandamenti, secondo Benigni

17.12.2014

Neanche il colosso cinematografico “I dieci comandamenti” di DeMille era riuscito nell’impresa di condurre lo spettatore a riflettere sul contenuto delle due tavole al pari dei grandi esponenti religiosi alternatisi sullo schermo negli ultimi decenni. Un ispirato Roberto Benigni, seppur strapagato, ha avuto invece l’ardire di prendere in mano il testo biblico e di sostituirsi ai “religiosi” per parlare di Dio e del suo progetto per l’umanità in cammino: libertà e amore, riscuotendo un consenso plebiscitario. È trapelato da subito un grande lavoro di preparazione, studio e approfondimento dei testi, necessario per non cadere nell’ovvietà delle spiegazioni: dal sacerdote dell’infanzia ai commentari Il Mulino, passando per il teologo valdese Paolo Ricca, alla lettura del Talmud fino alla poesia di Walt Whitman.

Ho seguito le due serate da estimatore dell’artista e dell’uomo, che aveva saputo immergere milioni di persone prima nei canti della commedia dantesca e poi nella Costituzione. Questa volta c’era il coinvolgimento della fede, la curiosità di vedere come si sarebbe comportato con testi da sempre oggetto di discussione tra evangelici e cattolici, e che proprio di recente avevo deciso di porre all’attenzione attraverso la pubblicazione “Le dieci parole per tutti”. Per questo ed altro mi sono ritrovato interpellato da diversi. Mi limito a delle considerazioni generali senza commentare l’esposizione dei singoli comandamenti, dove chiunque potrebbe trovare da ridire e pescare qualche pelo o omissione. Benigni non è un predicatore né un uomo di chiesa, sarebbe assurdo pretendere da nulla quello che i diretti interessati non sono fin qui riusciti a fare. Quindi non toccava a lui parlare di Cristo e dell’annuncio di salvezza: non era stato pagato per questo, in fin dei conti. La notizia è che sono stati letti integralmente! Quanto siano costati in termini economici è questione minima, secondo me. Per quello che hanno provocato le due serate, credo che in termini di fede siano stati un buon investimento.

La prima considerazione è la felice constatazione che qualcosa nel mondo spirituale si sta muovendo, e dietro tutto questo riconosco (almeno io) il sapiente agire dello Spirito, costretto in alcuni casi a parlare attraverso qualche “asina” (con tutto il rispetto per Benigni, mi riferisco all’episodio di Balaam), perché i “profeti del tempo” hanno altri interessi.

La seconda è sulle due serate. Nella prima il premio Oscar è apparso più coinvolgente e totalmente coinvolto. Non trovo altra spiegazione se non il soggetto delle argomentazioni. Infatti, lunedì si è concentrato sull’autore della Bibbia e dei comandamenti, riuscendo in alcuni tratti a far percepire la Sua silenziosa presenza. Molto più facile restare attratti dal “fuoco nel pruno ardente”. Nel secondo appuntamento l’ho trovato particolarmente teso nell’impresa di dover planare dall’alto divino al terreno umano, e dover quindi parlare agli uomini degli uomini, conducendo le persone a un autoesame. Forse la tensione era dovuta anche al rischio di poter cadere in tematiche che era “meglio” non affrontare, e quindi alla necessità di non perdere la riga, tracciata a luci spente, lasciandosi trasportare dall’entusiasmo.

La terza è sulla satira. Non è mai stata risparmiata al mondo politico tutte le volte che è stata possibile e ha lanciato alcune pungenti stoccate alla Chiesa cattolica, che pur si è espressa favorevolmente su Famiglia Cristiana e Avvenire. Non si può negare l’evidenza. “Vox populi vox dei”, quindi meglio seguire l’onda e attendere che le acque ritornino piatte.

La quarta è il tentativo di proporre le cose di Dio a livello personale, secondo le misure di ciascuno. Ha più volte sintetizzato il tutto in un amore universale, rimandando alla fine alla coscienza, albergo della legge divina in modo naturale, con un rischio enorme di appiattimento della fede e dell’annullamento di quelle differenze che restano ricchezza nella diversità delle fedi, religioni e popoli.

L’audience notevole testimonia sì l’affetto per uno spirito nobile e trasparente qual è Benigni, tanto che qualcuno lo vorrebbe Presidente della Repubblica, ma non nasconde l’interesse che continua a suscitare la Bibbia tutte le volte che viene posta sul “moggio”. Questo è il vero miracolo, secondo me. La Parola di Dio che non cade mai a vuoto, anche quando il seme è spazzato dal vento ha la possibilità di cadere in un terreno fertile e predisposto. Questione di comunicazione solamente, allora? Ritengo che le persone si fermano ad ascoltare se si parla loro usando termini alla loro portata, senza usare giri di parole per non farsi capire, e soprattutto se si muovono le corde del cuore. Per questo porgo un plauso enorme a Benigni per aver parlato con il cuore e dal cuore, al punto di dare l’impressione di conoscere l’Autore.

L’ultima considerazione la riservo allo stupore di tanti “credenti” per le parole ascoltate. L’appropriarsi di citazioni, in gran parte non frutto del sacco di Benigni, e il quasi sentirsi “edificati e benedetti”, mi lascia un po’ di amaro sentore. Devo temere che costoro vivono una spiritualità in contesti ove non hanno la gioia di essere alimentati e curati da conduttori capaci di trasferire “il latte della Parola”, perché quello di queste due serate non è più che un po’ di latte servito in una bella tazza.

Riflettiamo tutti. Raccogliamo poi nell’immediato la sfida a seminare Cristo nel solco tirato da altri, e nel prosieguo adoperiamoci a trattare la fede come una questione di tutti e per tutti, solleticando la coscienza di ognuno nel nome del Signore, con l’amore descritto in 1Corinzi 13 e la libertà che lo Spirito concede a chi ha conosciuto la Verità.

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