Pazienza e consolazione

05.01.2015

Terminate le feste, archiviati i regali, ritorniamo all’ordinarietà del nostro vivere. Forse anche in questo periodo avrai avuto modo di considerare che necessitiamo di tanta pazienza. Anche Dio nel guardarci (chissà) penserà che con noi ci vuole pazienza. A differenza nostra però, che quando perdiamo la pazienza diveniamo iracondi o irascibili, il Signore resta l’Iddio della pazienza e della consolazione. Difficilmente si associa la pazienza con la consolazione, ma con la sopportazione o l’autocontrollo. Il Signore non solo ha pazienza, ma ci consola anche. Il testo di Romani 15:1-6 ci dice che mediante la perseveranza e la consolazione noi riteniamo la speranza. La consolazione di Dio non la percepiamo attraverso una carezza o un contatto fisico, bensì mediante le Scritture, le quali producono la speranza. Quando riceviamo la parola di Dio e con essa la Sua consolazione allora riteniamo la speranza. Quale speranza? Quella nelle promesse di Dio, le quali sono verità. L’apostolo Paolo scriveva: «Ora il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nel credere» (Romani 15:13). La speranza che nasce dalla consolazione delle Scritture e dal credere si concretizza in gioia e pace. La speranza dei credenti è tale da riempire il cuore di gioia e pace, che, a loro volta, fanno poi abbondare la speranza. Nel cuore raggiunto dalla consolazione di Dio si produce speranza, che non potrà mai sfociare in abbattimento o frustrazione, anzi in pace e gioia senza le quali non può esserci speranza. Non è immaginabile un individuo che spera nel Signore triste ed abbattuto, poiché la speranza è legata al credere. L’epistola agli Ebrei ci ricorda che la fede è certezza di cose che si sperano, quindi ciò che speriamo se è fondato sul nostro credere sarà certezza. Tale certezza parte dal primo verso: «Or noi, che siamo forti, dobbiamo sopportare le debolezze dei deboli e non compiacere a noi stessi» (Romani 15:1).

 

L’apostolo scriveva in riferimento alle carni sacrificate, agli idoli e ad altre usanze, ma il testo potrebbe essere allargato, e far balzare agli occhi che in ogni comunità vi sono credenti forti e altri deboli. Di solito chi è forte nella fede e nella speranza ha un atteggiamento di compiacimento verso i deboli, tanto da divenire arrogante e superbo. Chi compiace sé stesso denigra l’altro mettendolo in difficoltà. Paolo sottolinea che se noi siamo forti e abbiamo realizzato una speranza certa nel credere, realizzato pace e gioia nel Signore, non dovremmo mettere in difficoltà coloro che hanno ginocchia vacillanti. I deboli nella fede non devono essere mortificati dai più forti, ma guardare a loro come esempio. I forti, se realmente sono tali, sono chiamati a sopportare le debolezze dei deboli. Sopportare va inteso non nell’aver pazienza, ma nel senso di sostenere, aiutare e sorreggere senza far gravare su chi è debole un senso di colpa. Questi deve essere considerato come un fratello, di conseguenza non va abbandonato né maltrattato. Colui che ha realizzato come l’amore di Dio sia stato per lui paziente e consolatorio, saprà sostenere colui che è debole: se è lento dovrà tirarlo oppure porsi dietro e spingerlo! Quello che conta non è arrivare primi, ma è arrivare assieme. Gesù non ha considerato il Suo essere figlio di Dio, ha rinunciato alla Sua gloria, a tutto per noi: «Gli oltraggi di coloro che ti oltraggiano sono caduti su di me» (Salmo 69:9). Per amore nostro si è caricato delle nostre debolezze, dei nostri peccati, delle nostre colpe e dei nostri misfatti, ma non ci ha riversato addosso nessun senso di colpa, né ci ha fatti sentire deboli o ci ha mortificati. Paolo ricorda, invece, che guardando a Lui abbiamo scoperto che quando siamo deboli allora siamo forti, lo siamo perché Colui che è forte viene a sostenerci sospingendoci e non abbandonandoci. Se si vive la fede in questi termini nessuno si sentirà solo.

 

Molti sono quelli che in una comunità si sentono deboli e che vivono debolezze. Per debolezza non intendo solo la tentazione, ma concretamente la mancanza di forza per affrontare la vita di tutti i giorni. La debolezza di chi vive solo e nella solitudine si sente perso, del genitore che vorrebbe assicurare un futuro ai figli e che per la penuria di sostanze e di lavoro si scopre incapace. Nessuno deve pensare di essere forte e compiacere sé stesso, perché la Scrittura ci ricorda che «Nessuna tentazione vi ha finora colti se non umana» (Romani 10:13a). Se oggi alcuni sono diventati forti, non si devono compiacere ma adoperarsi affinché tutti siano forti e continuino nel cammino posto loro davanti dal Signore. La reciprocità e il sostegno reciproco derivano dal considerare che nella chiesa l’opera dello Spirito Santo si manifesta nella collettività, affinché si possa raggiungere un obiettivo, ossia «affinché con una sola mente e una sola bocca glorifichiate Dio, che è Padre del nostro Signore Gesù Cristo» (Romani 15:6). La ragione del nostro stare insieme è glorificare il Signore. Se qualcuno non ha forza e non riesce a lodare, anche se personalmente siamo forti abbiamo fallito come chiesa, in quanto comunità dobbiamo essere una sola bocca e una sola mente. La lode personale deve essere anche quella dell’intera comunità così come anche la confessione. Se oggi abbiamo forza di sostenere gli altri facciamolo con tutta la nostra forza, consolazione e speranza! Oggi siamo chiamati a sostenere, ma, magari, in futuro potremmo bisogno di essere sostenuti. L’opera che Dio vuole realizzare nella nostra vita sarà molto buona se ci lasceremo condurre dallo Spirito. Possano le Scritture continuare a rimanere la nostra consolazione e che lo Spirito Suo ci consoli attraverso di esse.

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Una meditazione sul tema:

L'Iddio della speranza vi riempia di ogni gioia (Romani 15:13)

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