Il grano e la zizzania

15.04.2015

 Nel periodo estivo capita ancora di imbattersi lungo qualche strada in estese macchie bionde che altro non sono che campi di grano maturi per la mietitura. Pensando, ma forse più guardando, ad alcuni di questi campi Gesù ci ha lasciato la memorabile parabola del grano e della zizzania (Matteo 13:24-30), che ci trasferisce un messaggio di vivida e duratura ricchezza.

Questa parabola chiude un trittico nel quale Gesù traccia l’evolversi della Chiesa (intesa nell’insieme di quanti fanno parte del suo regno) nel mondo. La parabola del granellino di senape che diventa un albero e quella del lievito nella farina sono sinonimi di crescita e della forza trasformatrice del vangelo.

 

Differentemente da queste Gesù dovette spiegare loro il significato della parabola del grano e della zizzania. Il seminatore, disse, era lui stesso; il seme buono, i figli del regno; il seme cattivo, i figli del maligno; il campo, il mondo e la mietitura, la fine del mondo. Nonostante la spiegazione di Gesù, secondo alcuni postumo commento al testo originario, l’esegesi e l’ermeneutica potrebbero sbizzarrirsi nei commenti. L’espressione “il campo è il mondo” fu oggetto di una memorabile disputa, che sembra ripresentarsi di tanto in tanto anche ai nostri giorni. C’è sempre stato qualcuno che ritiene che da una parte vi sia la Chiesa (la loro chiesa!), composta tutta e solo di perfetti; dall’altra il mondo pieno di figli del maligno, senza speranza di salvezza. Anche Agostino si confrontò con questo pensiero, affermando che il campo è sì il mondo, ma è anche la chiesa, ove convivono fianco a fianco santi e peccatori. Nella chiesa, guardando alla pazienza di Dio, c'è spazio per crescere e convertirsi: la zizzania può diventare grano e il grano può (ahimè!) diventare zizzania.

 

La zizzania, nota in botanica come loglio ubriacanteè una specie spontanea e infestante, con fiori a spiga rossa, riconoscibile appunto dai fiori solo a maturazione del raccolto. Per questo la sua eliminazione dai campi è difficoltosa. La parabola di Matteo ce la presenta come tale. Eppure la pericolosità di questa pianta è ben altra. Infatti, ha un alto potere intossicante, tale da provocare forti emicranie, vertigini, vomito ed oscuramento della vista. Il suo germinare nella parabola è attribuita alla semina notturna da parte di un nemico, una persona malvagia, che con grande cattiveria “infetta” il grano. Nell’indicazione di Gesù di lasciarla e non rimuoverla, rimandando l’operazione a tempo debito, incontriamo il tema della pazienza di Dio, che non è un aspettare il giorno del giudizio per poi punire con più soddisfazione. Anzi, è longanimità, misericordia, volontà di salvare.

 

Stupisce allora come nel nome di un Dio “lento all’ira, paziente”, si sollevino voci che non sanno far altro che invocare i castighi di Dio e indicargli di volta in volta chi deve colpire. Meno male che in un’altra circostanza Gesù rimproverò due discepoli che gli chiedevano di far piovere fuoco dal cielo su coloro che li avevano rifiutati (Luca 9:54). Siamo chiamati a non aspettare la mietitura con l’ansia di vedere la faccia dei malvagi e neppure senza far niente. L’Iddio paziente ci sollecita a lavorare con impegno al fine di cambiare prima noi stessi e, per quanto possibile, di adoperarci affinché la zizzania diventi grano buono. In questa prospettiva, trovo complesso ritenere, come fanno alcuni, che lo stesso Dio destini alcuni ad essere zizzania ed altri ad essere grano. Come sarebbe possibile che per un “capriccio” divino io potrei essere zizzania o per una “grazia soprannaturale” essere chiamato a far parte del grano? Tutti noi, essendo un misto di bene e di male, Caino e Abele, Abramo e Lot, luce e tenebre, carne e spirito, possiamo essere grano e zizzania per le nostre scelte. Per questo nessuno si senta a priore indenne o escluso a certi pericoli, perché l’apostolo Paolo ammonisce “chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere” (1Cor 10:12).

 

Negli anni di ministero il gran numero di credenti incontrati e le esperienze vissute ci confermano con quale facilità la zizzania si confonde al grano, e come parte del grano (almeno tale appariva) improvvisamente si tramuti in zizzania. Come per i discepoli di allora, ancora oggi resta impossibile una selezione all’origine. Nonostante il seme piantato sia controllato, il vento trasporta di tutto e la terra produce quello che è caduto in essa. Umanamente comprensibile l’amarezza e la delusione dei servi fedeli quando nel controllare il campo scoprono la zizzania, il cui pericolo è l’infestazione del grano e nelle fasi successive il rischio di rendere tossica la farina prodotta. Per questo resta l’interrogativo: Cosa fare? Dobbiamo fare una crociata per sradicare la zizzania e tutto quanto essa rappresenti? Abbiamo già notato l’atteggiamento di Dio, e le sue indicazioni sono di non strappare ora la zizzania poiché c’è il rischio di sradicare anche il grano; di non agire in questa maniera, perché altrimenti ne andrebbe di mezzo anche il bene. È vero che il male è contagioso, ha un suo impeto di propagazione, che tante volte il bene non ha, ma qualunque tentativo di estirpare sarebbe un adattamento alle circostanze e un rischio di fare più danni. Allora qual è il contegno da osservare?

 

Potrei suggerire di non scandalizzarsi, rimanere indifferenti e di non lasciarsi impressionare, seguendo il consiglio di Virgilio a Dante: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” (Inf. III, 51). Preferisco invece la cura paolina: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”, secondo Romani 12:21. Il bene è una cosa, il male è un’altra. Non si possono mescolare. Il grano possa conservarsi tale e immunizzarsi da ogni zizzania. Tutti insieme continuiamo a seminare il bene, a fare il bene, a parlare bene, perché solo così il male sarà vinto. Lasciamo al tempo di distinguere e di aiutare a distinguere la zizzania dal grano, raccogliendo l’invito del Salmista: “Sta' in silenzio davanti al Signore, e aspettalo; non adirarti per chi prospera nelle sue imprese, per l’uomo che ha successo nei suoi malvagi progetti. Cessa dall'ira e lascia lo sdegno; non adirarti; ciò spingerebbe anche te a fare il male” (Salmo 37:7-8).

 

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