I morti del 2 novembre

30.10.2019

 

La fine di ottobre e l’inizio di novembre è un miscuglio di ricorrenze. Ogni credente evangelico ha nel 31 ottobre la scintilla della protesta. Era, infatti, il 31 ottobre del 1517 quando il monaco sassone Lutero con il gesto dell’affissione delle 95 tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg dava "fuoco" alla Riforma. Ogni credente giunto alla rivelazione del “giusto vivrà per fede” ne è immensamente grato a Dio. Ma la notte del 31 ottobre è stata offuscata dall’obbrobriosa festa di Halloween, che con il cristianesimo non condivide nulla. Chissà se gli pseudocristiani che dicono di festeggiarla sanno quel che fanno o quel che dicono. Da anni si era levato il fronte del no nel mondo evangelico, e quest’anno finalmente anche il Vaticano si è fatto sentire. Il 31 ottobre ricorda poi ai napoletani (e non solo) la dipartita di uno spirito nobile. Sì, perché ci sono uomini capaci di lasciare una preziosa eredità o di accompagnare nella crescita al di là della fede. Personalmente, credo che Eduardo De Filippo sia uno di questi. A trenta anni dalla dipartita la sua morale e l’etica portata in palcoscenico sono ancora vive in chi come lui non si è mai arreso alla "nottata" che "adda passa" e sogna un mondo felice come il “presepio”. Non nascondo di citare di tanto in tanto alcune espressione delle sue commedie per concretizzare nel vissuto concetti spirituali, essendo Eduardo riuscito a rappresentare il tessuto e il substrato culturale non solo partenopeo ma dell'uomo in generale.

 

Il primo novembre il calendario liturgico romano celebra tutti i santi canonizzati e non, ma naturalmente “morti”. Nella storia di questa festività c’è anche il tentativo della Chiesa di coprire Samhain, l'antica festa celtica del nuovo anno legata al mondo dei morti e da cui attinge anche Halloween. Il parlare dei defunti ci conduce al 2 novembre, giorno dedicato alla loro commemorazione. Chissà a quanti sovviene la strofa iniziale della famosa poesia di Antonio De Curtis, in arte Totò, A’ livella:

Ogn'anno, il due novembre, c'é l'usanza

per i defunti andare al Cimitero.

Ognuno ll'adda fà chesta crianza;

ognuno adda tené chistu penziero.

 

Il ripetersi dell’adda (deve) mi lascia riflettere su come certe cose si fanno per dovere, perché le fanno tutti, perché il calendario e la tradizione le comanda. I morti e con essi il cimitero sono parte di ciascuno di noi, così come dell’immaginario collettivo. Intorno ad essi ruotano paure e sogni, racconti di famiglia e leggende fantasiose, speranze e disperazioni. Ecco allora che il 2 novembre e nei giorni precedenti puoi notare passando nei pressi di un cimitero un via via senza sosta. Quello che di solito è il luogo del pianto e del distacco sembra diventare per poco tempo una finestra sul’al di là. La cura dei loculi, l’abbellimento della tomba, l’accensioni di luci e lampade di varie forme e dimensioni pare essere un modo per ridare vita a chi là dentro oramai ha lasciato solo il corpo (se ancora vi è). Ma se parli con le persone c’è chi crede che questo sia un modo per dare pace alle anime che vanno in giro, acqiuetare l’anima del parente a cui era stato fatto uno sgarbo: retaggi di una falsa religiosità popolare.

 

Da credente e da responsabile di anime verrebbe facile e veloce dire che i defunti non possono ascoltare ciò che fanno i vivi, e praticare il culto dei morti corrisponde a peccare contro Dio, in quanto si pratica in effetti idolatria e spiritismo. Però si potrebbe obiettare che si tratta di preghiera. Dalle Scritture conosciamo che la preghiera va' indirizzata a Dio, mentre non trovano alcuni riscontro tre presunte preghiere che sfociano in tre eresie:

 

1) la preghiera per i morti che sono però in purgatorio, ossia la preghiera a Dio dei vivi affinché i morti abbiano un posto migliore rispetto a quello che si sono meritati con le opere della loro fede in vita;

2) la preghiera ai morti, come preghiera che si rivolge a coloro che, essendo morti, si crede che possano influire sulla vita dei vivi (adorazione o venerazione al posto di Dio);

3) la preghiera dei morti, come preghiera che i morti rivolgono al Signore, per qualche scopo particolare.

 

Secondo la Bibbia bisogna adorare solo Dio in spirito e verità. In tutta la Bibbia non c’è alcuno che abbia mai pregato per i morti. Tanto meno possono farlo loro per i viventi. Quando uno muore, la sua carne ritorna alla terra e il suo spirito va in Paradiso (se ha creduto in Cristo) o nell’Ades in attesa del giudizio (se ha rifiutato la grazia di Dio). Nessun defunto ha ora la facoltà di lasciare l’altro mondo e d’andare in giro per la terra. Il testo di Luca 16:19-31 relativo a un certo ricco e a Lazzaro mostra chiaramente come funziona dopo la morte. Innanzitutto, Abramo disse all’uomo nel tormento dell’Ades che non c’era alcuna possibilità di cambiare condizione. Allora il ricco empio, rendendosi conto di essere perduto per sempre, chiese ad Abramo di mandare Lazzaro ad avvisare i suoi fratelli. Abramo non contemplò la possibilità che un morto potesse tornare sulla terra per avvertire i vivi di qualcosa, rimandando questi all’ascolto di Mosè e dei profeti, riferendosi alla Parola di Dio. Fuori da questi canoni ciò che è legato al mondo dei morti o è fantasia popolare o si tratta di un’influenza demoniaca.

 

Per molti risulta difficile uscire da questo vortice di devozione popolare fortemente italiana. L’esperienza di molti testimonia che il Signore illumina cuori e menti con il suo Spirito. Per mezzo della Parola milioni di credenti stanno lontani da tali dottrine idolatriche: «… il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno ha offerto se stesso puro d’ogni colpa a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire al Dio vivente» (Ebrei 9:14). La tradizione purtroppo trascina le persone nel fiume del “così si fa” o del “così fan tutti”. La luce dell’Evangelo, per mezzo dei credenti nati di nuovo, deve risplendere soprattutto in queste occasioni, quando pur andando al cimitero a rendere omaggio alla tomba di un proprio congiunto, non si cade nel culto dei morti. Il credente è consapevole che luci (o lumi) votive non risplenderanno nelle “tenebre”, lo sfarzo di fiori e addobbi non potrà migliorare la condizione di alcuno, e che la bussola sull’eternità restano le parole di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Giovanni 11:25). Adoperiamoci in vita a manifestare i nostri sentimenti per i cari che nella vita Dio ha posto intorno a noi, e se proprio vogliamo offrire un fiore in ricordo dei cari defunti facciamolo nel silenzio e non per cercare l’approvazione di qualcuno.


 

Foto di David Garzon, www.freeimages.com

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