I figli di Dio si adoperano per la pace

11.09.2019

 

Usiamo definirci figli di Dio per il solo fatto che frequentiamo una chiesa o perché invochiamo il Suo nome. Il più delle volte, siamo finanche troppo confidenziali, dando per assodato che ci basta aver creduto in Gesù per essere riconciliati a Dio avendo così acquisito il diritto di chiamarLo “Padre”. A ben guardare il verso delle beatitudini, una condizione è necessaria affinché Dio (e anche chiunque altro) ci consideri e veda quali figli Suoi: “adoperarsi per la pace” (Matteo 5:9).

 

A nessuno piace parlare di guerra, eppure dalla cronaca quotidiana si deduce che viene più facile scavare buche che costruire ponti. Nonostante la vita sia un dono di Dio sempre, e ogni anima sia preziosa al Creatore, ci sono morti che toccano la nostra sensibilità più di altri. Il dato è che nel mondo sono in corso più di 250 guerre (www.guerrenelmondo.it), la maggior parte taciuta e ignorata, e che la bibbia ci invita ad adoperarci per la pace, il che significa conoscere la guerra e fare qualcosa affinché cessi. Invece quando i media ci informano di tragedie “belliche” o “terroristiche” ci limitiamo a una preghiera o a qualche gesto simbolico in memoria delle vittime. Può bastare questo per essere figli di Dio?

 

Affinché qualcuno lo testimoniasse di Gesù, ha dovuto vederlo morire sulla croce senza aprir bocca (Marco 15:39). Chi ha Dio come padre è disposto a dare la sua vita per Lui, e chi riesce a morire per amore degli altri sarà riconosciuto davvero come figlio di Dio. Il cristianesimo è una cosa seria e il recarsi in chiesa non deve in alcun modo zittire la coscienza. Solo coloro che si adoperano per la pace sono chiamati figli di Dio. Vivere in maniera contraria all’evangelo inficia la testimonianza di fede. Trovo ingiusto che le azioni scellerate del singolo si ripercuotono su tutta la comunità. Nello stesso tempo credo sia inaccettabile essere parte di una chiesa per mettere a tacere la coscienza mentre si compiono azioni che contraddicono la testimonianza. Nonostante le difficoltà che tutti possiamo incontrare lungo il cammino, dobbiamo distinguerci per atteggiamenti di onestà e di pacificità, quali “il porgere l’altra guancia” o “l’amare il proprio nemico”. Pertanto un credente non dovrebbe mai fare ricorso alla violenza per farsi giustizia da sé, la prepotenza non appartiene al cristiano.

 

Coloro che Dio ha posto a sentinella del popolo Suo, non possono sorvolare e non condannare un comportamento violento. La fede non è una farsa, né l’azione della domenica. Ogni atteggiamento segnato da falsità e ipocrisia va combattuto. L’apostolo Paolo paragonava i fedeli a una lettera aperta e al buon profumo di Cristo (2Corinti 2:15). Fa male al cuore quando dalla chiesa si levano cattive testimonianze e comportamenti che stridono con il termine “cristiano”. Ecco perché ritengo che in circostanze di guerra o violenza sociale non basta semplicemente orare. Riconosco la potenza della preghiera, ma credo che dietro la locuzione “preghiamo” si nasconde spesso un atteggiamento vigliacco di chi vuole scaricare ogni responsabilità e peso a Dio. Non basta, è necessario che i figli iniziano a muoversi: chiedere perdono o ringraziare tanto per cominciare. Adoperarsi significa fare qualcosa, innanzitutto cambiare modo di pensare e di agire. Benedetto da Norcia coniò il motto “Ora et labora”, ovvero prega e lavora, perché la preghiera deve essere sempre seguita da un’azione concreta.

 

Possa Dio donarci la capacità di costruire ponti, e donarci gli strumenti per edificare la pace. Quanto Egli ci ha donato possa essere utilizzato non per compiere il bene. Le parole dell’apostolo Giacomo «Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato» (4:17) scuotano le nostre coscienze. Se al pungolare della Sua parola le nostre vite non sono scosse allora tutto è finzione, Dio è morto. Se invece ci sono reazioni, si manifesta il coraggio di agire vuol dire che il Signore è presente in mezzo a noi e la Sua parola dimora in noi. A cosa può servire pregare per una guerra lontana da noi e per i morti che non conosciamo, se poi non abbiamo il coraggio di tendere la mano al vicino: è contraddittorio! Io credo nell’evangelo che cambia le vite. Chi deve giudicarci e ci giudicherà non è un uomo, ma Dio; e se non ci adoperiamo per la pace non siamo credibili quando predichiamo il Suo nome, perché non siamo figli Suoi. «Sapendo queste cose sarete beati se le metterete in pratica» (Giovanni 13:17).

 

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Una meditazione sul tema: I figli di Dio (Matteo 5:9)

 

 

Foto di Cheryl Empey, www.freeimages.com

 

 

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