Essere benedizione

26.06.2019

 

Un’incessante flusso mediatico e lo stravolgimento di fenomeni culturali stanno costringendo la Chiesa in generale ad uscire da un atteggiamento difensivo e di arroccamento sulle sue posizioni, per “rivedere” l’istituzione famiglia alla luce dei continui stravolgimenti sociali e, quantomeno, riflettere su come evangelizzare e accogliere chi viene o mantiene posizioni diverse. Dato di fatto è che parlare di famiglia diventa ogni giorno sempre più complesso e delimitarne il perimetro impresa ardua. Il Salmo 68:6 dichiara che «Dio fa abitare il solitario in una famiglia», prospettando questa come luogo di accoglienza, compagnia e sostegno lungo il cammino della vita. Resta cristianamente imprescindibile il principio di Genesi secondo cui «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla donna», ripreso dall’apostolo Paolo nella lettera agli Efesi e presentato come “un mistero”, come quello della relazione tra Cristo e la Chiesa. Biblicamente risulta difficile per il credente concepire una famiglia se non fondata su un’unione tra due coniugi di sesso diverso, legati nel vincolo del matrimonio, e accompagnata da una prole. Eppure la realtà è altra, fatta di difficoltà a costruire una famiglia e di altrettante nel preservare stabilmente le sue relazioni. Ciascuno di noi, qualunque sia stata la sua esperienza di famiglia - appartenenza, provenienza o costituzione che sia - è giunto alla conclusione che “non esiste la famiglia perfetta”.

 

Da responsabile di comunità, figlio, marito e padre, fratello, amico e conoscente, non posso ciecamente identificare la famiglia con il quadretto felice di una coppia sorridente in compagnia di due bambini, solitamente sempre un maschietto e una femminuccia. Basta il solo dato di quanto sia difficile progettare un matrimonio per la carenza di certezze economiche in un mondo lavorativo sempre più evanescente. L’innalzamento della soglia di età del matrimonio si ripercuote poi sulla scelta di avere figli, e i dati statistici impietosamente ci ricordano che stiamo assistendo a un preoccupante calo demografico. Quando poi ci sono lavoro e figli come si farebbe senza i nonni? Sono pezzi di famiglie anche quelli rimasti vedovi o orfani. Così come lo sono in senso allargato l’insieme parentale per necessità varie: con zii o nonni sotto lo stesso tetto. E ancora, come rapportarsi ai contesti di violenza e abusi dove il termine “famiglia” è solo un dato demografico? Non ritengo infine di escludere neanche quelle coppie che agognano un figlio.

 

Dinanzi a questo scenario non intendo proporre uno studio biblico sulla famiglia, lascio il compito a tanti predicatori ferrati nelle Scritture. Piuttosto desidero offrire una parola che possa sì stimolare una riflessione sulle questioni accennate, ma che possa essere profetica per la comunità cristiana, ricordandole la sua vocazione. C’è un profeta il cui nome significa “YHWH ricorda”, sacerdote levita, nato e cresciuto durante l’esilio in Babilonia, contemporaneo di Esdra e Neemia: si tratta di Zaccaria. Insieme a Zorobabele, al sacerdote Giosuè, fece ritorno a Gerusalemme con circa cinquantamila giudei, a seguito dell’editto di Ciro il Grande. Una volta a Gerusalemme, i rimpatriati iniziarono i lavori di ricostruzione del tempio. L’oppressione esterna però bloccò i lavori per sedici anni, fin quando Aggeo prima e Zaccaria dopo diedero al popolo quel conforto profetico che li spinse a completare i lavori. La parola profetica radicata al presente echeggia sul rimbombante «Così dice l’Eterno» che si ripete nel capitolo 8 di Zaccaria, dopo il verso 13 «… quando vi salverò sarete una benedizione» che apre alla nostra riflessione biblica. Troppi ancora i credenti che rincorrono un desiderio di benedizione, intesa nel “voglio essere benedetto”. Eppure Dio compie un’opera in noi e per noi affinché diventiamo una “benedizione” per altri. Il punto sta nel comprendere come Dio può benedire gli altri (singoli, famiglie e popoli) attraverso noi come fece con Abramo. Se teniamo conto che il termine ebraico per benedizione è “berakah”, la storia biblica ci viene incontro nel primo libro delle Cronache, al capitolo 12. Quando Davide era fuggiasco per timore di Saul, alcuni valorosi guerrieri si unirono a lui per aiutarlo, e tra questi un certo Berakah. Costoro erano in grado di usare la sinistra e la destra per tirare sassi e usare l’arco. Ecco che essere aiuto e sostegno nella difficoltà diventa l’equazione della benedizione.

 

Un altro profeta di Dio è strumento in singolari situazioni familiari. Elia si presenta a contrastare il potere rappresentato ed esercitato da una coppia mista, quale erano Acab e la fenicia Jezebel. Troverà il conforto in una vedova di Sarepta di Sidone, alla quale successivamente restituirà in vita l’unico figlio. Le vicende di Elia sottolineano come attraverso le difficoltà della vita, nostra e di coloro che siamo chiamati ad amare e aiutare, la nostra fede diventa più vera, adulta, robusta, con meno fronzoli. Quando tendiamo la nostra mano al bisognoso come noi scopriamo che i problemi che ci affliggevano scompaiono. Riprendiamo i lavori di costruzione del regno di Dio senza lasciarci frenare da niente e nessuno. Il tempo sfugge e noi siamo chiamati ad un’azione «a tempo e fuor di tempo». Per rispondere al nostro iniziale discorrere, ritengo che oggi più di ieri siamo chiamati ad incontrare il bisogno e non ad esaminare le questioni da una prospettiva sociale o politica. Le parole del dottor Patch Adams ricordano che “quando curi una persona puoi vincere o perdere, quando ti prendi cura di una persona puoi solo vincere”. La parola di Dio nella parabola del buon samaritano (Luca 10) ci presenta chi lungo il suo cammino non ha disprezzato colui che era sofferente, ma è sceso dalla cavalcatura e si è preso cura di lui. Dopo averlo curato, lo ha affidato a un locandiere raccomandando «prenditi cura di lui». Nel far nostro questo mandato saremo certamente una benedizione. Io lo voglio!

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