La speranza è il primo capitolo di ogni discorso su Dio

14.06.2016

La teologia ufficiale, rendendosi conto che un tipo di atteggiamento proiettato tutto sulla promessa del ritorno di Cristo ha condizionato il mondo cristiano attraverso una visione puramente a vantaggio di un futuro promesso a discapito del presente e del suo progresso, ha cercato di accantonare o per lo meno di porre al margine del discorso teologico l’escatologia e la speranza cristiana. Infatti, a questo ha contrapposto un ideale teologico in cui il mondo è visto come quello di tutte le cose possibili e il cristianesimo come fondamento e stimolo del suo progresso. 

 

Questo processo ha trovato il suo apice, soprattutto, in quei secoli dove il progresso e l’evoluzione umana, sia sociale e politica, sono apparse come la realizzazione del regno di Dio sulla terra, cioè i secoli: XVIII e XIX. In questi secoli si è cercato di generalizzare il discorso escatologico, tanto da renderlo un’appendice della teologia cristiana (basti guardare un normale manuale di teologia cristiana o una qualsiasi opera di teologia sistematica). L’ottocento vede così la speranza cristiana realizzata attraverso la fede nel progresso. La speranza dell’uomo si vide ‘compiersi’ nel proprio mondo, come se in esso si fossero realizzate anche le attese cristiane. Ogni discorso che riguardava la fine e il regno futuro di Dio fu fatto tacere e neutralizzato dalla chiesa istituzionale. La resurrezione di Cristo fu vista come un evento compiuto e separato dalla speranza della resurrezione futura dei credenti. L’attesa di “Nuovi cieli e una nuova terra” fu spiritualizzata e la chiesa istituzionale s’identificò sempre più con il Regno di Dio. L’annuncio del Ritorno fu sempre più relegato ai margini di ogni discorso cristiano, rendendolo puramente ornamentale e superfluo, non necessario per il messaggio.  

 

Dopo le guerre mondiali, quando l’ideale della realizzazione di un mondo quasi perfetto scomparve per il disastro provocato, fu rivisto l’intero impianto teologico e finalmente si comprese che, in realtà, quello che si era creduto finalmente realizzato, non era altro che una pura chimera. Il cristianesimo finalmente si disincanta e ritorna con i piedi per terra e comprende la necessità di ripensare e ripresentare il discorso escatologico e della speranza cristiana. Gran parte di questo merito va’ riconosciuto ai movimenti di risveglio, che si sono sempre posti come alternativa alla chiesa ufficiale, avendo proprio come base della loro ‘proposta teologica’ l’escatologia cristiana, e come incipit della loro predicazione e anche opera sociale sempre e comunque il ritorno del Signore. Questi hanno dato il contributo maggiore, affinché il cristianesimo fosse liberato dall’incanto del ‘mondo’ e dalla sua secolarizzazione e riscoprisse la sostanza e la “novità” del messaggio.  Allora si è scoperto, come afferma Moltmann, che la speranza cristiana non dovrebbe stare più alla fine ma essere il primo capitolo di ogni discorso su Dio. 

 

Nella prima epistola di Pietro leggiamo: “Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni“ (3:15b). La speranza cristiana allora non è un fatto privato o da interiorizzare, ma, in un mondo ormai trasformato in missione, una parola e un’occasione di testimonianza. Essa è elemento caratterizzante per il cristiano e attesa per i non credenti. Da chi confessa nel mondo la propria fede in Cristo Gesù, il mondo attende una parola e una dimostrazione di “speranza”, non come quella fatta solo di utopia e sogni, che per certi versi si riconosce un male, ma quella “speciale” perché diversa, cioè: la speranza cristiana. Quando la chiesa di Cristo dà conto della propria speranza di fronte agli uomini, allora essi sono disposti ad ascoltare quello che essa ha da dire. Infatti, per ogni uomo credente e non, lo stato della disposizione è in sé una contraddizione che vuole risolversi, diventa una condizione insostenibile, felice e paurosa, perché ci si rende conto di non essere quello che ci si spera e di essere proprio quello che ancora essa non è (Bloch). Solo la speranza rende i cuori già disposti, aperti per il futuro e pronti alla promessa. Una disposizione che diventa causa di disturbo per sé stessi e per il mondo, poiché, non si accetta più lo stato di cose così come sono e si diventa pronti per cambiare in vista di qualcosa di nuovo, per un futuro che si pone davanti diverso, quello promesso da Dio.

 

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