Un cristianesimo non religioso

Così scriveva Dietrich Bohnoeffer nel maggio del 1944 in un carcere della Gestapo, poco prima di essere giustiziato. Queste parole racchiudono implicitamente un concetto sul quale il teologo luterano ha sempre insistito – tant’è che molti studiosi gliene attribuiscono la paternità – ossia quello di un "cristianesimo non religioso".
 
«Pace, salvezza, rinascita, Spirito Santo, amore per i nemici, croce e resurrezione, vita in Cristo e sequela di Cristo: sono tutti concetti che per noi sono diventati difficili e ci sembrano lontani tanto che non osiamo più parlarne. Nelle parole e nelle azioni che ci sono state tramandate presagiamo qualcosa di nuovo e di rivoluzionario, senza però riuscire a comprenderlo e a esprimerlo. È questa la nostra colpa. La nostra Chiesa, che negli ultimi anni ha lottato soltanto per la sua conservazione, come se fosse fine a se stessa, è incapace di farsi portavoce del messaggio di conciliazione e di redenzione. Perciò i discorsi precedenti devono essere privati di forza e messi a tacere e oggi il nostro essere cristiani deve consistere soltanto in due cose: nella preghiera e nell’azione di giustizia tra gli esseri umani» (La fragilità del male, Piemme, Milano 2015).

 

Molte prediche oggigiorno sembrano indirettamente far eco a questo messaggio, ma, ahimè, bisogna ammettere che concretamente si è incoerenti. Questa contraddizione tra predicazione e azione risulta evidente nella visione del mondo che alcune chiese hanno e nella relativa attività missionaria che intraprendono. La concezione del mondo dei movimenti pentecostali è da sempre influenzata dalle asserzioni bibliche, derivanti dall’antica interpretazione religiosa del giudaismo e del cristianesimo, secondo le quali per mondo si intende tutto ciò che – a cominciare dal principio negativo della storia – si può trovare come impulso a una nuova colpa, e come manifestazione di questa colpa scaturita dalla creazione nel suo insieme in quanto soggetta alla schiavitù della corruzione, alla caducità. Detto in parole semplici, il mondo è ciò che è ostile a Dio. Da qui scaturiscono due concezioni errate che possono condizionare in negativo l’attività missionaria: l’integralismo ed il dualismo. Il primo, è il tentativo di alienare il mondo dal suo carattere mondano: lo si vuole integrare nella Chiesa, strumentalizzandolo come materiale di dominio e di autorappresentazione ecclesiale; il secondo, vede il mondo soltanto come un pericolo per la Chiesa e concepisce l’impegno nel mondo e nei suoi compiti come irrilevante per la salvezza eterna in Dio.

 

Il mondo è anche una rivelazione con allusione al Creatore: un creato buono e bello a onore di Dio, destinatario voluto dell’amore di Dio e non qualcosa che contiene forze ostili a Dio. La creazione esiste nella speranza e nella promessa di essere redenta (Romani 8:18-22). Una visione esclusivamente negativa del mondo non rende giustizia alla missione di Gesù, in quanto prova d’amore costante di Dio per il mondo e la sua volontà di perdono, grazie alla quale esso deve essere salvato. «Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio …» (Giovanni 3:16s). La Chiesa non può evitare di percorrere la via per eccellenza (1 Corinzi 12) e per mezzo di essa almeno provare ad emulare l’amore di Dio per il mondo. Per la Chiesa, l’impegno nel mondo e la chiamata da parte di Dio dovrebbero essere diversi, senza che per questo la loro unità sia annullata (questo contro il dualismo); inoltre essi dovrebbero essere un’unica cosa senza essere reciprocamente identici (questo contro l’integralismo). 

 

Alla luce di queste considerazioni, sarebbe sicuramente legittimo porsi come una comunità distinta, ma senza apparire come un circolo-ghetto. Lo Spirito non può essere tenuto in ostaggio dalla Chiesa, quasi che il suo unico compito fosse quello di conservarla e di proteggerla dal mondo esterno. Egli ne oltrepassa i confini, non avendo limiti né di tempo, né di spazio, ed è segretamente all’opera nell’umanità e nel mondo per la Salvezza di Dio. La Chiesa dovrebbe sforzarsi di attualizzare l’amore di Dio nel quotidiano, dove sono rese presenti e operanti la giustizia e la virtù. L’amore – che essa dovrebbe attualizzare – abbraccia con lunghe e larghe braccia; smette d'essere astratto quando stringe, congiunge, include, sposa, affratella, aggrega. Questo amore si concretizza solo nella koinonia, nella comunione. Il movimento pentecostale non può trascurare questa comunità: ignorarla gli è proprio vietato. Diversamente sono giustificate le critiche che gli vengono rivolte: «Dove sono i carismi di questi “carismatici” nella quotidianità del mondo, nei movimenti per la pace, per la liberazione, per il rispetto dell'ambiente? Se i carismi non ci sono elargiti perché fuggiamo da questo mondo in un mondo di sogni religiosi, ma testimoniamo proprio nei conflitti del mondo il potere liberante di Cristo» (J. Moltmann, Lo Spirito della vita, Queriniana, Brescia 1994).

 

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