Quanti "angeli" nel buio...

23.11.2016

 

Siamo troppo avvolti nel turbine delle nostre attività e/o persi nell’interminabile elenco dei nostri impegni da non riuscire più a distinguere la ricchezza dell’umanità che Dio ci ha donato. Per questo ho scelto di condividere con voi uno spaccato di vita, sicuramente a tanti comune, ma non da tutti considerato. Mi riferisco al mondo ospedaliero, spesso frettolosamente bistrattato, e con esso a quelle tante persone che lo popolano rendendolo unico, nella speranza che possiamo ogni tanto ringraziare chi svolge una “missione” pro vita.


Quando la città è avvolta dal buio e il silenzio regna nella case lasciando il posto al sonno c'è un posto da far invidia al locale alla moda più in auge e dove il via vai non conosce pausa anche in piena notte. Tra chi vi trova riparo e chi lo usa come punto di ascolto, anche a noi è capitato di farci un salto. Appena entri prendono forma alcuni invisibili rannicchiati nella hall per superare il freddo della notte sotto la luce di un luogo abitato. Presto accolti per l'orario disagevole o per grazia, ci ritroviamo in una saletta alquanto ospitale. Quattro letti disposti ad elle: su di un lato un paziente infartuato a rischio, poi un filippino riconoscibile dai tratti somatici e con le pantofole, tremante, avvolto in un cappotto corto, la cui solitudine fa a pugni con il capannello di persone del letto affianco; sull'altro lato dietro una tendina gialla il russare misto a lagna di un uomo simile a un plantigrado in letargo. Dopo la scrupolosa e gentile visita del medico e l'arrivo dell'infermiera con la terapia, ci intratteniamo osservando lo scendere della soluzione e controllando il miglioramento.
Fuori un infermiere panciuto, con le maniche tirate fa lo scorbutico con il collega che lo ha chiamato per un aiuto a sollevare l'ultimo arrivato. 


Serve il letto e ci spostano nella sala dei pazienti post terapia e in attesa di controlli successivi. Come fuori al bar, in un caldo pomeriggio d'estate un manipolo di sessantenni ricordano i loro fasti di gioventù, imprese delinquenziali, mangiate offerte da questo o quello, sapori di una vita degna di essere vissuta, mentre ora senza fame e sonno attendono il prossimo prelievo per il controllo degli enzimi. Clienti abituali di un ostello che non offre da mangiare né da bere, né tantomeno accoglienti stanze da letto, ma solamente una sedia di plastica blu e non sempre integra. Su una barella un ragazzo accudisce il papà che lo stringe a sé a mo' di coperta, si rimpicciolisce per fargli spazio e tenerlo al suo fianco, condividendo oltre al dolore il giaciglio. Li osservo e mi commuovo, fanno invidia alla pietà di Michelangelo. 


Un nome d'improvviso viene vocato a destare chi si era assopito: è arrivato il turno per un prelievo, basta vantarsi di abitare vicino al magistrato parlamentare, qui non serve. Mentre le provette si riempiono, nel mesto corridoio regnano come una coppia di aquile i due medici, che dal banco nido sovraintendono le operazioni e si piombano all'occorrenza. In un momento di pausa, si levano commenti sulla gestione, sulla mancanza di strutture, le singolari reazioni dei pazienti. C'è familiarità tra squarci di insicura umanità, sguardi persi nel vuoto, volti catturati dalla paura. In fondo si va in ospedale per non morire. Cominciano ad apparire i primi bagliori dell'alba quando ci apprestiamo a far ritorno a casa. Ci aspetta una nuova giornata, e tra poco questi “angeli” della notte troveranno il loro riposo. Signore, benedici chiunque si prodiga (anche come lavoro) ad offrire un servizio per il bene altrui.
 

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