Essere benedetti

05.01.2017

La ricerca della “benedizione divina” è alquanto diffusa, e l’uso del termine “benedetto” quasi una moda, se non un intercalare linguistico. Uno sguardo ai milioni di post nei social rende l’idea di cosa molte persone intendono per “essere (o sentirsi) benedetti”: da un’invocazione sulla vita altrui a vanto personale. Ecco allora che un miglioramento della propria condizione o un risultato positivo negli studi o sul lavoro viene etichettato come “benedizione”.

 

Probabilmente l’eccessivo uso che ne facciamo come cristiani è sinonimo della nostra fiducia nel favore divino. Ecco che preghiamo affinché Dio benedica la nostra vita, la nostra famiglia. Fino a rassomigliarla alla pioggia che scende dal cielo e a chiedere a Dio di mandare “piogge di benedizioni”. Nello stesso tempo reputiamo quanto immeritatamente raccogliamo lungo il nostro sentiero come la Sua benedizione. Da ciò che vediamo negli altri, in una chiesa e altrove diciamo che si tratta di essere o meno benedetti. Ma cosa è veramente la benedizione di Dio? Per alcuni, ahimè, la bella vita. Essere benedetti è divenuto sinonimo di una vita di successo, di ricchezza e abbondanza. Nei casi peggiori, un matrimonio felice e figli obbedienti, un corpo sano e tanti amici fidati. Siamo realmente sicuri che sono queste le caratteristiche di una vita benedetta? Se così fosse, credo che chi è in una tale condizione potrebbe presto sentirsi autosufficiente e compiaciuto. Orgoglioso di aver raccolto i frutti del suo duro lavoro, e senza accorgersene diventare un po’ come il pubblicano nel tempio che pregava “io non sono come quello”. Arrivato a questo punto non avrebbe più bisogno di gridare a Dio: può contare su sé stesso.

 

Nei miei anni di vita cristiana ho fatto una constatazione, che spero sia comune a molti. Mi sono accorto che la mia ricerca di Dio è direttamente proporzionale ai mie bisogni, ossia il mio desiderio di lui è alimentato dalle mie necessità. Più la mia vita è nella polvere più il mio cuore grida al Signore affinché la rialzi. È quello stato di perenne “insoddisfazione” a tenermi sulle mie ginocchia e a cercare la faccia dell’Eterno. Da tempo ho scoperto che tutte le benedizioni terrene sono temporanee: mentre ce l’hai ti può essere tolto. La storia di Giobbe docet. Forse quello che ti appariva incrollabile, perché fondato e stabilito da Dio, improvvisamente è crollato e ti sei ritrovato a raccogliere i frantumi dei tuoi sogni. Credimi, è proprio in mezzo agli eventi dolorosi, quando tutto appare incomprensibile e inaccettabile, che puoi sperimentare la benedizione di Dio, una fede solida e un amore così profondo. Nessuna prosperità o abbondanza avrebbero potuto tanto. 

 

La Scrittura ci traccia un chiaro sentiero, con oltre un centinaio di riferimenti alle parole “benedire, benedizione, benedetto/i” che non hanno alcun collegamento alla prosperità materiale. Basterebbe il solo sermone sul monte e il discorso sulle “beatitudini” (benedizioni) per stravolgere ogni possibile deviazione: “Beati i poveri in spirito, quelli che piangono, quelli che sono perseguitati, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno” (Matteo 5). Altrove l’essere beato è conseguenza dell’ascoltare e osservare la parola di Dio (Luca 11:28) o del perdono ricevuto (Romani 4:7). Nel Nuovo Testamento la benedizione è strettamente collegata sia con la povertà e la prova oppure ai benefici spirituali di essere uniti dalla fede a Gesù. La parola greca tradotta “benedetto/beato” è makarios, che significa essere pienamente soddisfatto, indipendentemente dalla condizione, e si riferisce a coloro che ricevono il favore di Dio.

 

Allora cos’è benedizione? Ho sempre ritenuto sinteticamente la benedizione null’altro che Dio con me, ossia la Sua presenza al mio fianco, Egli dalla mia parte, così come rappresentato nella lotta di Giacobbe con l’angelo. La Scrittura mostra che è tutto ciò che Dio dà e che ci rende pienamente soddisfatti in Lui, avvicinandoci a Gesù. Nello stesso tempo è quanto ci aiuta rinunciare alle cose materiali e temporali e a ricercare le cose che durano in eterno. E purtroppo, anche se non ci piace, si tratta spesso di lotte e prove, delusioni e amarezze. Il dolore e la perdita ci trasformano. Anche se a volte sembra che ci confondono, possono anche spingerci ad una vita più profonda con Dio. Scopriamo così che Dio è per noi, con noi e in noi. Siamo così benedetti!
 

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