L'amore di Dio sopravanza

24.01.2017

Il profeta Osea offrì la sua vita per comunicare un messaggio da parte di Dio. Un’espressione chiave del suo libro è «Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza» (4:6a). Essa racchiude tutto il phatos di Dio nei confronti del popolo. Una lettura sommaria potrebbe lasciar intravedere un Signore intento a sfogare la Sua ira, ma una più attenta evidenzia invece un tono malinconico. La locuzione “il mio popolo” palesa come Dio si senta responsabile e vicino ad Israele, e nonostante le azioni malvagie commesse da questi la Sua reazione non è di vendetta, ma di profonda sofferenza per la mancanza di conoscenza. Tale afflizione si estende a tutto il creato, anche agli animali celesti, terrestri e marini.


Ripercorrendo la vita di Osea scopriamo che Dio gli chiede di prendere in moglie una donna prostituta per un’unione simboleggiante il rapporto del Signore con il Suo popolo. Potrebbe apparire singolare come paragone, ma se pensiamo alla nostra vita prima di incontrare la grazia in Gesù, anche noi eravamo nella prostituzione spirituale. Infatti la nostra vita era devota, dedicati ad altri o altro da Dio. Eppure Egli ci ha sposato nonostante  la nostra promiscuità spirituale, prodotta dalle nostre debolezze. Infatti, nonostante la decisione di cambiare vita, certe situazioni possono ripresentarsi e riportarci alla vecchia condotta. 


L’amore divino sopravanza ogni pecca. Stupisce considerare che il Signore ci ha accolti non costringendoci alla fedeltà. Così ad Osea chiede di prendere una prostituta, amarla e creare con lei una famiglia, ma dopo poco tempo questa ritorna al suo peccato (3:1). Dio ci ama e ci ha sposati attraverso Suo Figlio. Nonostante sappiamo di appartenerGli e di aver scelto di vivere la nostra vita con Lui, ci sono momenti, periodi o situazioni che ci portano a tradirLo, a voltarGli le spalle e darci ad altri. Lui non si adira, anzi poiché ci ama, soffre e considera la condizione in cui cadiamo. Egli sa bene che ci ritroviamo in certe circostanze per una mancanza di conoscenza. 


Il testo sembrerebbe preannunciare una catastrofe, e il cuore dell’uomo quasi la auspica come modalità per la propria redenzione. Si tende a pensare che le conseguenze delle nostre trasgressioni o delle scelte errate siano da attribuire ad una sorta di prova, a cui Dio ci sottopone. Non comprendiamo, invece, che tutto ciò che seminiamo poi raccogliamo. Ed ecco spiegato perché si “perisce per mancanza di conoscenza”, poiché ci si convince che il Signore provi la nostra vita. Senza sapere che se davvero lo facesse saremmo trovati più che mancanti sempre.


Lo stesso Giobbe non fu privato dei suoi cari e delle sue proprietà da Dio, ma fu il diavolo a chiederGli di mettere alla prova la fede. La Scrittura ci ricorda che non saremo colti da tentazione superiore alle nostre capacità, ma ciò non significa che sia il Signore a mandarla. Se vogliamo che non vada oltre le nostre forze dobbiamo stare attenti alle tentazioni che ci scegliamo perché siamo noi a sceglierle.


L’Eterno, a differenza del nostro pensare, non mostra ira, bensì si addolora per noi. Egli attira a sé con legami di amore nonostante il nostro divincolarci: “Io insegnai a Efraim a camminare, sorreggendolo per le braccia; ma essi non hanno riconosciuto che io cercavo di guarirli” (11:3). Egli è Colui che sostiene il Suo popolo come si insegna a camminare un bambino. Il popolo però non comprese e ancora non comprende: “Io li attiravo con corde umane, con legami d’amore; ero per loro come chi solleva il giogo dalle mascelle, e porgevo loro dolcemente da mangiare. Israele non tornerà nel paese d'Egitto; ma l’Assiro sarà il suo re, perché hanno rifiutato di convertirsi” (11:4-5). Il Signore non punì Israele, ma furono le conseguenze delle loro scelte a farla da padrona. “La spada sarà brandita contro le sue città, ne spezzerà le sbarre, ne divorerà gli  abitanti, a motivo dei loro disegni. Il mio popolo persiste a sviarsi da me; lo s’invita a guardare a chi è in alto, ma nessuno di essi alza lo sguardo” (11:6-7). 


Il cuore di Dio però è mosso a compassione: “Come farei a lasciarti, o Efraim? Come farei a darti in mano altrui, o Israele? Come potrei renderti simile ad Adma e ridurti allo stato di Seboim? Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono. Io non sfogherò la mia ira ardente, non distruggerò Efraim di nuovo, perché sono Dio, e non un uomo, sono il Santo in mezzo a te, e non verrò nel mio furore” (11:8-9). Lasciamo avvolgerci dai Suoi legami d’amore, non corde umane ma vincoli d’amore. Paolo dirà che l’amore di Dio ci costringe, ci attira a sé. Il nostro sia un impegno alla fedeltà, ricordando che Egli è venuto a cercarci più e più volte quando chiunque altro altri ci avrebbero abbandonato.

 

Una meditazione sul tema: Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza (Osea 6:1)

 

Foto di: Marco Michelini
 

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