La prova di Abramo

15.02.2017

 

Abramo che ha ubbidito alla voce di Dio, al Suo volere anche quando questo poteva apparire incomprensibile ed assurdo. Fu grazie alla sua sottomissione che divenne strumento per un’opera tale da raggiungere generazioni future. L’obbedienza a quanto l’Angelo del Signore gli riferì, circa il sacrificio di suo figlio Isacco, comportò la promessa di una benedizione e moltiplicazione così estesa che avrebbe riguardato generazioni future, anche se lui umanamente non le avrebbe viste. La nostra misera fede, il più delle volte, invece è egoistica perché legata alla nostra vita e chiede cose che riguardano il contingente. Non afferriamo che siamo chiamati ad essere un seme, uno strumento da cui può nascere un frutto per altri.

 

Il Nuovo Testamento ci ricorda che siamo “progenie d'Abrahamo ed eredi secondo la promessa” (Galati 3:29) che Dio gli rivolse e a cui è rimasto fedele per la sua obbedienza. Quando Dio promette non ritorna sui Suoi passi, anzi la Scrittura ci ricorda che quando Egli comincia un’opera la porta a compimento (Filippesi 1:6). Nella storia si sono succeduti ad Abramo: Mosè, che condusse il popolo alle porte di Canaan, ma non vi entrò; Giosuè, poi i Giudici e i profeti. Tutti protagonisti di un’opera che non si è fermata ai loro giorni, fino ad arrivare a Gesù che pur avendo lasciato questo terreste albergo ci ha assicurati che sarebbe stato con noi in ogni tempo. Abramo ha un cuore che sa dire: “Eccomi”. La stessa espressione usata anche da Isaia quando dinanzi al trono divino ode una voce chiedere chi sarebbe andato per Lui (Isaia 6). Quella locuzione prima di dire che sarebbe andato dove Dio avrebbe voluto inviarlo voleva significare: “Signore, sono qui pronto a sforzarmi di adempiere la tua volontà”. Un giorno Dio ridomandò ad Abramo suo figlio Isacco. Quel che gli chiedeva in realtà non gli apparteneva, in quanto il Signore stesso gli aveva precedentemente donato. Egli non toglie nulla di quello che non ha dato. Oltretutto è bene ricordare che non possediamo nulla, siamo venuti dalla polvere e ad essa torneremo. Solo se in noi dimora la stessa fede di Abramo la richiesta di Dio non ci sembrerà assurda. 

 

Abramo, come noi, affrontava problemi e paure; viveva tra litigi e bugie; aveva un cuore e Dio guarda soprattutto a quello. Gli chiese di prendere il suo unico figlio e di offrirlo in olocausto, il che voleva dire bruciarlo. Nell’ubbidienza non proferì parola alcuna, organizzò tutto l’occorrente e viaggiò per tre giorni durante i quali Isacco avrà posto tante domande, ma lui non rivelò nulla. Ci sarà stato poi un lasso di tempo in cui calò il silenzio, quello stesso della caverna in cui si rifugiò Elia, la stessa in cui richiudiamo i nostri pensieri, per poi esporli a Dio. È quello stesso lasso di tempo in cui facciamo domande ed attendiamo risposte, anche se molte volte più chiediamo e più diventa oscura la comprensione. Abramo arriva sul monte, prende le pietre ed inizia a preparare l’altare. Isacco che non è un ingenuo fanciullo, guardandosi intorno ha visto l’occorrente per il sacrificio ma non l’olocausto. L’opera che il Signore vuole fare desidera compierla con noi. Quando Gli chiediamo di provvedere dobbiamo comprendere che Egli vuole che lo si faccia attraverso la nostra vita. Abramo dovette legare Isacco… umanamente dovette essere enorme il dolore provato in quel momento, dovette andare contro i suoi sentimenti legando il bene più prezioso che aveva per riconsegnarlo a Dio. Nel momento della prova, quando il Signore chiede la nostra vita, coloro che non Lo hanno conosciuto abbandonano i propositi e vanno via. Chi Lo ha realmente conosciuto invece arriva a costringersi a fare la Sua volontà, pur non comprendendo il perché di quel che accade. 

 

Nel momento in cui Abramo sta per compiere quell’atto folle, Dio lo ferma perché mai chiederebbe di commettere una simile azione. Abramo non aspettava altro, quando si sentì chiamare per nome. Anche ora la sua risposta fu “eccomi”. Abramo non sacrificò Isacco perché Dio non ci toglie ciò che ha dato, ma a volte chiede di essere disposti a rinunciare ad esso. “Chi vuole essere mio discepolo rinunci a sé stesso”, disse Gesù. Ma non spogliò nessun discepolo né della famiglia e nemmeno dei figli. Egli ricerca la nostra disponibilità e la capacità di darGli ragione anche quando sembra impossibile. La forza di Abramo è rinchiusa nella sua sottomissione. Noi invece litighiamo con Lui perché pensiamo di essere dalla parte della ragione. Nonostante la nostra ostinatezza, Egli ci invita a discuterne assieme. Dopo aver discusso la conclusione è che Lui non sbaglia mai, e la sensazione che ci rimane è sentirsi felicemente sconfitti, riconoscendo la Sua grandezza che suscita in noi la sottomissione alla Sua volontà. Anche oggi possiamo sperimentare che il Signore è dalla nostra parte, che è il nostro vero ed unico amico, poiché l’amico è colui che da la vita per  suoi amici e Gesù ha fatto proprio questo per tutti noi.

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Una meditazione sul tema: La prova di Abrahamo (Genesi 22)

 

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Foto di Franci Strümpfer

 

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