Signore, abbi pietá

27.02.2017

 

Quando uno scandalo si abbatte sulla chiesa siamo tutti sconfitti. Non ci sono lacrime sufficienti per tutti. Per rappresentare quel che porta nel cuore chi ha zelo per l’opera di Dio e amore per l’umanità bisognerebbe ricorrere alla cenere sul capo e a vestiti di sacco. 


Purtroppo nelle ultime settimane stanno prendendo forma particolare, per alcune opere evangeliche, le parole dell’apostolo: “pascete il gregge di Dio che è fra voi, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri, non per avidità di guadagno ma di buona volontà, e non come signoreggiando su coloro che vi sono affidati, ma essendo i modelli del gregge” (1Pietro 5:2-3). La realtà, infatti, ci sta tratteggiando come un disegno, realizzato con sapiente acume, tutta la preoccupazione apostolica nei confronti di coloro preposti alla conduzione affinché fossero un chiaro e sano modello da imitare (1Corinzi 11:1; Filippesi 3:17). Senza preavviso e senza alcuna interpellanza, siamo chiamati a prendere atto della possibilità che anche in mezzo a noi ci siano soggetti che hanno capacità di recare irreparabili danni alle persone oscurando ogni possibile, seppur fioca, fiammella evangelica. Per costoro non è esaustiva l’espressione di "lupi rapaci in veste di pecore" (Matteo 7:15) proposta per i falsi profeti.


Finora ci eravamo assuefatti a contemplare l’esistenza di un filone scandalistico in altri ambienti religiosi a noi estranei, e se qualche volta certe voci ci lambivano erano ritenute con buona fede sicuramente fasulle e solamente un tentativo di discreditamento. Eravamo presi totalmente ad onorare il mandato della predicazione cristiana. Avendo ora rappresentanti del nostro ambiente sul banco degli imputati, siamo chiamati invece a riconoscere qualche falla. Su tutto ci sarà sfuggito il monito paolino:  “chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Corinzi 10:12). O forse abbiamo dato per scontato che “se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, tutte le cose sono diventate nuove” (2Corinzi 5:17). Eppure Gesù stesso ci aveva annunciato che “è impossibile che non avvengano scandali” (Luca 17:1) aggiungendo “ma guai a colui per colpa del quale avvengono!”. Lontano è il ben che minimo pensiero di condanna nei confronti di alcuno, ma inevitabilmente chi commette azioni scandalose si ritroverà a pagarne il prezzo, e purtroppo insieme a lui tanti altri, quelli di casa propria, la cerchia degli amici e conoscenti, fino a marchiare la comunità di fede e il paese di riferimento.


Le notizie di cronaca in questione, riguardando due “ministri” - la cui identità lascio alle cronache giudiziarie - vanno oltre ogni umana immaginazione e lasciano di stucco chi con riverenza e timore si sempre è tolto i calzari sul terreno del Signore. Dalla provincia di Trapani sono rimbalzate notizie mediatiche di opere di liberazione demoniache a sfondo libidinoso messe in atto da un “pastore”. L’etichetta di "pastore evangelico" di una chiesa pentecostale, mi ha fatto sentire “chiamato in causa”. Se a me che sono distante ha fatto un angosciante effetto, mi rendo conto di quale possa essere stata la reazione di chi invece nello stesso territorio porta avanti con integrità la missione evangelica e si spende quotidianamente per una testimonianza che profumi di Cristo. Neanche il tempo di prendere coscienza di questo scandaloso scempio, e la bellissima Sicilia, terra fertile e prospera per il pentecostalesimo italiano, ha ricevuto un altro scossone. Questa volta nel catanese, e la persona coinvolta non mi era estranea. Qui le accuse mosse nei suoi confronti, seppur nella stessa direzione, sono ancor più pesanti e gli articoli di stampa in circolazione forniscono tutti i dettagli.


Di certo faccio enorme fatica a trovare parole, per questo forse il silenzio sarebbe quanto mai opportuno per diverse ragioni. Se invece penso a quanti si stanno chiedendo come sia stato mai possibile che qualcuno abbia usato il buon nome di Gesù per soggiogare e approfittarsi di persone deboli piuttosto che proteggerle e aiutarle, non mi appagherebbe limitarmi a prendere solo le debite distanze da costoro. Evitando analisi che competono ad altri, auspico che questo scritto testimoni un umile tentativo di riflessione su quel che sta accadendo e su come stia mutando il credere di molti. Ritengo comunque, con la coscienza di chi veste i panni del ministero, che la gravità di queste dolorose vicende non possono oscurare anni di specchiata luce ministeriale di decina, centinai, se non migliaia, di ministri dell’Evangelo. Anche nel gruppo dei discepoli qualcuno non era “sincero e onesto”, pur seguendo Gesù. Le opere coinvolte (e con esse tutto il mondo evangelico) stanno vivendo la vergogna di una famiglia che ha un figlio che ha disonorato il suo buon nome, al pari del secondogenito della parabola che sperpera la sua dote dissolutamente. Chi ha la maturità spirituale riesce a capire la sofferenza che si sta vivendo. Ulteriore dolore è recato dalla constatazione che molti purtroppo si lasciano sopraffare dallo scandalo, rimanendone turbati e diffidando di chi non dovrebbero, rincorrendo voci o cercando analisi. 


Offrendo tutta la mia comprensione a chi ora ha tutto il diritto di essere deluso, mi sto interrogando intorno al fatto che se tutto questo “male” riguarda alcuni di quelli preposti alla cura e alla sorveglianza, cosa potrebbe nascondersi sotto lo stratificato patinato apparire di un cristianesimo a buon mercato? Veramente dobbiamo rassegnarci all’idea di un pentecostalesimo secolarizzato? Personalmente avevo proposto da alcuni anni uno scritto dedicato al decalogo con la profonda consapevolezza che nell’ultimo decennio il cristianesimo sia andato lentamente sbiadendosi. Come credente ispirato dalle Scritture non riesco ad ipotizzare altro rimedio per ripristinare la salute spirituale se non un ritorno alle radici bibliche, alla fede che produce opere. Naturalmente, e forse alleggerendo il nostro peso di responsabilità, potremmo dietro tutto ciò intravedere anche un’opera diabolica, il cui obiettivo è scoraggiare i credenti, allontanarli dalla preghiera, facendo loro perdere la visione di un Dio giusto giudice, difensore dei deboli, pieno di misericordia e largo in compassioni. Se qualcuno si sente autorizzato può scagliare pure la pietra, ma chi ha un cuore di carne implorerà con me: “Signore, abbi pietà”.


Mentre molti scendono sulla piazza per disquisire, vorrei volgere il mio cuore infranto a chi è stato provato, umiliato e deluso più di chiunque. Alle vittime e alle loro famiglie, semmai mi leggeranno, desidero esprimere tutta la mia vicinanza e il mio cristiano sostegno. Queste ferite difficilmente si potranno rimarginare integralmente e quando smetteranno di sanguinare resteranno le enormi cicatrici a ricordare questo abominio. Prego, non posso fare altrimenti, affinché il seme della fede in loro non muoia per sempre, perché Dio è tutt’altro. Gli uomini falliscono, Dio no. Gli uomini tradiscono, Dio è fedele. Non so come, ma Egli verrà per soccorrere. Per quello che ne potrà venire, auspico che la giustizia possa al più presto remunerare al meglio chi vi ha derubato.


Infine, a tutti noi, credenti storditi da questi avvenimenti, consiglio di trarre insegnamento per porre maggiore attenzione su noi stessi e sull'opera dove Dio ci ha posti. La chiesa sa esercitare con le sue mani umane la misericordia e la compassione divine, ma sa anche esercitare con la sua autorità la giusta disciplina. Mentre cammina nel mezzo di una valle di lacrime, riesce sempre a lasciare segnali indicatori di una via da seguire, quella delle orme di Cristo. Non saranno questi, o altri, scandali a farci ricredere. 

 

Foto di St. Mattox
 

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