Il pastore non è NO LIMIT

29.03.2019

 

Il pastore e quanti si affaticano nel ministero cristiano, salvo casi eccezionali, sono persone dotate di caratteristiche non comuni, altrimenti non potrebbero ricoprire quel ruolo. Portano avanti impegni con fedeltà settimana dopo settimana, da lunedì a domenica, e senza alcuna ricerca di fama o approvazione, ma solo con il desiderio di recare del bene agli altri. Nonostante lo sforzo profuso purtroppo finiscono spesso nella centrifuga della maldicenza o sotto la lente di chi “cerca il pelo nell’uovo”.  Per alcuni risulta inaccettabile prima e incomprensibile poi che ci possano essere delle cose che egli non possa fare, nonostante la fede e la buona volontà. Elencarle potrebbe apparire eccessivo o giustificatorio, invece è utile a far conoscere la sua umanità, affinché lo si possa sostenere nell’incarico. Dopo tutto questo elenco è comune anche a quelli che non sono nel ministero, il che vuol dire che abbiamo tutti le stesse limitazioni. Riconoscerlo aiuterà a stimarci e a sostenerci l’un l’altro. Ecco allora alcune delle tante cose che nonostante si impegni non riesce a fare.

 

Essere ovunque. Nessun essere umano può essere in più luoghi contemporaneamente e neanche il pastore ha il dono dell’ubiquità, e mai lo avrà. Per questo deve per forza maggiore rifiutare qualche invito, non riuscendo a visitare tutti quelli che reclamano la sua presenza. Nessuno dovrebbe arrabbiarsi se questo accade.

 

Leggere nei pensieri. Non sempre quel che tutti sanno è di sua conoscenza. Se qualcuno non lo informa, non ardirebbe mai fare l’investigatore nelle vite altrui. Allo stesso modo non può sapere quel che uno si attende da lui senza parlare. Pur ricercando il discernimento spirituale e carpendo qualche segnale dalle espressioni a lui rivolte, non riesce ancora a leggere quel che passa nella mente altrui.

 

Cambiare i cuori. Solo Dio può trasformare le persone e i loro sentimenti. Il pastore può consigliare, ascoltare, insegnare, esortare, ma senza la volontà propria nessuna vita potrà mai cambiare. Dipendesse da lui trasformerebbe le persone al punto da privarle di ogni spigolatura e avvicinarle alla perfezione. Ma non può, tanto più considerato che il cuore dell’essere umano è tendenzialmente “malvagio”.

 

Sapere tutto. La maggior parte dei pastori è dedita allo studio delle Scritture, cerca di approfondire e ampliare la propria conoscenza biblica, ma nessuno è in grado di rispondere esaurientemente a ogni tipo di domanda. Perché meravigliarsi se il pastore riconosce di non avere la risposta o se fa presente che è meglio approfondire la questione?
Allo stesso modo egli non può rivelare o raccontare le cose che sa di altri. Egli tutela la riservatezza di tutti.

 

Piacere a tutti. Raccogliere la simpatia di molti non è semplice, quando si predica e/o insegna in direzione diversa dalle aspettative. Potrà studiarsi di essere coinvolgente nell’esposizione, ma nei contenuti deve cercare l’approvazione di Dio. Gesù non si è mai curato di raccogliere il consenso della gente. Conta che dica sempre e soltanto la verità. Ancor di più quando predica la Scrittura.

 

Vivere senza sbagliare. In quanto persona anche lui è fatto di carne, ha un’anima e quindi fa parte dell’enorme schiera dei viventi che possono fallire, cadere e sbagliare. Per questo la Bibbia ci ricorda di non confidare nell’uomo. Solo così si evitano le delusioni. Pur mirando e cercando esclusivamente il bene di tutti, non sempre riuscirà a prendere le decisioni che si riveleranno le migliori. Solo chi non opera non sbaglia. Tutti possiamo commettere un errore involontariamente o anche inconsapevolmente. Ciò che non deve accadere è fare e/o aspettarsi favoritismi. Anche se tuo amico, il pastore è ministro di tutti.

 

Fare crescere la chiesa. Se la chiesa è in difficoltà o non cresce il numero dei credenti probabilmente ci saranno delle responsabilità, dalle quali egli non vorrà sottrarsi. Egli è chiamato a seminare, piantare e innaffiare, ma colui che fa crescere è Dio. Chi non vorrebbe vedere crescere la chiesa numericamente? Attenzione a non farlo a discapito della qualità del servizio e dell’integrità del Vangelo.

 

Ignorare o sottacere il peccato. Anche se non lo rende popolare, il pastore non può nascondere o tollerare situazioni che nuocciono alla testimonianza cristiana. Il peccato non può diventare un problema da affrontare psicologicamente, diluendo la predicazione per timore di toccare la suscettibilità di qualcuno.

 

Moltiplicare le risorse economiche. Nel nostro contesto italiano, la maggior parte dei pastori svolge attività secolare e non è di peso al bilancio ecclesiale. Di certo egli è chiamato ad insegnare la liberalità e trasferire il senso di responsabilità nel sostenere l’opera di appartenenza. Ma se non ci sono donazioni e offerte avrà ben poco da moltiplicare. 

 

Una persona comune spende oltre il 40 per cento della sua vita sul posto di lavoro. Questo vale anche per il pastore, che aggiunge a questo il carico ecclesiale e si ritrova con scarso tempo per sé e la famiglia. È ora di comprendere che nessuno è “no limits”. Dio resta il responsabile della nostra vita intera, dal lavoro alla famiglia, per questo «affida all’Eterno le tue attività e i tuoi progetti riusciranno» (Proverbi 16:3). Come chiediamo a Dio di dirigere la nostra vita, affidiamogli anche coloro che si prendono cura della nostra sfera spirituale, sentendo il trasporto per il loro impegno e trovando modo e occasione di incoraggiarli. A quanti invece hanno messo mano all’aratro e si stanno affaticando per l’opera desidero volgere l’esortazione a non far venire mai meno l’entusiasmo, la cui radice greca (en theos) ci ricorda di “essere in Dio” sempre e comunque. Infine, «qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l'eredità. Servite Cristo, il Signore!» (Colossesi 3:23-24).

 

 

Foto di Jesper Noer, www.freeimages.com
 

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