Per lo straniero occorre un “noi” e non un “loro”

11.07.2017

 

È da circa tredici anni che in Parlamento si discute di una riforma in materia di cittadinanza. In base alla legge datata al 1992, nel nostro paese vige il cosiddetto “ius sanguinis” in base al quale si acquisisce la cittadinanza italiana per il semplice fatto di essere nato da un genitore in possesso della medesima cittadinanza.

 

Il nuovo disegno di legge, invece, di cui nessuno ci ha ancora elencato i benefici o gli eventuali danni che arrecherebbe al Paese, ha introdotto il cosiddetto “ius soli”, cioè diritto del suolo, prevedendo in particolare due ipotesi: in primo luogo lo “ius temperato”, ovvero possono ottenere la cittadinanza italiana coloro che nascono in Italia da genitori stranieri, di cui però almeno uno deve possedere il permesso di soggiorno di lungo periodo e deve risultare residente in Italia da almeno cinque anni. La seconda ipotesi, invece, prevede un “ius culturae”, in base al quale potrà ottenere la cittadinanza italiana lo straniero nato in Italia o arrivato qui prima di compiere i dodici anni, che abbia regolarmente frequentato la scuola per almeno cinque anni o che abbia seguito percorsi di formazione professionali triennali o quadriennali con successo. In entrambi i casi l’acquisizione di tale cittadinanza non è automatica, ma servirà una dichiarazione di volontà da presentarsi ad un ufficiale di stato civile, da parte del genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale. 

 

Secondo le stime stilate da varie fondazioni in materia, tale riforma riguarderebbe circa 800mila stranieri figli di immigrati, che potrebbero diventare italiani dopo l’entrata in vigore della nuova legge. Una riforma che quindi avrà un forte impatto sulla popolazione italiana, riconoscendo la cittadinanza a circa l’80% dei minori stranieri residenti. E tutto ciò avrà sicuramente conseguenze in primo luogo economiche. Qualche politico, infatti, si è pronunciato sulla questione affermando che l’Italia non ha attualmente alcun bisogno di mano d’opera a basso costo, ma ha al contrario bisogno di dare lavoro a una marea di italiani in cerca di lavoro ad un livello di paga minima degno degli standard europei. Che sottile affermazione, come se non fossero le scelte politiche a creare le situazioni economiche. Ma non solo, si sostiene che favorirà il traffico di esseri umani; verrà promesso ai migranti di poter conquistare la cittadinanza facilmente e ciò porterà tanti disperati ad indebitarsi per arrivare nel nostro Paese e ai trafficanti di aumentare i loro guadagni. Ciò comporterebbe un’altra spinta all’immigrazione, secondo alcuni già insostenibile, aumentando il peso sul sistema sanitario e sulla previdenza. Ancora, i migranti che sbarcano provengono in stragrande maggioranza da Paesi musulmani, con una fede e una cultura del diritto troppo lontana da quella occidentale che, sono pochi a voler far propria.

 

Che succederebbe con lo ius soli in vigore? Probabilmente in 20-30 anni, gli stranieri supererebbero la popolazione italiana e, acquisendo cittadinanza e diritto di voto, cambierebbero totalmente non solo gli equilibri sociali ma anche quelli politici. La domanda allora che i vari partiti politici si pongono è se sia corretto che la cittadinanza venga riconosciuta a chiunque nasca nel territorio di uno Stato, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori. Credo che attualmente l’umore di coloro che non hanno di “buon occhio” gli immigrati sia leggermente alterato, e ciò giustifica le tensioni nelle camere del Parlamento. Ma davvero si è così discordi? Davvero non si riesce a trovare un punto di incontro? Eppure parliamo di diritti di esseri umani, non di animali. Personalmente credo che la disputa che ruota intorno a questa riforma si basa su pregiudizi difficili da scalfire; ritengo che entrambe le posizioni siano sbagliate, in quanto l’unico diritto che dovrebbe essere preso in considerazione è il diritto all’esistenza. Noi non esistiamo in quanto cittadini, ma esistiamo in quanto umani e non dovrebbe essere contemplata diversità di alcun tipo. 

 

In Esodo 22:21 troviamo scritto: “Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”. La prima cosa che mi viene in mente è l’accoglienza, quale massima espressione dell’amore verso il prossimo, l’ospitalità a prescindere dalla provenienza, dalla razza, dalla lingua e dalla religione. Nella parabola del buon samaritano (Luca 10:30-37), un uomo giudeo, vittima di una rapina, giaceva quasi morto sulla strada. Un sacerdote e un Levita che passavano di lì, non si fermarono per prestare soccorso; fu invece un samaritano a dargli assistenza e a condurlo in una locanda, affinché avesse le cure necessarie. In questo caso il Giudeo per il Samaritano rappresentava il prossimo, lo straniero verso cui avere misericordia. Dalla prospettiva cristiana, con la venuta di Gesù le differenze culturali ed etniche non possono essere più criteri di distinzione o di discriminazione. “Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro della separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia…; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia” (Efesini 2:14-16). Tutte le distinzioni carnali quali, ad esempio la nazionalità, sono state inchiodate alla croce. La croce è la risposta di Dio alla discriminazione razziale e ad ogni forma di conflitto tra gli uomini.

 

C’è chi definisce la cittadinanza un diritto, ma io credo che sia solo un grandissimo limite a cui purtroppo ci siamo abituati. Invece, la nostra unione con Cristo dovrebbe legarci necessariamente l’uno con l’altro. Non dovrebbero più esserci stranieri, ospiti o esclusi. La Bibbia insegna che negli ultimi tempi l’amore si raffredderà, l’iniquità aumenterà. E ogni giorno assistiamo a un escalation di guerre fra classi sociali, prese dal desiderio di governare questo mondo, attaccati al potere più di ogni altra cosa. Noi cristiani dovremmo distinguerci, perché è l’amore di Dio che ci contraddistingue, che cambia le persone, ed è la misericordia e la carità verso il prossimo a cambiare il mondo. Le persone non cambieranno di certo nel vederci impugnare la Bibbia, nel sentirci recitarne i versi, ma saranno i gesti d’amore, in questo freddo mondo, a scaldare i cuori delle anime. Il massimo comandamento è sicuramente “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19:18), in cui l’amore per il prossimo diventa il segno oggettivo e concreto dell’amore di Dio. Questo è ribadito anche in 1 Giovanni 4:20: “… chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto”. Il medesimo comandamento è previsto anche per lo straniero: “Tu amerai lo straniero come te stesso” (Levitico 19:34). …dove c’è amore, misericordia, fratellanza, generosità, carità e bontà, non ci saranno né differenze, né discriminazioni che avranno ragione di esistere. L’amore è in grado di cambiare il mondo, e proprio per questo “amiamoci” in egual modo gli uni con gli altri.

 

Foto di 
Nikos Kouloumpris, www.freeimages.com
 

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