Liberi per servire

14.07.2017

 

Ho molto apprezzato la lettura di Liberi per servire. Le Assemblee di Dio nella storia repubblicana, una recente pubblicazione delle Edizioni Uomini Nuovi. Un testo curato da tre giovani esponenti del pentecostalesimo italiano (napoletano) Dayana Di Iorio, Salvatore Esposito e Alessandro Iovino, nati e cresciuti nel seno delle Assemblee di Dio in Italia. I tre unendo le proprie ricerche, arricchendole di ulteriori collaborazioni, e sotto la guida del prof. Rinaldi che ne ha curato la prefazione, hanno dato vita ad un’opera degna di stima. Ad un primo approccio si comprende subito che non si è di fronte ad una storia autoreferenziale, ma ad un importante volume di storiografia evangelica che alza il livello della ricerca storica sul mondo pentecostale italiano. 

 

Nell’ultimo periodo sono diversi gli sforzi profusi in tale direzione. A fine 2015 nella città la Facoltà Pentecostale di Scienze Religiose organizzava in Aversa (CE) un convegno sulle origini in Campania del movimento pentecostale, i cui lavori sono stati raccolti nell’ultimo numero della rivista accademica Oδos. Di recente la costituzione di un Comitato Nazionale per gli Studi sul Movimento Pentecostale da parte dell’Associazione Piero Guicciardini, che raccoglie nella Commissione Scientifica studiosi di riguardo e non tutti pentecostali, che avrà lo specifico intento di “elevare le coscienze delle giovani generazioni e incidere nel vario mondo della cultura italiana”. A livello di pubblicazioni si consideri come la casa editrice ADI Media prima e l’EPA Media (succeduta poi dalla Fondazione Chàrisma) poi abbiano tastato da tempo il terreno curando una serie di biografie sui pionieri pentecostali italiani. Un lavoro concentrato sulle loro vite, per mettere in risalto i contenuti anche teologici di un movimento troppo frettolosamente etichettato di basso livello o senza formazione alcuna. 

 

Lo sforzo di non aver voluto produrre una costruzione autonoma del movimento di riferimento allarga le braccia a chi di quella storia è diretto o indiretto interprete e tende la mano per un cammino rappacificatorio ai tanti che frettolosamente ed erroneamente erano stati allontanati, e che pur hanno continuato a servire. Il volume offre una valida mappatura delle fonti storiche e un primo abbozzo di storiografia di questo movimento evangelico, con un fuoco particolare sulla cultura giuridica italiana che dovette misurarsi con il fenomeno pentecostale, il contesto delle relazioni internazionali in cui prese avvio, e lo sviluppo iniziale in alcune regioni del Meridione italiano. È un’opera con una portata molteplice che si è dischiusa partendo da plurimi orizzonti di indagine: sociale, politico e internazionale; inoltre può vantare un lavoro su fonti primarie e d’archivio, raccolte e catalogate. La disponibilità di questo materiale dovrebbe, o potrebbe, incoraggiare altre entità rappresentative del mondo pentecostale a muoversi in tal senso. Tanto materiale che ha originato un’indagine tanto accorta da permettere di toccare con mano la radice e avvertire le reazioni che nel tempo hanno accompagnato il suo svilupparsi, offrendo risposte poggiate sulla storia e gli eventi. Piacevole scoperta personale anche la citazione di un articolo pubblicato sul mio blog.

 

Nella prefazione, Giancarlo Rinaldi osserva che il pentecostalesimo è figlio di quel cristianesimo protestante e risvegliato, nella fattispecie dell’eredità wesleyana passata attraverso i “movimenti di santità” ottocenteschi, a cui si aggiunge l’esperienza della glossolalia rilanciata dal movimento pentecostale d’inizio Novecento. Se ne desume un significativo passo avanti per la sua storiografia in ambito italiano: dalla memorialistica rievocativa ed autobiografica all’elaborazione di prospettive che beneficiano dell’uso ragionato di fonti e forniscono analisi storicamente contestualizzate. In particolare, i contributi di Dayana Di Iorio hanno un duplice obiettivo: da una parte sollevano il velo sulle sovvenzioni provenienti da oltreoceano e su cui hanno proliferato leggende metropolitane, collocandoli su di un piano parallelo con il Piano Marshall, ossia il programma di aiuti all’Europa. Dall’altra forniscono una mappatura del carteggio tra le ADI e le chiese locali nel primo dopoguerra. Di Iorio ripercorrendo i passi dell’ERP (European Recovery Program) illumina su quanto accadeva nel mondo pentecostale. In questa contingenza si inseriscono le Assemblies of God che hanno investito con sostegno e supporto per rispondere alle istanze dei pentecostali italiani e favorire la divulgazione di un messaggio di grazia.

 

È soddisfacente scoprire come in ambito pentecostale – in origine avverso ad ogni cultura accademica – vi sia una crescente formazione che non sostituisce o sminuisce la dimensione pneumo-carismatica ma ne eleva valore e contenuti. È ricordo del passato rinchiudersi su sé stessi ed eclissarsi, mentre è realistico e lungimirante rendere accessibile a tutti la conoscenza che sfata miti, che demolisce menzogne e barzellette spacciate per scoperte storiografiche ma prive di ogni fondamento. Se “la storia del cristianesimo è giunta fino a noi e noi siamo il continuo della storia, quelli prima di noi parlano e noi dobbiamo imparare a dialogare con loro rimanendo sullo stesso fondamento” che è Cristo. Come ama citare sempre Iovino, “un popolo senza memoria è un popolo senza futuro” o per dirla con Esposito “del passato si prende coscienza per renderlo un bene indispensabile su cui costruire il futuro”. Ecco allora la scia per l’auspicio di Rinaldi di “far emergere dal seno stesso delle chiese pentecostali quelle risorse che già vi sono e che hanno bisogno di esprimersi e consolidarsi”. 

 

Il pentecostalesimo italiano è ormai giunto al bivio: intensificare la ricerca e lavorare per crescere in qualità e quantità oppure restare nel buio della memoria per una paurosa regressione nel silenzio. Prendere coscienza di cosa è stato, di quel che si è fatto e non, potrebbe rispondere alla domanda di Dayana sulle ragioni per le quali “questa minoranza non sia riuscita ad emergere dirompentemente come in altre nazioni”, favorendo quella azione unitaria reclamata dalle parti in campo ma non ancora realizzata, perché “si resta incollati al comodo discorso ma non si passa al provvedimento”.

 

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