Una piccola chiesa

11.08.2017

 

Mentre i social media attirano l’attenzione su quelle che si definiscono megachiese (con migliaia di partecipanti), spesso comunità multietniche, la realtà è che la maggior parte delle chiese nel mondo è fatta di piccole aggregazioni. Alcune statistiche americane affermano che la dimensione media di una chiesa protestante è di circa 90 adulti. Il sessanta per cento delle chiese ha una presenza inferiore ai 100 adulti. Solo il 2 per cento avrebbe più di 1.000 persone che frequentano. Mentre il restante 38 per cento supererebbe il centinaio. Uno screening che trova riscontro anche nella realtà italiana, dove i dati numerici potrebbero variare solo di pochissimo.

 

A chi non piacerebbe essere parte di una grande opera? Soprattutto i responsabili che vedrebbero la crescita della sua chiesa come risultato del lavoro evangelistico profuso, essendo questa la missione della Chiesa. Premesso che non c’è niente di male a essere una piccola chiesa e a farne parte, anzi solitamente conservano l’aspetto familiare, offrendo relazioni e cura più intense, vorrei offrire qualche spunto di riflessione sulla non crescita. In un articolo pubblicato sul sito ChurchLeaders Carey Nieuwhof riconosce che se la maggior parte delle chiese non supera un certo numero di presenze non è per mancanza di desiderio, dato che ogni leader vuole che la sua chiesa raggiunga più persone; né per mancanza di preghiera o di amore; e neanche per questioni legate alle strutture o allo spazio. Carey punta l’indice contro il modello organizzativo.

 

Siamo consapevoli che c’è una differenza enorme tra come si organizza un piccolo negozio e un grande supermercato. Nel piccolo negozio è tutto concentrato in poche persone, che si curano degli acquisti, della sistemazione sugli scaffali, della vendita e della cassa. I gestori sono organizzati e preparati per essere piccoli. Un supermercato invece non può essere gestito allo stesso modo. L’organizzazione è diversa e c’è un responsabile per le singole aree e il personale è distribuito secondo mansione. Come si può tradurre questo in una chiesa?

 

Il responsabile nell’espletare la cura pastorale vivrà prima o poi la “sensazione della trottola”. Se deve visitare ogni persona malata, celebrare ogni matrimonio o funerale, fare visite domiciliari, indiscutibilmente sarà incapace di fare altro, pur andando da un posto all’altro incessantemente. Se è bravo a fare tutto forse riuscirà a far crescere la chiesa entro un certo numero, anche oltre le cento persone. A questo punto però se non cambia qualcosa comincerà a deludere le persone non potendo essere in più parti contemporaneamente. Si creeranno false aspettative e molti si sentiranno offesi, trascurati e non curati come vorrebbero. Il consiglio di Jetro a Mosè resta una pietra miliare: delegare attività in maniera organizzata a coloro che in un modo o nell’altro affiancano il responsabile. Quindi lasciare spazio ad altri.

 

Senza strategia. Molte chiese hanno chiara la missione e la visione. Ciò che manca è una strategia ampiamente condivisa. Per strategia intendo il sapere cosa e come farlo, che esclude ogni forma di improvvisazione. La visione e la missione dicono quali sono gli obiettivi nel futuro e l’impegno al presente. La strategia risponde a come si vuole attuare la visione e portare avanti la missione nell’oggi e nel domani.  È importante per questo pianificare una programmazione per poi applicarla alla missione. Ciò richiede che si persegua con scrupolosità il lavoro di trasmissione della visione e della missione affinché risieda in ogni singolo volontario e collaboratore.

 

Leader nascosti. In ogni chiesa ci sono persone che detengono ruoli di responsabilità senza capacità di guide ed altri che sono veramente dei leader ma che, per qualche ragione, non possono o non riescono ad esercitare alcun ruolo nella chiesa. È importante trovare il modo di trasferire le competenze da quelli che detengono titoli ma non fanno crescere la missione nelle mani dei veri leader o in alternativa farli collaborare sinergicamente. Va anche tenuto conto di quelle persone che hanno responsabilità in altri settori della vita e coinvolgerli nella guida della chiesa sotto il coordinamento pastorale. Ogni volta che si riesce ad avere la persona giusta al posto giusto ci sarà una differenza enorme, e si vedrà.

 

I volontari non esprimono il loro potenziale. Le piccole chiese non possono avere persone a tempo pieno, ossia sostenute o remunerate. Per questo alcune di esse prestano il loro servizio quando possono, fuori dai loro impegni lavorativi. Il responsabile – in parte costretto - prova allora a fare tutto da solo, lasciandoli così estromessi o semplicemente inefficaci. Anche se per poco tempo, sarebbe invece opportuno fare esprimere a ciascuno le proprie potenzialità e renderli così partecipi dell’opera, trovando il modo di impegnare quanti vorrebbero dare il proprio contributo.

 

Una squadra di governo troppo articolata. O nulla o tanto. Ecco che dal tutto concentrato sul pastore si passa ad eccessi opposti, con troppe persone coinvolte nel decidere e dirigere. Accade allora che per passare da una decisione all’operatività è necessaria una serie di autorizzazioni per soddisfare anche il minimo bisogno: dal comprare la carta al ridipingere un ufficio. La burocrazia – in taluni casi - è un serio problema anche nella chiesa. Occorrono persone che sovraintendono e consentono alla squadra, o chi per essa, di operare nell’immediato.

 

Troppe attività. Nonostante un numero limitato di persone, una serie infinita di attività disseminate lungo la settimana non lascia spazio per liberare capacità e realizzare qualcosa di significativo. Si confonde spesso l’attività ecclesiale con la realizzazione personale: solo perché si è occupato non significa che si è altrettanto efficace. Credo che qualche volta occorra trovare il coraggio di tagliare i programmi e concentrare le energie su alcuni eventi che mirano a un obiettivo comune, oltre ogni interesse personale.

 

Sono convinto che la maggior parte dei pastori (responsabili, leader) si danno fin troppo da fare, al punto che qualcuno rasenta il bisogno di un consulente o di un medico. Cercano di accontentare tutti, di essere sempre disponibili, allontanano faccende e bisogni familiari per quelli dell’opera e alla fine? Molti, riconoscendo il loro impegno e la profonda dedizione, di tanto in tanto dicono loro un “grazie” e li sostengono con la preghiera. Altri, invece, per nulla riconoscenti e mai contenti girano nella galassia delle chiese della zona in una continua trasmigrazione. Quel che spero è che ciascuno, guardando al proprio contesto, trovi qualche spunto di riflessione sia come curato che come curante.

 

 

Foto di Bill Davenport, www.freeimages.com

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