Regna su di noi

19.09.2017

 

Alla sua morte Gedeone lasciò ben settanta figli, avuti dalle sue tante mogli e concubine, e nessuno designato a sostituirlo. Abimelec, figlio di una concubina sichemita, era intenzionato a sostituire suo padre al governo del popolo di Sichem. Sfruttando le sue origini persuase il popolo a nominare lui, dopo di che si recò ad Ofra e sterminò tutti i possibili contendenti. Ne scampò uno solo, Iotam, il quale si recò dai sichemiti con un messaggio forte sulla loro sorte futura attraverso il racconto di una storia allegorica. Narrò di tre alberi, l’ulivo, il fico e la vite, ai quali venne proposto di essere re su altri alberi. La proposta di reggenza fu rifiutata da tutti e tre. Un albero solo, il pruno, che era il meno adatto, acconsentì causando danni. Dietro al racconto vi era ciò che stavano vivendo in quel momento specifico il popolo sichemita con al governo Abimelec, fattosi eleggere attraverso un espediente sottile.

 

Iotam profeticamente annunciò che l’aver scelto come re l’assassino dei suoi fratelli, assetato di potere, avrebbe avuto nefaste conseguenze. Esasperato, dopo tre anni, il popolo non tollerò più la presenza di Abimelec e lo respinse. Questi, non accettando il rifiuto, distrusse i paese e sterminò i sichemiti; solo una piccola parte del popolo trovò riparo in una torre. Con l’aiuto dei suoi uomini le diede fuoco condannando a morte atroce quanti erano all’interno. Abimelec non si fermò a Sichem, ma riversò la sua ira anche sul vicino paese di Tebes, ove decise di appiccare fuoco sotto un’altra torre dove si erano rifugiati gli abitanti. Una donna però, che era nella fortezza, prese un pezzo di macina e lo scaraventò dalla finestra colpendo Abimelec sulla testa. Questi, ferito mortalmente, si fece finire da uno dei suoi uomini affinché non si dicesse che era morto per mano di una donna.

 

Nell’apologo di Iotam, i tre alberi assumono lo stesso atteggiamento, ovvero si rifiutano di assumersi una responsabilità. Tutti noi prima o poi ci ritroviamo al bivio della nostra vocazione spirituale o ministeriale, a dover dare risposta a chi ci ha chiesto di fare un qualcosa. L’ulivo si giustifica dicendo che egli è chiamato a fare dell’olio per onorare Dio e gli uomini (Giudici 9:9). Il fico afferma che produce un frutto squisito e che vuole essere visto come un albero dolce e non vuole responsabilità (v. 11). La vite dichiara che dà gioia, rallegra e non vuole fare altro (v. 13). L’umiltà dovrebbe essere sempre parte del servizio. Servire in semplicità, sottomettersi alla mano potente di Dio, servire gli altri senza avere nulla in cambio, senza cercare vanagloria sono azioni lontane da ciò che fanno i tre alberi.

 

L’atteggiamento assunto potrebbe essere in parte apprezzato perché ogni albero è conscio delle proprie capacità, ma a ben guardare si nota un atteggiamento egoistico nascosto dietro la falsa modestia. Fare ciò che ci viene meglio concentra le nostre opportunità e capacità su noi stessi e non sul bisogno del momento. In quei tempi era necessario che uno dei figli di Gedeone assumesse la guida del popolo. Poiché ciò non avvenne Abimelec poté sopraffare tutti. A più livelli, il Signore ci chiama a trafficare il nostro talento e a mettere a disposizione ciò che sappiamo fare meglio. Dinanzi alla responsabilità e all’immobilismo generale qualcuno può essere chiamato a levarsi dalla massa e a divenire una guida secondo le disposizioni di Dio. Tutti siamo chiamati a servire, ma ci sono momenti in cui qualcuno è chiamato a salire sul monte Gherazim e gridare ciò che non va.

 

In campo lavorativo, sociale, politico ed anche ecclesiastico, se e quando ci ritroviamo ad essere guidati da qualche Abimelec probabilmente è perché ci sono stati quelli che come i tre alberi si sono tirati indietro. Ci sono momenti in cui siamo chiamati a fare scelte anche in apparenza rischiose, ma se scegliamo di stare dalla parte del Signore possiamo essere fiduciosi che è con noi. Non dobbiamo resistere come Mosè che, quando Dio lo mandò da Faraone, si rifiutò dicendo di non saper parlare. In quell’occasione il Signore si accese d’ira perché quello di Mosè era un atteggiamento egoistico travestito da umiltà. Spesse volte sottovalutiamo il nostro essere. Forse non vogliamo utilizzare le nostre capacità perché siamo consapevoli che quando Dio ci userà potrebbe costarci anche sofferenza. Il dolore è però frutto del lavoro che Egli fa su noi perché ci sta modellando. Oltretutto Egli ha sofferto per noi fino alla morte.

 

L’incoraggiamento è di riscoprirci non come un rovo spinoso o un pruno (a secondo della traduzione), ma come un fico, una vite o un ulivo. Questo perché in noi c’è stabilità, c’è l’olio dell’unzione divina, c’è qualcosa di prezioso. Ciò che Dio ha posto in noi non è per la nostra gloria, bensì è per renderci forti e maturi affinché ci assumiamo responsabilità e ci adoperiamo per la Sua gloria. Non possiamo rimanere immobili, perché dove lo Spirito Santo arriva si crea un turbinio tale che dalle nostre vite scorrono fiumi di acqua viva.

 

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Puoi ascoltare una meditazione sul tema qui

 

 

Foto di Miguel Saavedra, www.freeimages.com

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