I legami della morte

24.10.2017

 

In una situazione di turbamento e angoscia il salmista timorato leva il suo grido di liberazione all’Eterno. La sua invocazione ci è particolarmente cara e nota lungo il cammino della vita, che nessuno priva del dolore e della sofferenza. “I legami della morte mi avevano circondato, mi aveva raggiunto la disgrazia e il dolore. Ma io invocai il nome del Signore: «Signore, libera l’anima mia!»” (Salmo 116:3-4). Quelle che appaiono parole di sconforto, si trovano in un salmo di ringraziamento, in cui l’orante ringrazia il Signore perché la sua supplica è stata ascoltata. La certezza che ci spinge alla preghiera è che Dio ha l’orecchio teso al nostro ascolto; non è sordo nei confronti di chi Gli si rivolge. Per questo, qualunque sia la circostanza, anche quando la portata del dolore sembra sopraffarci, il cuore credente leva fiducioso la sua voce: “Signore, liberami”.

 

Ai nostri giorni molti preferiscono all’invocazione a Dio “giochi” dal sapore alternativo, come il bailamme di Halloween. Una festa questa che si è diffusa principalmente a partire dal Medioevo, quando i credenti vennero a contatto con il culto dedicato a Samain, divinità celtica. Vi fu una sorta di interazione tra la fede nordica, quella dell’impero romano, permissivista seppur legato al cristianesimo, ed una tendenza all’oscurantismo mentale, diretto a difendere la propria identità. Da questa commistione, nel 1048, la ricorrenza istituita nell’840 d.C. venne modificata e spostata dal mese di maggio al 1° di novembre per coprire il culto celtico del dio Samain. Ancora oggi, questa data rappresenta il capodanno celtico e il dio Samain non sarebbe altro che il capo dei demoni (che tu ci creda o no!). Si narra che Samain vada in giro a fare danni con gli spiriti dei morti, e l’obiettivo della festa è proprio controllare la sua sete di vendetta e quella delle sue schiere che in quella notte vengono celebrati. A questa si affiancano altre leggende, come quella di Jack o’lantern che, si racconta, avesse venduto l’anima al diavolo. La contrattazione della sua anima, dopo varie peripezie, si conclude con un carbone lanciato da Satana in una zucca che Jack portava con sé e che diventò una lanterna. Le leggende, le credenze, i simboli di questa festa sono le stesse del mondo delle streghe, e da semplice festività celtica, Halloween è diventato un contenitore di satanismo: è risaputo in tutto il mondo che la notte del 31 ottobre i satanisti eseguono il rituale di invocazione delle forze del male.

 

Anche per noi cristiani, con il passare degli anni, si è abbassato il livello di guardia su quanto “festosamente” viene a minare i principi di fede. Ecco che per giustificare la festa di Halloween si fa leva sulle esigenze dei bambini, supportati anche dall’orientamento della pedagogia infantile che sottolinea l’importanza di vivere il travestimento. C’è però da interrogarsi se sia giusto soddisfare queste esigenze in una giornata nella quale è chiaramente dichiarata la volontà di celebrare le tenebre, i fantasmi e gli spiriti maligni. Il tutto appropinquato con il solito “Che male c’è?”, cui sarebbe opportuno cominciare a rispondere: “Che bene c’è?”. Per questo, non ritengo che dobbiamo continuare a restare a guardare, e in taluni casi anche a subire nel silenzio. Il credente non tema di dichiarare quanto è chiaramente contro la volontà di Dio.

 

Inoltre, nei primi giorni di novembre c’è l’usanza di andare al cimitero e puoi notare passando nei suoi pressi un via via senza sosta. Molto bene descrive quel che accade la strofa iniziale della poesia A’ livella di Antonio De Curtis, in arte Totò, che richiama un dovere che la tradizione religiosa cattolica comanda.

Ogn'anno, il due novembre, c'é l'usanza

per i defunti andare al Cimitero.

Ognuno ll'adda fà chesta crianza;

ognuno adda tené chistu penziero.

 

I morti e con essi il cimitero sono parte di ciascuno di noi, intorno ad essi ruotano paure e sogni, racconti di famiglia e leggende fantasiose, speranze e disperazioni. Quello che di solito è il luogo del pianto e del distacco sembra diventare per poco tempo una finestra sull’al di là. La cura dei loculi, l’abbellimento della tomba, l’accensione di luci e lampade di varie forme e dimensioni pare essere un modo per ridare vita a chi là dentro oramai ha lasciato solo il corpo (se ancora vi è). C’è chi crede che questo sia un modo per dare pace alle anime che vanno in giro, acquetare l’anima del parente a cui era stato fatto uno sgarbo: retaggio di una religiosità popolare senza alcun fondamento biblico. Sarebbe più cristiano, secondo me, adoperarsi in vita a manifestare i propri sentimenti alle care persone che nella vita Dio ha posto intorno a noi. Se proprio vogliamo poi offrire un fiore in ricordo dei cari defunti, ritengo sia molto più bello farlo nel silenzio e non per cercare l’approvazione di qualcuno.

 

Il salmo ci rivela poi “Ho creduto perciò ho parlato” (116:10). La certezza dell’essere ascoltati ha le sue radici nella fede in un Dio misericordioso, pietoso e giusto, che non spegne il lucignolo fumante. La proposta del salmo è una fiaccola di speranza e di incoraggiamento per ogni credente che, in ogni tempo e in ogni luogo, si trovi a fare esperienza del male in ogni forma esso si presenti. Perché comunque e ovunque aggiungeremo: “Ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo” (1 Corinzi 15:57). L’esortazione paolina è di custodire la fede che ci è stata insegnata e tramandata, nella Sua purezza. Che tanti possano unirsi alla Via indicata da Gesù, e se proprio si vuole far festa, facciamola invocando il Suo nome: è in Lui che ci rallegriamo perché ci ha donato la vita!

 

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Foto di CGlerumproductions, www.freeimages.com

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