Il sale della terra

21.11.2017

 

Sono state appena elencate le beatitudini, quando udiamo “Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Matteo 5:13). Per questo verrebbe spontaneo ritenere “sale della terra e luce del mondo” coloro che sono poveri ma hanno il regno dei cieli, gli afflitti che vedono scomparire Dio dall’orizzonte umano, quelli che inseguono la giustizia rinunciando alla prepotenza e alla violenza, coloro che costantemente hanno bisogno di comprendere la Sua volontà, coloro che sono sempre disponibili a coprire con l’amore i peccati e le colpe dei fratelli, quelli che per amor del Vangelo si espongono e pagano di persona al cospetto degli uomini. Questi cristiani sono beati, e quindi sale e luce, nel momento che accolgono le proposte del loro Maestro, senza aggiunte e modifiche alcune. Gesù esponeva questi insegnamenti dal Mar Morto (a 392 metri sotto il livello del mare), nove volte più salino, e da dove provenivano grandi quantità di sale. Gli Ebrei, per raccoglierlo, riempivano d’acqua delle vasche lungo la sua sponda, e lasciavano che il sole la facesse evaporare. Il sale grezzo così ottenuto veniva lavato poi nell’acqua marina, purificato e pestato in finissima polvere. Il sale non era soltanto un condimento, era un conservante naturale, necessario per mettere il pesce in salamoia, per conservare la carne, per mettere sotto sale le verdure, comprese le olive. Visivamente a tavola nessuno si accorge del sale, ma se manca tutti se ne accorgono al palato. Infatti, non si è mai sentito dire: “Che buon sale!”, ma “Che buona pietanza!”

 

Siccome nella vita quotidiana veniva usato come conservante, divenne il simbolo stesso della durata nell’immaginario umano e anche nell’esperienza religiosa. Quando gli Ebrei offrivano oblazioni dovevano aggiungervi del sale, un modo poetico per simboleggiare la durata del patto con Dio (Levitico 2:13; Ezechiele 43:24). Il Signore stabilì con i sacerdoti un patto che definì “di sale” per indicare che sarebbe stato un accordo perpetuo, visto che non si guasta e nel tempo mantiene inalterate le sue caratteristiche (Numeri 18:19). Se guardiamo al nostro tempo, scorgiamo invece che nulla è duraturo: i matrimoni e tutti i rapporti interpersonali, come le amicizie, i fidanzamenti ed anche nel mondo lavorativo, sono fragili e di facile rottura. Eppure siamo consapevoli che nella società in cui viviamo i credenti, in quanto sale e luce, devono fare la differenza. E se il maligno insinua nelle menti perfino il dubbio dell’esistenza di Dio, tanto più il cristiano deve mostrarne l’amore e la potenza con il cambiamento del proprio carattere, con la condotta, col linguaggio, con le opere che testimoniando la verità. I rabbini erano soliti ripetere che “la Toràh – la Legge data da Dio al suo popolo – è come il sale e il mondo non può stare senza sale”. Facendo propria questa immagine e applicandola ai discepoli, Gesù sa di usare un’espressione che può suonare provocatoria. Non smentisce tale convinzione, ma afferma che anche i suoi discepoli lo sono, se assimilano la Sua parola e si lasciano guidare dalla sapienza delle beatitudini enunciate. Non è più solo la Legge ad assomigliare al sale, ma i discepoli sono il sale della terra. Questi, avendo reso prima di tutto la propria vita saporita, possono dare gusto anche alla terra, alla storia degli uomini vivendo secondo la sapienza della croce. Il “voi siete” di Gesù non è un imperativo etico, ma un annuncio identitario al plurale. Chiaramente rappresentano una missione cui si è chiamati. L’adesione personale dà vita ad un contesto comunitario dove ogni singolo difetto è coperto dai pregi altrui, cosicché all’esterno viene trasmesso esclusivamente un buon sapore.

 

Le offerte del Levitico, immagini dell’offerta del Cristo, venivano presentate al tempio con il sale, segno di alleanza con Dio. Oggi possono rappresentare i figli di Dio la cui vita e la cui testimonianza devono essere pieni di sapore e di attrattiva. Come negare che non c’è nulla di più vile, insipido, nauseante, di cristiani senza influenza, di vite senza risalto, di parole vuote senza senso. Come il sale impedisce la putrefazione, così i credenti dovrebbero essere un freno alla corruzione del mondo non solo con le azioni. Infatti, l’apostolo Paolo paragona la saggezza al sale, quando ammonisce i Colossesi affinché i loro “discorsi siano sempre pieni di grazia e conditi con sale” (Colossesi 4:6). Altra considerazione potrebbero suggerire le terre impregnate di sale e sterili (Giobbe 39:6) o lo spargimento di sale sulle città votate allo sterminio (Giudici 9:45). Preferisco ricordare che il sale provoca sete. Così i cristiani dovrebbero dare a tutti la sete delle cose di Dio. Chi cucina, sa che mettere il sale nei cibi richiede discernimento e misura, ma è soprattutto consapevole di compiere questa azione per dare gusto. Ebbene, i cristiani dovrebbero esercitare tale discernimento e conoscere la “misura” della loro presenza tra gli uomini: solidarietà fino a “nascondersi” come il sale negli alimenti, e misura, discrezione, consapevolezza di essere solo apportatori di gusto. Dietro questa capacità è celato un duro lavoro di formazione e modellamento che richiama la lavorazione del sale, sottoposto ad un processo di trasformazione che comprende la sminuzzatura e la triturazione fino a renderlo quasi invisibile. Paragonato alla nostra vita di discepoli, si tratta di tutto accade al solo scopo di renderci disponibili verso gli altri.

 

La “parabola” del sale si conclude con un richiamo ai discepoli a non divenire “insipidi”. L’immagine assume una connotazione piuttosto sorprendente: i chimici assicurano che il sale non si corrompe, eppure Gesù mette in guardia i discepoli dal pericolo di perdere il proprio sapore. Per quanto possa apparire inconcepibile, Gesù li considera capaci di fare qualcosa di assurdo, di impossibile, come rovinare il sale: possono far perdere al vangelo il suo sapore. C’è un solo modo per combinare questo guaio: mischiare il sale con altro che ne alteri la purezza e la genuinità. Il Vangelo ha un suo gusto e bisogna lasciarglielo, non va snaturato, altrimenti non è più vangelo. Così come la chiesa che lo modifica non è più la chiesa del Signore. Se tendiamo ad addolcire il Vangelo per renderlo maggiormente “praticabile”, lo stiamo privando del suo sapore. È il fallimento della missione, indicato metaforicamente con l’immagine del sale gettato sulla strada: viene calpestato, come la polvere cui nessuno presta attenzione né attribuisce alcun valore. Come sale della terra, siamo chiamati a conservare la fede ricevuta e a trasmetterla intatta agli altri. La nostra generazione è posta con particolare forza di fronte alla sfida di mantenere integro il deposito della fede: “Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:2).

 

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Foto di Jarsem, www.freeimages.com

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