Una spiritualità pneumocarismatica

02.01.2018

 

Nel pentecostalesimo la possibilità di rivivere l’esperienza spirituale che il testo biblico annuncia costituisce un elemento importante per la comprensione della Scrittura. L’interprete deve procedere da fede a fede (Romani 1:17) e perciò deve muoversi nell’orizzonte spirituale dello scrittore, accostandosi al testo. È la comprensione della dimensione di fede dello scrittore che permette di capire rettamente il testo e ciò può avvenire nel coinvolgimento dell’interprete in quell’orizzonte. La Scrittura non declama innanzitutto un messaggio, bensì rimanda ad un’esperienza che è divenuta messaggio. Solo il coinvolgimento dell’interprete in questo avvenimento teandrico, cioè di natura divina ed umana, rende possibile una retta comprensione del messaggio. La spiritualità pentecostale è essenzialmente una spiritualità pneumocarismatica. Questo termine è costituito dalla fusione di due termini: pneumatico (spirituale) da pnèuma, e carismatico da chàrisma. Questi due termini indicano in modo specifico le azioni e le funzioni dello Spirito Santo negli individui e nella comunità dei credenti. Si tratta di un elemento di riflessione importante dal punto di vista teologico e dal punto di vista storico perché la spiritualità pneumocarismatica si offre sempre con questa doppia chiave di lettura per essere compresa. È una dimensione della spiritualità cristiana dove il rimando generale all’esperienza di un incontro con lo Spirito si realizza in concrete esperienze di individui, di gruppi e comunità ecclesiali, cioè là dove il tema biblico per eccellenza non è né trascurato né offuscato: Dio è Spirito (Giovanni 4:24). Per tale asserzione teologica, nella comprensione pentecostale, le esperienze pneumatiche (spirituali)  e carismatiche possono approvvigionare il cammino del credente e della Chiesa rafforzando il senso della loro missione nel mondo e nella storia (Marco16:17); nella consapevolezza che questo cammino è imperniato sulla tensione fra ciò che è già avvenuto e ciò che non è ancora manifesto: tutto è compiuto, ma non tutto è già manifestato.

 

I movimenti pentecostali del Novecento, presenti ormai trasversalmente nell’intera cristianità, ripropongono oggi con forza alla coscienza cristiana la centralità dello Spirito e della sua opera. L’esperienza dello Spirito, sempre viva ma spesso emarginata nel corso dei secoli, si è imposta in modo non più eludibile ponendo un problema decisivo: quello di Dio in quanto Spirito e dell’irruzione della vita divina in noi. Non è una questione che riguarda solo i pentecostali o la più ampia area carismatica, ma tutta l’ecumene cristiana. Quando il Credo Apostolico ci fa dire «Credo nello Spirito Santo» non rimanda di certo ad una cosa o ad una entità astratta ed impersonale, ma ad una persona, cosa che meglio risalta dal Simbolo niceno-costantinopolitano che aggiunge: «che è Signore e dà la vita». Credere nello Spirito santo vuol dire concentrare ogni propria fiducia nello Spirito, come già nel Padre e nel Figlio. Il rapporto che possiamo avere con lo Spirito è pertanto di relazione e non di possesso. Talvolta si parla dello Spirito oggettivandolo: “avere lo Spirito” è un’espressione gergale che falsa il rapportarsi allo Spirito e con lo Spirito che, da parte sua, non si pone alla mercé degli uomini ma solo in relazione comunionale ed operativa con essi quando sanno individuarLo ed accoglierLo. Lo Spirito è persona e nell’affermarlo occorre evitare di ancorarsi concettualmente al nostro orizzonte antropologico, dove l’idea di persona è legata al doppio filo di fisicità ed ai limiti che sottintende. L’essere persona dello Spirito non interessa per il solo motivo teologico, ma anche per l’ampia possibilità che offre quanto ad una co-soggettività in forza della quale Egli può essere presente con i credenti attivamente come lo è stato con Gesù sulla terra. Mediante il Verbo incarnato lo Spirito era presente nella nostra storia: può esserlo oggi incarnandosi per effusione in noi umani.

 

Per il pentecostale Dio non è solo Logos, ma anche Pneuma; e nella forza dello Spirito il pentecostale crede che Dio si rivela insieme al Figlio: «noi verremo e dimoreremo presso di lui» (Giovanni 14:23). Alla luce della Pentecoste l’espressione di Paolo «il Signore è lo Spirito» (2 Corinzi 3:17) si carica di significati importanti; non si tratta di identificare lo Spirito santo con la persona e le funzioni di Cristo. Si può dire che il fondamento biblico della fede pentecostale è conforme allo stesso insegnamento di Gesù e della testimonianza del Nuovo Testamento, cioè che lo Spirito Santo rappresenta la forma attuale della presenza del Signore in mezzo agli uomini: «Non vi lascerò orfani, ma tornerò a voi» (Giovanni 14:18).

 

 

Foto di Gioele Pezzella

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