L'annuncio del Regno e la Chiesa

09.01.2018

 

Parlare di “Chiesa” potrebbe spontaneamente richiamare, a secondo del contesto di appartenenza, l’organizzazione della Chiesa cattolica, ovvero la varietà multiforme delle Chiese evangeliche o la vetusta Chiesa ortodossa. Dalle scritture neotestamentarie traspare un’immagine differente: “corpo” e “sposa” di Cristo, aspetti che ci rivelano la sua azione. Il corpo di Cristo è l’organismo vivente in cui il Suo Spirito si manifesta, al punto da essere chiamata a testimoniare questa vita, senza mai divenire detentore dello Spirito. Questa presenza del Vicario di Gesù testimonia una Sua “non presenza”, il che ci rimanda all’immagine della “sposa”, che attende lo sposo per le Nozze dell’Agnello, che sanciranno la Sua partecipazione totale ed eterna. L’immagine della “sposa” richiama quindi anche il futuro avvento (adempimento) del Regno di Dio. La Chiesa è allora collocabile tra la venuta del Cristo e il Suo ritorno, chiamata a testimoniare il Suo annuncio di salvezza agli uomini - che ha inaugurato il Regno di Dio - e a vivere in attesa della “parusia” finale. Ciò lascia trasparire una profonda e indissolubile relazione tra Chiesa e Regno di Dio.

 

L’avvento del Regno, unitamente al ravvedimento, rappresenta il centro dell’annuncio di Gesù (Luca 5:32). Questo inizialmente proclamato al popolo giudeo, nelle cui attese escatologiche vi era la sua venuta assieme al Messia, ricorda come Cristo si sia insediato nel Suo Regno, anche se non ancora stabilito in maniera visibile nel mondo. Il Regno escatologico veterotestamentario ancorché indiviso è scisso in due: uno presente e l’altro futuro. Gesù iniziò a realizzarlo sulla terra in un processo graduale; fatica poi continuata dai discepoli fino a noi, per poi trovare seguito fino al momento stabilito da Dio. In questa prospettiva, le parole del Padre nostro “venga il tuo regno” sono più attuali che mai, perché il Regno è venuto, sta venendo e verrà nella misura in cui i discepoli lo annunceranno alle genti. Gesù, inoltre, staccò il Regno dal futuro di Israele e dalla sua liberazione, perché non instaurabile né da un’azione politica, o più precisamente sovversiva e rivoluzionaria, come auspicavano i Zeloti, nella speranza di ripristinare il regno di Davide. Né tanto meno poteva venire attraverso uno sforzo religioso, come desiderato dai Farisei.

 

Gesù rivolta ogni programma umano, affermando che ogni svolta avviene unicamente per opera di Dio, soggetto unico del Suo Regno. Questo rappresenterebbe quindi la venuta (il riconoscimento) della Signoria di Dio (e di Cristo) nella propria esistenza e nel mondo degli uomini, mentre il Regno dei cieli la futura venuta del Regno Suo come promessa, come ricompensa per coloro che hanno praticato la giustizia. Sia l’uno che l’altro testimoniano la misteriosa vicinanza di Dio, che potrebbe trovare la sua sintesi nel verso: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unico Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16). La sua collocazione temporale diviene elemento indispensabile per definire l’azione della Chiesa nel contesto che la accoglie, ossia nei confronti del “mondo”, percepito a volte con un inaudito disprezzo. La Chiesa è chiamata a continuare a soggiogare le gerarchie celesti che dominano sul mondo e che Gesù ha già vinto. Essa deve essere cosciente che “il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti” (Efesini 6:12). In questa prospettiva, diviene fondamentale l’azione della Chiesa, chiamata a predicare il Vangelo, perché “Come dunque invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno udito parlare? E come udiranno, se non c'è chi predichi?” (Romani 10:14).

 

Purtroppo tale annuncio non ha incontrato sempre un desiderio di salvezza da parte degli uditori, che in ogni tempo si sono adoperati per la realizzazione di un Regno diverso da quello di Dio. È innegabile che l’uomo in genere, e quindi la società, avvolto e travolto da un’economia “galoppante” abbia perso il concetto di peccato e, di conseguenza, di salvezza. Probabilmente in parallelo si è assistito al fallimento della Chiesa (“chi è senza peccato scagli per primo la pietra!”), troppo spesso accondiscendente, tollerante, fino al punto di tacere per interessi umani: un corpo non di Cristo, una sposa per nulla fedele. Le ultime vicende economiche mondiali hanno ricondotto la società a riparlare di etica, di morale e di giusto comportamento, al punto che si è preso consapevolezza di una condotta sbagliata/peccaminosa. L’etica è sostanzialmente in linea con l’Evangelo, e un ritorno ad essa è un’apertura della società all’annuncio del Regno di Dio da parte della Chiesa: non un’azione di condanna, ma un invito a “non peccare più”. Lo Spirito, che opera nella Chiesa, quindi, agisce anche fuori di essa e nella storia, proponendo valori umani ma che sono anche del cristianesimo evangelico, il che porterebbe a ripercorrere l’atteggiamento di Gesù senza mai attribuirgli le idee del tempo in cui la Chiesa vive.

 

Uno strumento per l’annuncio del Regno è la celebrazione del culto, il quale convive con le istituzioni esistenti, che fanno parte di questo mondo e possono delle volte essere in contraddizione con la sua essenza fino a contaminarlo. Come il tempio di allora, la Chiesa oggi necessita di una purificazione tale che la rende capace di predicare il «Regno di Dio che non è di questo mondo». L’obiettivo di Gesù era un tempio non fatto da mani d’uomini. Pur riconoscendo figure ministeriali, la Chiesa dovrebbe essere intesa come un’entità unica, senza alcun confine, anche se con una molteplicità di voci, che seppur diverse tra loro, non dovrebbero mai contrastare con il messaggio evangelico. Nella luce del Regno di Dio, è fondamentale la denuncia dell’ingiustizia sociale, annunciando che la differenza tra ricchi e poveri è contraria alla volontà divina. Il cambiamento dell’individuo è però prioritario. Per Gesù la questione sociale è modificale in rapporto al cambiamento del singolo con Dio. Se l’individuo Lo incontra, il suo cambiamento troverà immediato riscontro nella società, come testimonia Zaccheo, il quale, senza vendere tutto ciò che aveva, diede la metà dei suoi beni ai poveri. La Chiesa quindi deve indirizzare la predicazione del Regno al cuore dell’individuo, il quale una volta arreso al Signore, sarà capace di praticare l’amore del prossimo “per caso”. Ciò non vuole intendere che non siano utili o necessarie le opere sociali organizzate, ma che queste non devono essere la primaria preoccupazione della Chiesa, perché “i poveri li avrete sempre con voi” (Matteo 26:11).

 

La predicazione di Gesù suscitò diversi movimenti popolari che hanno poi utilizzato alcune Sue espressioni per reputarlo loro sostenitore. Tra gli Zeloti, i Sicari e i Farisei, dinanzi al potere romano Gesù dichiarò “il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:33). La domanda che Pilato rivolse a Gesù era appunto riferita ad una prospettiva politica e la sua risposta lascia supporre un rifiuto di tale potere, e pone una netta distinzione tra il Regno di Dio e quello di Cesare. Pur non riconoscendo alcun diritto divino né all’imperatore romano né ad Erode, Gesù non predicò la guerra né contro l’uno, né contro l’altro. L’annuncio del Regno di Dio contempla l’amore per i nemici. Gesù non ha levato alcun appello alla guerra santa, piuttosto ha avvertito i discepoli (la Chiesa) del pericolo a cui la predicazione li avrebbe potuto esporre. Le vicende del Maestro palesano che vi sono limiti per la collaborazione del cristiano con i gruppi secolari non cristiani nei quali si crede di scorgere la realizzazione di un ideale prossimo al vangelo. Sarebbe utopico proporre o imporre un’idea di civitas terrena di Dio. Anche se per un dato problema concreto può esserci collaborazione tra la Chiesa e un determinato gruppo “secolare”, a condizione che ci sia una volontà reciproca di imparare gli uni dagli altri. Qualunque questione la Chiesa affronterà dovrà avere come maggior preoccupazione di non vergognarsi del Vangelo di Cristo, “perché esso è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Romani 1:16). Se la Chiesa assolverà al compito di testimone ed annunciatrice del Regno di Dio oggi e in futuro, nella consapevolezza che di questa verità è depositaria quasi sempre indegna, potrà ergersi a “coscienza del mondo”.

 

 

Foto di Michael & Christa Richert, www.freeimages.com

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