Genitori e figli nel mondo di Giada

14.04.2018

 

Il gesto suicida di una ragazza molisana a Napoli, nell’Università Federico II a Monte Sant’Angelo, qualche giorno fa ha lasciato sgomento e amarezza in tanti e particolarmente in quei genitori che ripongono grandi speranze nel successo dei propri figli. Il mondo di Giada (questo il nome della ragazza) non esisteva. Il giorno della laurea era finalmente arrivato, familiari e amici erano stati coinvolti nella festa che avrebbe seguito. Finanche le bomboniere aveva scelto. La verità però risulterebbe che in tre anni non aveva dato alcun esame e in quello in corso non risultava neanche iscritta. Quello che sta emergendo è una finzione totale e quel che si fatica a comprendere sono le motivazioni, che possiamo solo provare a immaginare. Chi è genitore è attraversato da un brivido lungo la schiena al pensiero di quel che stanno vivendo i familiari: dai preparativi di una festa alla celebrazione del funerale. I fiori imbracciati dal fidanzato e gli amici come omaggio alla laurenda diventano triste dono di commiato.

 

Le prime supposizioni sul suicidio di Giada vanno nella scia del rimorso di non aver avuto il coraggio di raccontare come stavano realmente le cose e che ha condotto la ragazza sul tetto della facoltà per un salto nel vuoto, in ogni senso, nel tentativo di fuggire dalla “vergogna” di aver raccontato falsità non più celabili. Accrescono lo sgomento le parole dei conoscenti: “Da lei non ce lo saremmo mai aspettato”. Forse il dramma sta proprio qui, nell’incapacità di riconoscere le possibilità inattese. Non è la prima tragedia di questo tipo, motivo per il quale il professore, Guido Saraceni, docente di Filosofia del Diritto e Informatica Giuridica presso l’Università di Teramo, ha scritto una lettera per tutti gli studenti affinché non si facciano schiacciare dal peso delle aspettative: «L’Università non è una gara, non serve per dare soddisfazione alle persone che ci circondano, non è una affannosa corsa ad ostacoli verso il lavoro. Studiare significa seguire la propria intima vocazione. Il percorso di studi pone lo studente davanti a se stesso. Liberiamoli una volta per tutte dall'ossessione della prestazione perfetta, della competizione infinita, della vittoria ad ogni costo. Lasciamoli liberi di essere se stessi e di sbagliare. Questo è il più bel dono che possono ricevere. Il gesto d’amore che può letteralmente salvarne la vita».

 

Nella Bibbia la relazione genitori figli è strettamente collegata alla trasmissione della fede, che ha tra i suoi cardini la verità, sempre e comunque. “Egli stabilì una testimonianza in Giacobbe, istituì una legge in Israele e ordinò ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli, perché fossero note alla generazione futura, ai figli che sarebbero nati. Questi le avrebbero così raccontate ai loro figli, perché ponessero in Dio la loro speranza e non dimenticassero le opere del Signore, ma osservassero i suoi comandamenti” (Salmo 78:5-7). Si discute spesso della difficoltà di essere genitori e dell’importanza di tale ruolo. Credo sarebbe opportuno spostare la lente e cominciare a ragionare su quanto sia altrettanto complicato essere figli. L’apostolo Paolo era lungimirante nel raccomandare entrambi le parte coinvolte: “Figli, ubbidite nel Signore ai vostri genitori, perché ciò è giusto. Onora tuo padre e tua madre (questo è il primo comandamento con promessa) affinché tu sia felice e abbia lunga vita sulla terra. E voi, padri, non irritate i vostri figli, ma allevateli nella disciplina e nell'istruzione del Signore” (Efesi 6:1-4). Non solo l’ubbidienza dei subalterni, ma l’attenzione calma e rassicurante degli educandi a non spingere oltre le loro possibilità i propri figli: “Padri, non irritate i vostri figli, affinché non si scoraggino” (Colossesi 3:20-21). La sfida è proprio l'equilibrio tra le parti in causa.

 

Inutile essere ipocriti, sotto il costante impulso tecnologico che spogliandoci di umanità ci sta lentamente rendendo sterili automi nello spazio delle connessioni, e in tante famiglie il perno che sta venendo meno è la comunicazione in quanto relazione. E quei figli, colpevolmente osservati estraniarsi nel mondo “virtuale”, sono gli stessi sui quali vengono riversate ambizioni e frustrazioni, ansie e desideri dei genitori. Indeboliti dal mondo digitale, i nostri figli fanno fatica a reggere l’urto emotivo della realtà vera. Ci sono così ragazzi che avvertono un senso di responsabilità totale nei confronti di quello che li circonda e si sentono inadeguati rispetto alla vita. Rimanere indietro con gli esami o non “sentirsi” sostenuti può generare la sensazione di non essere all’altezza della situazione e il timore di creare dispiacere e umiliazione negli altri. Eccoli allora stretti nella gelida morsa della paura di non essere nei canoni delle aspettative di chi li circonda di coccole e attenzioni, nella speranza di preservarli dal male che si reputa fuori, ma che terribilmente e non riconosciuto invece si annida nel loro intimo. Chi non ha, almeno una volta, nascosto, celato, mascherato il dramma di dover fare i conti con un “gigante”? Nello scontro duro e impietoso della competizione sociale capisci allora che non c’è posto per i deboli, e pensi sia meglio fingersi qualcun altro.

 

Smettiamola di far passare l’idea mostruosa che se non sei, primeggi e domini, allora non esisti. Viene propinata a valanga l’ossessione della vittoria, del diventare qualcuno, del “riuscire” nella vita, costi quel che costi. Un errore che, secondo me, sta riguardando una parte della predicazione evangelica, che anziché sostenere, spinge oltre il possibile umano e il concesso dall’Alto, arrivando finanche a tentare il Signore. Sarà un caso che il diavolo chiese a Gesù di lanciarsi dal pinnacolo del tempio? (Matteo 4:5-7). Credo che ogni tanto sia salutare “essere contenti del proprio stato” e apprezzare la multiforme azione della grazia divina. Altrimenti l’individuo cerca di conquistare il successo a qualsiasi costo in una sorta di “guerra contro tutti”, e se non ci riesce si incolpa, si sente inutile e per di più solo, o finisce per isolarsi. Tiriamo invece dal vaso della vergogna nuovamente il valore della sensibilità, della bontà, e perché no anche della timidezza, dell'essere come il paperotto Calimero. Solo così si potrà sradicare l’ignobile pensiero che un genitore possa rifiutare chi ha generato. Di certo anche i genitori devono uscire da questo limbo, e correggere atteggiamenti che, spesso inconsapevolmente, tendono a segnare differenza, condannando, e fino ad emarginare. Pretendere che un figlio raggiunga gli stessi traguardi, o faccia quel che non si è riusciti a fare è pericoloso. Perché non parlarne? La famiglia dovrebbe avere i suoi momenti di dialogo, avvalendosi di apertura mentale e dispensando autostima, perché se un figlio teme il giudizio dei genitori fuggirà dal confronto: questo è più grave della mancanza di dialogo. Non colpevolizziamo però i genitori che svolgono il duro mestiere di educatori. In questo compito non tutti riescono nel modo giusto, ma sicuramente un genitore non agirà mai consapevolmente per danneggiare il proprio figlio. E per questo fa sacrifici per permettergli obiettivi lontani.

 

Prendiamo coscienza che il modello che si tenta di imporre non è l'unico possibile. Sappiano i nostri ragazzi che possono coltivare la propria passione con coraggio, e anche con disinvoltura. E se sono ostacolati siano coerenti con il proprio istinto: prima o poi i genitori non potranno fare altro che accettarli ed amarli per quello che sono, e se avranno un pizzico di saggezza, saranno loro ad aiutarli. Non solo, ma bisognerebbe anche lasciare ad ognuno il tempo per sviluppare le proprie capacità, di compiere autonomamente il proprio percorso; riscoprire il valore di altri modelli di felicità che non siano legati esclusivamente all’esteriorità, al successo e alla ricchezza a tutti i costi. La fede cristiana dovrebbe favorire tutto questo. Mi sia concesso infine, davanti al moltiplicarsi di casi di suicidi, riguardanti anche credenti e finanche ministri, l’auspicio, oltre la personale riflessione e preghiera, di un impegno per la nascita di un tavolo di studio e approfondimento per corredare i responsabili di anime per un lavoro che salvi e protegga. Adoperiamoci insieme per riscoprire il valore dell’unicità che ognuno di noi possiede: siamo preziosi, stimati ed amati da Dio singolarmente per ciò che siamo ciascuno di noi: “Perché tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo…” (Isaia 43:4).

 

 

Foto di DWesson, www.freeimages.com

Please reload