Educazione come libertà

 

Ho da poco letto  il memoir dello scrittore Ken Follett - autore di romanzi di spionaggio, dei veri e propri best-seller – che rivela quali possono essere le conseguenze di far crescere i figli in una comunità ecclesiale che non accetti le sfide dei tempi e che non sappia rispondere, o almeno ci provi, alle nuove generazioni di fedeli e alle domande di senso intrinseche alla società. Il titolo del libro è Bad faith e si rifà al concetto esistenzialista per il quale la capacità di prendere decisioni morali è una componente essenziale dell’essere umano. Per gli esistenzialisti se si demanda la responsabilità morale a un’altra autorità (la Bibbia, oppure un prete o il papa), ci si può anche semplificare la vita, ma si perde una parte di umanità. Questo procedimento viene definito da Sartre mauvaise foi, ossia “cattiva fede”. Lo scrittore racconta l'esperienza di essere nato in una famiglia evangelica gallese appartenente ai Plymouth Brethren di Cardiff. Per il piccolo Ken Follett non è stato facile crescere in un ambiente dove quasi tutto era vietato: ogni forma di divertimento, il cinema, la musica leggera e addirittura il rock biblico. Ogni cosa era tacciata di eresia ed era impossibile mettere in discussione l’autorità dei genitori e degli anziani della comunità. Tuttavia, egli iniziò a trasgredire le ferree regole non appena possibile. Iscrittosi all'università, dopo aver conseguito la laurea in filosofia, si ritrovò ateo, un ateo arrabbiato. Solo dopo tanti anni riscoprirà il gusto di andare in chiesa e in essa l’esperienza di un sentimento di pace spirituale. In questo modo racconta il suo percorso: "Mi sono bastati tre anni per diventare ateo, ma ho speso il resto della vita per ritrovare, grazie a un improbabile girotondo, una qualche forma di spiritualità" (p. 41).

 

Con la lettura di questa storia mi è tornato alla mente un altro precedente illustre, Friedrich Nietzsche, figlio di un pastore evangelico, cresciuto in un contesto pietista dal quale uscì e si ribellò. Nella Prefazione alla Genealogia della morale Nietzsche parla della particolare scrupolosità riguardo alla morale che lo ha colto molto presto: "Una scrupolosità che entrò così presto nella mia vita, così non richiesta, così irresistibile, così in contraddizione con l’ambiente, l’età, l’esempio, la nascita, che avrei quasi il diritto di chiamarla il mio «a priori»" (p. 5). Con una testimonianza come questa mi sono posto l’interrogativo - insieme al teologo tedesco W. Pannenberg (Teologia e Filosofia) - se l’ateismo di Nietzsche non sia scaturito dall’avversione nei confronti della morale cristiana. Quella di Nietzsche, in tal senso, calata nella comunità evangelica del tardo XIX secolo, è da considerare l’opera del figlio di un pastore infedele. Proprio per questo penso che non bisogna ritirarsi davanti alle lezioni degli sviluppi negativi della religiosità cristiana; piuttosto, le testimonianze come quelle di Ken Follet e le istanze mosse da Nietzsche devono essere riprese. Comunque le si voglia leggere, a mio avviso, entrambe danno a pensare all’importanza di una “educazione come libertà”.

 

Da padre so bene che la grande tentazione di un genitore è quella di “cosificare” i propri figli, renderli dei bimbi-cosa, come se fossero dei vasi da riempire. Penso che bisogna riguardarsi da questo errore poiché i figli dipenderanno per tutta la vita dall’educazione impartitagli dai genitori. Come disse il grande educatore Jean-Jacques Rousseau: «L’uomo è nato libero, e ovunque è in catene» (Contratto sociale); e i genitori attraverso l’educazione sono chiamati a rompere le catene e a formare l’uomo. Lo scopo dell’educazione, il suo telos, è l’emancipazione. Questo lo insegna bene la pedagogia, sin dal momento in cui nasce nella Grecia di Platone. Si pensi a Socrate e alla “crescita di sé”, alla scoperta dell’interiorità e dell’autonomia, ma anche a Marx e “all’uomo onnilaterale”, a Maria Montessori e al bambino liberato e potenziato nelle sue capacità umane, a Don Milani e alla scuola per tutti e per rendere tutti gli uomini cittadini. Questi sono alcuni esempi significativi. Sebbene questa riflessione nasca all’interno della fede - la mia - a partire da testimonianze di vissuti religiosi - quella di Follet e Nietzsche – la questione dell’emancipazione riguarda tutte le realtà, anche le cosiddette laiche. La libertà è il centro motore della pedagogia la quale guarda alla formazione di un uomo consapevole, non omologato, libero da vincoli, dal sottile controllo sociale e dalla gabbia d’acciaio nella quale vive (F. Cambi, Filosofia dell’educazione). Ma non solo. Come afferma il filosofo Habermas, ogni sapere umano ha come scopo l’emancipazione dell’uomo.    

 

Questo a livello teorico. Ma come fare nella concretezza della quotidianità? Come comportarsi con i figli alla luce di queste considerazioni? La narrativa può esserci d’aiuto. Cormac McCarthy, considerato uno dei più grandi scrittori americani ancora in vita nel suo libro, Non è un paese per vecchi, racconta di due sogni del protagonista nei quali gli appare il defunto padre: «Il primo non me lo ricordo tanto bene, lo incontravo in città e mi regalava dei soldi e mi pare che li perdevo. Ma nel secondo sogno era come se fossimo tornati tutti e due indietro nel tempo, io ero a cavallo e attraversavo le montagne di notte. Faceva freddo e a terra c’era la neve, lui mi superava col suo cavallo e andava avanti. Senza dire una parola. Continuava a cavalcare, era avvolto in una coperta e teneva la testa bassa, e quando mi passava davanti mi accorgevo che aveva in mano una fiaccola ricavata da un corno, come usava ai vecchi tempi. E sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato ad aspettarmi» (pp. 250-251). Abbiamo due visioni antitetiche. Nel primo abbiamo il prototipo dell’uomo-cosa, il figlio che riceve dei soldi per appagare il desiderio indotto da una società depravata; un genitore che cerca di colmare dei vuoti con delle “cose”, l’educatore che colma il vaso di un soggetto passivo. Nel secondo sogno abbiamo il padre che apre la strada nonostante il gelo e il buio della storia. Ecco, ogni genitore (in generale, ogni educatore) dovrebbe guidare i propri figli attraverso il sostegno, orientarli con strumenti di autonomia, accompagnarli indicandogli i valori. Il buon educatore è un emancipatore. È colui che decondiziona, dà strumenti di libertà, indica il senso e lascia libero il figlio di seguire da sé il proprio senso.

 

 

Foto di Felime (Aladim) Hadler, www.freeimages.com

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