La nuova identità spirituale

04.07.2018

 

Quando leggiamo che Dio parlava con i patriarchi o con i profeti, nella maggior parte dei casi si è per lo più trattato di un silente rapporto comunicativo tra lo Spirito di Dio e lo spirito umano dei diversi personaggi biblici, intendendo per spirito umano l’insieme delle facoltà intellettivo-razionali di persone particolarmente vocate o iniziate alla ricezione del pensiero e della volontà di Dio in forza di una mente predisposta e sensibile allo Spirito.

 

L’Antico Testamento indica come fondamento della storia d’Israele il carisma; se si prescinde da esso rimane inesplicabile la raccolta dei testi che forma la Bibbia ebraica; in tale ottica i profeti ebrei si presentano come i carismatici per eccellenza. La fede di Israele può essere capita nella sua concretezza se si considera l’esperienza che il popolo fa nei mediatori a cui YHWH rivolge la sua parola al fine di comunicare al popolo che si è scelto la Sua volontà. Samuele è il primo dei profeti in senso stretto (1 Samuele 9,9). In lui c’è un impulso ispirato che suggerisce ciò che bisogna fare; lo dice a Saul e gli annuncia che avrebbe profetizzato in quanto lo Spirito dell’Eterno l’avrebbe cambiato in un altro uomo (10,5-6). Un fatto analogo è narrato più avanti (19,20-24) a proposito dei messaggeri inviati da Saul a Samuele, che stava in piedi alla testa di una comunità di profeti in trance profetica, «lo Spirito [il soffio] di Dio investì i messaggeri di Saul che si misero anch’essi a profetizzare». E lo stesso accadde a Saul, venuto dopo i suoi inviati. Ci rendiamo conto qui della parte che ha l’uomo con tutta la sua psiche nei fatti di influsso e di ispirazione attribuiti al soffio di Dio. Dio non interviene mai sull’uomo senza mettere in gioco l’uomo stesso fino nelle sue disposizioni psicosomatiche. Queste esperienze, tuttavia, hanno in comune con le altre il fatto di assicurare la realizzazione del disegno di Dio per il suo popolo. Consideriamo, per esempio, Giuseppe; di lui il faraone dichiara: «Potremmo noi trovare un uomo come questi, in cui ci sia lo Spirito di Dio?» (Genesi 41,38). E i settanta anziani ai quali Dio distribuisce un po’ dello spirito che era in Mosè (Numeri 11,6-7.25): essi profetizzano e siccome Giosuè si scandalizza di una estensione così poco selettiva di questo privilegio, Mosè gli risponde: «Sei forse geloso per me? Oh, fossero tutti profeti nel popolo dell’Eterno, e volesse l’Eterno mettere il suo Spirito su di loro!». Nelle origini d’Israele il rapimento estatico, la saggezza al di sopra della media e la capacità di giudicare rettamente, sono pertanto ricondotti allo Spirito di Dio.

 

Nella letteratura neotestamentaria il termine ‘esperienza’ traduce diverse parole:

  1. dokimê' – Romani 5,4 – significa: prova, dimostrazione; è un termine tipico dell’apostolo Paolo e ha il senso di chi ha dato buona prova di sé nella fede ed è così in grado di conoscere la volontà di Dio.

  2. dokimázein – Romani 12,2 – è un verbo che significa: provare, esaminare la genuinità di una cosa o una persona.

  3. héxis – Ebrei 5,14 – è usato nel senso di facoltà di discernere il bene dal male, che è tipica del credente maturo.

  4. aísthêsis – Filippesi 1,9 – è usato come espressione e funzione dell’amore per poter distinguere ciò che è bene da ciò che è male e dare un giudizio valido; infatti il senso lessicale è il discernimento morale in materie etiche.

L’espressione «conoscere per esperienza» nella letteratura neotestamentaria, indica una realtà spirituale che si realizza nell’uomo. È una manifestazione di Dio, per l’uomo e nell’uomo, appartiene all’atto creatore e rigeneratore di Dio verso l’uomo (1 Corinzi 11,12). Lo Spirito santo è donato all’uomo, dimora nell’uomo: «Non sapete voi che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Corinzi 3,16); si può dunque parlare di un dono che lo Spirito fa al credente, non di una facoltà naturale dell’uomo.

 

Il Nuovo Testamento attesta che lo Spirito è presente fra gli uomini come potenza che sostiene la Chiesa e che trasforma la vita degli uomini (1 Pietro 1,22-23). Dopo l’Ascensione, lo Spirito santo è dato alla Chiesa nel giorno della Pentecoste (Atti 2,1 ss.); Pietro nel suo discorso si riferisce esplicitamente alla profezia di Gioele (2,28 s.) circa l’effusione dello Spirito «su ogni persona», che nell’orizzonte spirituale (pneumatologica) richiama la profezia della rinascita delle «ossa secche» di Ezechiele. Tutto il libro degli Atti degli Apostoli mostra come lo Spirito crea, accresce e ispira i credenti ai quali distribuisce i suoi doni per l’edificazione della Chiesa; si può dire anzi che lo Spirito santo è il protagonista della storia apostolica. Lo Spirito santo opera nel singolo credente sia nella sua nascita spirituale (Giovanni 3,3-8) sia come principio e agente della vita nuova (Giovanni 6,63); inoltre vi sono diversi brani in cui si parla di battesimo di Spirito santo (per es. Matteo 3,11). Di chi è nato dello Spirito non si può dire né da dove venga, né dove vada, ossia la sua origine e il suo destino non sono più quelli conosciuti naturalmente, ma costui rinviene le proprie origini in Dio e il proprio destino nella vita eterna (1 Giovanni 2,25; Galati 6,8). L’esperienza dello Spirito è pertanto il riconoscimento di una nuova identità (Galati 2,20).

 

 

Foto di Fernando Audibert, www.freeimages.com

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