Paolo, l’ultimo apostolo, FiK Meijer

06.07.2018

Queriniana, Brescia, 2017, pp. 309

 

Trovandomi davanti a quest’ultima fatica di Maijer, mi ha sorpreso che, ancora oggi, un autore abbia scritto intorno all’Apostolo. Questo perché, Paolo sembra essere un argomento sul quale si sia detto abbastanza o quasi tutto, quindi, davanti a un’ennesima pubblicazione intorno ad uno dei personaggi più studiati di tutta la cristianità, possiamo pensare che sia difficile trovare qualcosa di nuovo che non s’abbia già detto e documentato. In realtà, l’Autore intraprende questa fatica letteraria per un atto dovuto alla sua grande passione e ammirazione per una delle figure più enigmatiche ma al tempo stesso, rivoluzionarie della Storia, non solo cristiana. La sua persona e il suo pensiero sono oggetto di studio non solo nel campo della teologia, ma attraversa trasversalmente la Storia come la filosofia, per finire nell’archeologia e la filologia.  Come afferma il professore di Amsterdam, non possiamo conoscere e parlare della storia del mediterraneo con tutte le sue evoluzioni storiche, politiche, culturali e sociali, senza interessarci di Paolo di Tarso. Il testo ci presenta il «racconto» della sua storia, avendo come traccia le fonti bibliche, dalle quali l’autore non se ne distacca mai, come se volesse seguire le orme dell’Apostolo, passo dopo passo, così come ci è stato trasmesso dai primi testimoni che sono: il libro degli Atti e le sue epistole, comprese le deutero e le trito paoline. Certamente lo studioso non si limita a tali fonti, ma la sua grande conoscenza e padronanza dell’argomento fa sì che, egli integri il racconto con fonti extrabibliche e archeologiche, ma avendo sempre le fonti bibliche come ossatura dell’intera opera.

 

Come cercherà di dimostrare il nostro dottore di storia antica, Paolo fu il rappresentante di una nuova religione. La sua predicazione, pur basandosi sulla propria fede giudaica, era diametralmente opposta a ciò che credevano i pagani, ma era anche in una relazione conflittuale con la fede del suo popolo. Il titolo: ”Paolo” ci rivela, subito, l’intenzione dell’autore, giacché nella sua intenzione, cosa che mantiene per tutto l’opera, vi è soltanto la volontà di presentare e raccontare la sua figura. A Maijer interessa solo presentare l’Apostolo, tutto gira ed è funzionale a questa grande personalità, che è perno ed è colonna di tutto il cristianesimo. Il sottotitolo: l’ultimo apostolo, ha in sé un’importanza metodologica oltre che concettuale. Presentare Paolo come l’ultimo apostolo indica che, egli sia l’ultimo di un ministero che è esclusivo ed è appartenuto solo a quelli che hanno vissuto e «visto» il Signore. Quelli che, come Paolo, sono stati le colonne su cui è poggiato o meglio, ha avuto inizio il cristianesimo. Infatti, egli pone l’accento sul fatto che, dopo di loro non vi è stato nessun altro con quel tipo di ministero. Ultimo ha anche un motivo metodologico e legato a un ordine temporale, perché, nella sua cronistoria, il nostro autore si avvale delle numerose ricerche degli ultimi decenni, quindi anche da questo si trae il senso di: ultimo. L’A. considera le ricerche fatte su Paolo degli ultimi dieci anni non ancora del tutto studiate e approfondite. Esse, per il nostro Prof., possono essere delle vere e proprie scoperte, fornendo agli studiosi una nuova luce e delle prospettive innovative intorno a delle affermazioni dell’Apostolo, tutt’oggi non chiare.

 

Il punto più controverso della pubblicazione è l’analisi psicologica di Paolo. Se da un lato il presentare Paolo come un personaggio molto umano, rende il testo molto più scorrevole, (chi lo legge si trova davanti ad una biografia romanzata, un racconto; e questo avvicina il lettore, che quali può essere tra tutti quelli che s’interessano del personaggio, ma non per forza uno specialista) da un altro punto di vista, questa sua scelta fa sì che il testo scada dalla sua pretesa di scientificità. Le deduzioni che l’autore presenta come esame psicologico e sociologico del protagonista, non possono essere supportate da documentazioni o elementi che in sé hanno una autenticità storica o sociologica. Il profilo tracciato potrebbe essere verosimile, quello di un predicatore appassionato, avendo come base una certa ebraicità, vissuto nel primo secolo. Questo però, deve essere considerato nell’ambito di un discorso universale ma che non può avere in sé un’oggettività storica, in quanto, non è dimostrabile che sia valido per un caso particolare come può essere la vita del protagonista, con tutte le sue sfumature e originalità. Inoltre, bisogna aggiungere che le sue deduzioni intorno alla persona di Paolo, nascono da concetti che provengono da convinzioni e a volte anche da pregiudizi, nati dall’ambiente e dai contesti di frequentazione dello studioso. Lo stesso si può dire del suo tentativo di presentare nuove prospettive per quanto riguarda il pensiero e la teologia parolina. L’interpretazione ancora subisce il pregiudizio iniziale del proprio autore. Quasi sembri che, Maijer usi certi discorsi di Paolo per avvalorare delle convinzioni proprie, che non possono essere accertate in modo oggettivo, giacché, è chiaro che risentono di una tale condizione. Infatti, la nota negativa di questo non sono le idee espresse, ma la pretesa da parte del Prof. di storia antica, che queste siano la più probabile interpretazione di un pensiero o di una teologia, che proprio per la sua universalità, fornisce sempre varie interpretazioni, che a volte addirittura possono, per alcuni versi, essere in contraddizione tra loro.

 

Ritornando alla domanda iniziale, però, leggendo il libro possiamo accorgersi della vera ragione che ha spinto l’autore a scriverlo. Di sicuro vi è la passione per la figura dell’Apostolo; la passione che spinge a scrivere una tale opera quando, si è accorti che, durante la storia del cristianesimo, Paolo è stata la figura più sfruttata e abusata. Dopo che il padre della Chiesa Agostino ebbe sottoposto i testi di Paolo a un esame critico, non ci fu più pace attorno all’Apostolo. Questo ha prodotto un mare di scritti e d’idee senza trovare un accordo. Questo ha fatto sì che le idee e la teologia siano state sempre più fraintese. Quando soprattutto, per la strada che ha intrapreso il cristianesimo, si è imputato, in modo erroneo, ai testi paolini alcune scelte non del tutto condivisibili. Una di queste è il fatto di voler liberare dalle loro radici giudaiche i cristiani. Allora, alla luce di questo, dobbiamo dare merito a Maijer di ripresentare al modo accademico e non solo, questo tipo di problema. Esso sembrava che fosse stato superato, ma ci accorgiamo che mai più di oggi deve essere ripreso. Bisogna che si ricominci a pensare e a riflettere di nuovo, non per essere presi dalle novità, ma per dare chiarezza e portare alla luce delle verità dimenticate, intorno ad uno dei protagonisti, forse per i cristiani non ebrei, il protagonista verso cui ogni cristiano ha un grande debito di riconoscenza. Senza dimenticare che, il cristianesimo attraverso Paolo è stato capace di trasformare il mondo ed è giunto fino a noi oggi.


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