Confessare i peccati

25.07.2018

 

Chi inizia la ricerca di Dio si troverà, ad un certo punto, ad un bivio: il senso di colpa per le sue azioni e la certezza del perdono divino. Il libro dei Salmi è ricco di preghiere a riguardo, tra cui questa: “Benedici anima mia, il Signore, e tutto quello che è in me, benedica il suo santo nome. Benedici, anima mia, il Signore e non dimenticare nessuno dei suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità” (Salmi 103:2-3). Un’invocazione questa da parte di chi si riconosce bisognoso di perdono, perché conscio di un comportamento iniquo. “Egli non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe. Come i cieli sono alti sopra la terra, così è grande la sua bontà verso quelli che lo temono. Come è lontano l’oriente dall’occidente così egli ha allontanato da noi le nostre colpe” (vv. 10-12). Nel tempo odierno si è scaduti, secondo me, in una eccessiva sensibilità verso le persone, tanto da temere di dire loro tutto quel che possa toccare la suscettibilità, seppur vero. La Bibbia, rivelazione della volontà divina, dichiara che tutti hanno peccato e sono privi della Sua gloria (Romani 3:23). Dinanzi al Suo essere tre volte Santo siamo tutti corrotti, privi di quella gloria che ci rende incapaci di avvicinarci al Suo trono di Grazia.

 

Un invito però si eleva incessantemente dal trono di Dio per il Suo popolo: “«Poi venite e discutiamo» dice il Signore: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero come porpora diventeranno come la lana»” (Isaia 1:18). Il Suo desiderio è essere riconciliato con noi: nessun peccato ci può separare da Lui. La certezza del perdono, però, non deriva da atti formali quali il sacramento della penitenza e della riconciliazione, che include la confessione dei peccati ad un ministro preposto. Il re Davide, dopo che ebbe commesso l’adulterio con Betsabea ed aver ucciso il marito Uria, pentito elevò una preghiera: “Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà; nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti. Lavami da tutte le mie iniquità e purificami dal mio peccato; poiché conosco le mie colpe, il mio peccato è sempre davanti a me. Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi. Perciò sei giusto quando parli, e irreprensibile quando giudichi” (Salmi 51:1-3). Egli riconobbe che la sua condotta trasgressiva ed iniqua aveva provocato sì la morte di un uomo innocente, ma era stata soprattutto un’azione contro l’Eterno.

 

In ambito evangelico non sono praticati il sacramento della penitenza e della riconciliazione, poiché ciò che leggiamo in merito nei vangeli, si riversa su quella che è una relazione spirituale personale. Non è l’uomo che ha la capacità di assolvere dai peccati, bensì una confessione sincera fatta a Dio diretta e personale. Il problema che oggi si riscontra è che siamo tendenti ad addolcire la nostra situazione, rendendo Dio troppo a nostro favore. Magari se ne fa una questione strettamente personale, senza rendere partecipe nessuno, pensando di risolvere il tutto esclusivamente con Dio. Vi è, però, così il rischio latente che il credente abusi della Sua misericordia dimenticando che Egli è tre volte santo. La Parola ci ricorda che il giusto cade sette volte ogni giorno (Proverbi 24:16), perché errare è umano. A forza di parlare troppo di grazia, si stanno annacquando alcuni aspetti del cristianesimo, ritenendoli di poco peso. Il Vangelo invece è drastico. Infatti, ci ricorda che se la nostra mano ci induce a peccare la dobbiamo tagliare, così come lo dobbiamo fare per l’occhio o per il piede (Matteo 18:8-9; Marco 9:43-48). Se il nostro desiderio è di essere discepoli Suoi, non possiamo essere leggeri e continuare a commettere le cose che prima ritenevamo lecite, ma che oggi, alla luce della Sua Parola, sono non gradite. Non possiamo abusare della Sua bontà e misericordia!

 

Per l’incapacità di essere chiari e per lucro, qualcuno nel passato ideò il purgatorio, così da paventare un’ulteriore possibilità di redenzione post mortem: i morti erano purgati dai peccati attraverso il suffragio dei vivi, con offerte e donazioni. Un voler acquistare la salvezza dell’anima che invece è già pagata dal sacrificio redentivo del Cristo. Non si può fare economia per ereditare il regno di Dio. Il perdono lo otteniamo quando confessiamo la nostra condizione e ribadiamo la nostra sottomissione a Lui. Temo che stia venendo meno la contrizione del cuore, la sofferenza per una condotta non gradita al Signore. Certamente  non necessitiamo di azioni che purificano la mente e la coscienza, servirebbero solo ad illudere gli altri, ma sempre e solo occhi umani. Dio conosce la nostra condizione per questo ci invita ad andare a lui e discuterne. Siamo chiamati ad evitare le situazioni che ci conducono in peccato, a porci dei limiti nella condotta morale e nell’osservanza della pratica religiosa. Se non basta, vi è il ministero che è predisposto per all’ascolto, soprattutto per quelle situazioni in cui è bene confessare a qualcuno che vediamo fisicamente. Ecco il perché dell’invito biblico a confessare i peccati gli uni a gli altri. La nostra relazione verticale con Dio, difatti, passa attraverso altri, quali i ministri preposti alla cura. Necessitiamo tirare fuori ogni peso affinché il Signore possa poi raccogliere e “gettare nel profondo del mare”. Chi ascolta deve accompagnare e non giudicare, essere di aiuto e conforto. Ritengo sia necessario, oggi più che mai, ritrovare la via della santità, perché senza santificazione nessuno vedrà Dio (Ebrei 12:14).

 

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Foto di Alfonso Romero, www.freeimages.com

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