La Chiesa non è una spiaggia

01.08.2018

Quanto segue non è sintomo di una sindrome puritana o un rigetto della bellezza fisica, ma solo una umile riflessione sul nostro abbigliamento come credente, timorato di Dio e rispettoso del prossimo e del luogo utilizzato per riunirci alla presenza del Signore. Quindi mi riferisco esclusivamente a contesti ecclesiali, in quanto al di fuori non posso pretendere nulla da nessuno, anche se ritengo che un cristiano è tale soprattutto quando non è in chiesa. Volgendo lo sguardo alle tante chiese che finora ho avuto la gioia di frequentare, devo tristemente ammettere che da qualche anno sto purtroppo assistendo a delle licenziosità che non riesco a condividere e che non posso ignorare. La mia vuole essere allora una voce che grida, segnala e denuncia. Il fatto che, come in altri luoghi di culto, sono apparsi in numerose comunità cristiane dei manifesti indicanti l’abbigliamento da evitare oltre allo spegnere i cellulari, è indice di un bisogno che si sta avvertendo da più parti, e il desiderio di limitare gli eccessi degli ultimi tempi.

 

Andiamo alla questione. Con l’arrivo della bella stagione non tutti gli uomini riescono a indossare camicia, cravatta e giacca quando si recano in chiesa. E qui credo che la comprensione venga facile. Lasciare nell’armadio la cravatta e forse anche la giacca è cosa ben diversa dall’indossare però con tanta nonchalance bermuda, canotta e sandali per andare a lodare Dio. Non ci crederete, ma più di una volta ho visto entrare persone in chiesa come se stessero andando in spiaggia: mancava solo l’asciugamano. Per le donne invece si accorciano le maniche, fin tanto a sparire e a diventare delle striminzite spalline. Le scollature scendono e si allargano. Le gonne, dove ancora si usano, si stringono e si accorciano. Ultimamente sono comparsi i bermuda femminili, prima indossati dalle ragazzine poi anche da persone adulte. Ciò che però ha superato ogni limite sono gli shorts, i pantaloncini, che rasentano l’indecenza. Non consideratemi un guardone, ma solo un disperato sorvegliante che non può volgere altrove lo sguardo.

 

Se sto scrivendo è perché credo che a tutto ci sia un limite, e che ogni credente dovrebbe avere in sé la misura della decenza. Chissà quante critiche seguiranno questa mia considerazione (!?). Eppure la Scrittura ricorda all’uomo e alla donna: “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Corinti 6:19-20). Sono anch’io genitore e mi arrabbio con e per le mamme che incoraggiano le giovanissime figlie a vestire in tal modo. Nessuno mi venga a dire che sono le ragazzine a decidere cosa indossare, perché gli acquisti li fanno (o almeno li finanziano) i genitori. Né possiamo nasconderci dietro frasi del tipo: “Questi sono i vestiti”. Allora meglio indossare quelli maschili, tra i quali però non mancano le esagerazioni. Temo purtroppo che più di qualcuna sia convinta che liberarsi dei vestiti è sinonimo di essere aggiornate, o di essere liberate da mentalità retrograde e paesane. La verità è invece che si è perso il pudore e il senso della decenza, senza parlare della nudità in generale o dell’atteggiamento femminile a svestirsi come atto di sfida all’uomo, il che riduce in entrambi i casi la donna semplicemente a “femmina”. Sono sicuro, almeno spero, che ciò non riguarda le credenti. Il Signore ha sempre avuto in considerazione la donna e come credente e ministro non posso che seguire il Suo esempio.

 

Probabilmente i costumi morali sono scesi così in basso che si sta smarrendo anche il concetto di “peccato”, come danno o torto recato a sé stessi e/o agli altri. Stiamo diventando talmente indifferenti a tutto che si ignora l’impossibile per timore che qualcuno possa risentirsi e decidere di non venire più in chiesa. In questo modo favoriamo lo sviluppo di ambienti ecclesiali che assomigliano a luoghi di mondanità e non a una casa di preghiera e incontro con Dio. E qui si leverà il grido di rivolta di quelli che sono pronti a condannare: "Dio non guarda alle apparenze, guarda al cuore". Ma tu metteresi qualcosa di prezioso in un contenitore trascurato o poco presentabile? Forse dovremmo allora ripartire dai più piccoli nella fede, a insegnare loro cos’è la presenza di Dio e come è opportuno vestirsi quando si va in chiesa, impegnandoci singolarmente a vivere una fede a 360 gradi. Con quelli più grandi trovare poi il modo di comunicar loro che essere cristiano vuol dire non confondersi con la massa né tanto meno ridurre il proprio corpo a un oggetto. Saranno questi i pensieri di chi sta invecchiando o il genuino sentimento di un servitore, affinché quando ci rechiamo in Chiesa abbiamo consapevolezza di presentarci in maniera decorosa e degna? Lascio a voi il giudizio. Almeno potrò dire di aver detto (ancora una volta) quello che pensavo.

 

(Revisione dell’articolo “I pantaloncini no” pubblicato ad aprile 2014)

 

Foto di (nova), www.freeimages.com

 

Please reload