Il sereno nella tempesta

08.08.2018

 

Al termine di una giornata intensa tra la gente a predicare annunciando il Regno, Gesù chiese ai discepoli di passare all’altra riva (Marco 4:35). Dopo essersi organizzati, i discepoli si imbarcarono con Lui, ma appena preso il largo, in maniera imprevista, si scatenò una tempesta. Questa scena ci ricorda come, anche nella nostra vita, le tempeste arrivano all’improvviso, e non esiste modo per evitarle. Nella tempesta i discepoli erano spaventati e destabilizzati, al punto da dimenticare che sulla barca vi era anche Gesù, appoggiato serenamente ad un guanciale che riposava. Non avevano ancora la piena comprensione di chi fosse. Anche noi spesso siamo destabilizzati e terrorizzati dalle circostanze negative, tanto da dimenticare che Cristo è anche sulla nostra barca. Di fronte ad un imprevisto reagiamo con sgomento. La nostra preghiera diviene grido: “Signore dove sei? Mi hai abbandonato”. La solitudine ci attanaglia in queste circostanze, poiché il più delle volte si è anche umanamente soli. In tali momenti la cosa giusta da fare è pregare in silenzio, così come suggerisce la bibbia: “È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” (Lamentazioni 3:26). Elia in fuga da Iezebel, si rifugiò sul monte Oreb e lì si manifestarono eventi singolari, quali vento impetuoso, terremoto e fuoco. Il profeta era disperato, forse anche impaurito e per questo aveva trovato rifugio in un caverna. Quell’anfratto può rappresentare la nostra condizione, quando ci veniamo a trovare in un momento difficile. Allora tendiamo a chiuderci in noi stessi e aspettiamo una parola da parte del Signore. In quei momenti vorremmo sentire un terremoto, un tuono dal cielo, incontrare un profeta o addirittura un angelo che ci parli ed essere così profondamente scossi.

 

Dal racconto sappiamo che un terremoto fece tremare la montagna, che un fuoco divorò l’esterno della grotta. Arrivò poi un vento impetuoso, ma di Dio nessuna traccia. Quando gli eventi atmosferico finirono, ecco una voce dolce e sommessa, che in maniera pacata gli chiese cosa facesse lì e per quale motivo si fosse nascosto. Quando imperversa la tempesta dovremmo pregare nel silenzio, senza farci prendere dalla rabbia o dalla paura, finendo per accusare finanche il Signore. Questo sarebbe un enorme errore! La scelta più saggia è aspettare nella calma. Difatti, fu nella quiete che Elia capì che stava sbagliando direzione. Invece egli in precedenza, mentre l’Eterno gli bisbigliava chiedendogli cosa facesse li,  era stato veemente e lamentandosi aveva raccontato tutto ciò che gli era accaduto. Quando la tempesta si abbatte sulla nostra vita se non reagiamo in maniera appropriata cadiamo nello stesso errore del profeta. Questi si lamentava di essere solo, e aveva inoltre la presunzione di essere indispensabile al piano di Dio. “Signore, il mio cuore non è orgoglioso e i miei occhi non sono alteri; non aspiro a cose troppo alte per me. In verità l’anima mia è calma e tranquilla. Come un bambino divezzato sul seno della madre, così è tranquilla l’anima mia, O Israele spera nel Signore ora e per sempre” (Salmi 131). Ogni essere umano, piccolo o grande che sia, trova la sua sicurezza nell’abbraccio della madre e nella tempesta dobbiamo essere come un bambino e cercare l’abbraccio di Dio che è pronto ad accoglierci sul Suo seno. La Scrittura ci consiglia di cercare il petto, perché Egli ci ha cercati nel Suo seno e nelle Sue mani osserva il nostro volto. Non possiamo prevedere la tempeste sulla nostra vita, ma possiamo farci avvolgere dalle Sue braccia come un bambino che cerca il petto della mamma per ottenere conforto. Egli è pronto a rassicurarci, a raccoglierci tra le Sue braccia d’amore.

 

Quando i discepoli svegliarono Gesù, Egli domandò loro il perché di tanta preoccupazione. Se nella barca della nostra vita è presente il Signore non c’è motivo per non riposare tranquilli. Gesù aveva il capo su un guanciale come un bambino sul seno della mamma. Quella notte segnò sicuramente Pietro che tempo dopo, la notte prima della sua esecuzione, dormirà in cella. Un angelo lo destò, e lui ancora assonnato, fu condotto fuori e attraversò la città. Allo stesso modo noi, tra il dormire ed il vegliare spirituale, siamo condotti dal Signore fuori da ogni bufera. Non lasciamoci assalire dal timore. La forza della nostra fede sta nel riposare quando gli altri non trovano pace, nel restare sereni quando gli altri sono disperati. Affidiamoci alle Sue amorevoli mani perché Egli si prende cura di noi. Non possiamo che sperare sempre nell’Eterno sia con il sereno, sia nella tempesta. Differentemente dai discepoli noi sappiamo che Cristo è il Figlio di Dio, è il Salvatore e Liberatore, il Primogenito tra i morti, Colui che calma anche il mare. Spereremo sempre e per sempre in Lui.

 

 

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Foto di Alexander Rist, www.freeimages.com

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