Ora rifletti

22.08.2018

 

Quando il re Davide riuscì a rendere stabile il suo regno, ebbe in cuore di costruire una casa per l’Eterno. A motivo di quanto era avvenuto precedentemente e per le circostanze che lo avevano indotto a peccare, Dio non glielo permise. Quando Egli agisce in tale maniera, sbarrando il nostro cammino, come Davide rimaniamo pietrificati. Inutile pregare che apra una porta, poiché solo ciò che Lui apre nessuno chiude, ma se Lui serra nessuno può aprire. La reazione diffusa è ripiegarsi su se stessi e concentrarsi sulla delusione. Davide aveva tutto, ma aveva ricevuto un diniego dall’Alto. Per non sentirsi “debole” decide di quantificare la sua potenza militare (2 Samuele 24:10 e ss.). I generali cercano di farlo desistere dalla determinazione di contare gli uomini dell’esercito, perché era come dire che i risultati ottenuti derivavano dalla capacità militare. Quando sul nostro cammino si chiude una situazione, siamo intenti a concentrarci su ciò che abbiamo ottenuto e fatto come se fosse dipeso da noi e il merito sia tutto nostro, dimenticando che ogni cosa facciamo e quel che siamo è solo una grazia dell’Eterno. Tutto quel che possediamo è un Suo dono, nulla ci appartiene in maniera definitiva. Infatti, lasceremo tutto su questa terra.

 

A prescindere delle nostre capacità, siamo tutti in grado di riconoscere quando commettiamo un errore. Il più delle volte però fingiamo e copriamo la malefatta. Difatti quando il re Davide si mise in cuore di censire il suo esercito il cuore lo riprovò grandemente. Quando commettiamo un errore lo sappiamo, e se in noi c’è il timore di Dio la voce dello Spirito ce lo sussurra. Davide, infatti, disse: “Ho gravemente peccato in quel che ho fatto” (v. 10). L’azione più saggia è chiedere perdono al Signore, avendo consapevolezza che gli errori si pagano: “ma ora, o Signore, perdona l’iniquità del tuo servo, perché ho agito con grande stoltezza” (v. 10). Solitamente all’origine di ogni sbaglio c’è la leggerezza, così come lo fu in questa occasione per Davide. Egli chiese immediatamente perdono a Dio, perché sapeva bene che all’occhio Suo nulla sfugge. In un altro paese vi era il profeta Gad, il quale ricevette una rivelazione da parte dell’Eterno. Gad fu inviato a consegnare un messaggio a Davide, in risposta alla sua preghiera. Colui che annuncia la parola non ha necessità di conoscere i fatti, deve sole ottemperare al mandato. Il profeta giunse nel momento in cui il re aveva chiesto a Dio di redimerlo. La risposta dell’Eterno arriva sempre al momento opportuno.

 

Le soluzioni proposte alla disobbedienza furono tre: “Vuoi sette anni di carestia nel tuo paese, oppure tre mesi di fuga davanti ai tuoi nemici che t’inseguono, oppure tre giorni di peste nel tuo paese? Ora rifletti e vedi che cosa devo rispondere a colui che mi ha mandato” (v.13b). Nella giunta attraverso il profeta da parte del Signore un’espressione risuona: “Ora rifletti”. Un suggerimento che lo invita ad essere coscienzioso e attento nella decisione. Davide ormai era avanti negli anni e sulle spalle aveva un grande bagaglio di esperienza. Saggiamente egli palesa apertamente a Gad la sua sofferenza e chiede di cadere nelle mani di Dio, affidandosi alla sua correzione. Sa che, a differenza degli uomini, il Signore è misericordioso, ed è cosciente che la Sua correzione può però essere anche dolorosa. Come fa un vasaio, Egli può anche rompere l’argilla, tanto sarà sempre e solo per il suo bene. Davide sapeva bene che avrebbe sofferto, ma era anche ben conscio che sarebbe stata la cosa migliore. Di tanto in tanto Lui ci mette spalle al muro, per mostrarci la nostra misera condizione. Ce la palesa non per offenderci, ma perché vuole rivestirci della Sua gloria. La calamità scelta furono tre giorni di peste. Fece tanti morti e il re pregò affinché il popolo fosse risparmiato mentre a pagare fosse solo lui. “Quel giorno Gad andò da Davide e gli disse: «Sali, ergi un altare al Signore nell’aia di Arauna, il Gebuseo»” (v. 18). Quando ci presentiamo a Dio è necessario che costruiamo un altare, che passiamo attraverso il sacrificio di Gesù (il posto indicato a Davide si presume sia lo stesso in cui Abramo doveva sacrificare Isacco). Il Signore ha dato per noi il sacrificio perfetto. Di conseguenza non serve flagellarci, ma la Sua parola ci chiede di passare per l’altare di Cristo e riconoscere che il nostro peccato è stato lavato dalla Sua morte. Non potevamo guadagnare la Sua giustizia perché eravamo persi nel peccato quando Egli moriva, donandoci la possibilità di fare pace con Dio. A quell’altare si va con un cuore penitente, la disponibilità di fare i conti con i propri errori altrimenti non vi può essere rinascita né redenzione. Se ti accingi ad andare all’altare fa tuo il consiglio del profeta. “Ora rifletti”.

 

 

Puoi ascoltare un messaggio sul tema qui

https://www.youtube.com/watch?v=PmuqaY9bRh0

 

foto di Elise McLaughlin, www.freeimages.com

 

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