Il coraggio di parlarne

12.09.2018

 

Ho avuto recentemente modo di leggere tutto di un fiato "Manuela X, il coraggio di parlarne" (Soli Deo Gloria, Piacenza), una storia vera di abusi finiti in una stanza scura della memoria e poi lentamente affiorati a distanza di anni. L’autrice, con molto coraggio, non si nasconde e riesce a calare il lettore nelle sue tragiche e dolorose vicende. Il problema dell’abuso e della violenza è affrontato con grande sobrietà e porge la mano a chi sta combattendo affinché certi ricordi non escano da quel luogo buio. Il fatto che si tratti di una persona "qualunque", che vive e si sforza di vivere una vita "normale" mette una certa inquietudine al pensiero che chiunque possa aver vissuto - o stia vivendo - la stessa situazione, un abuso che può essere non solo sessuale, ma anche emotivo, psicologico, spirituale, fisico. Infatti, situazioni violente si perpetrano attraverso il canale psicologico con attacchi verbali come la derisione, la molestia verbale, l’insulto, la denigrazione, finalizzati a convincere il soggetto di “non valere nulla”. Situazioni di gelosia, di ossessività e controllo eccessivo si manifestano attraverso minacce verbali di abuso, e forme di aggressione o tortura. Vi sono anche forme di molestia subdola che sfociano nello stalking, con il quale si esercita una forma di controllo ossessivo nei confronti della persona da cui si viene rifiutati. Sicuramente però la violenza più diffusa, al contrario di quanto si possa pensare, è quella che avviene all’interno delle mura domestiche, ovvero in ambito familiare.

 

I dati sul fenomeno non potranno mai rappresentare un quadro completo, perché la gran parte tenta di nascondere o di provare a dimenticare. Meglio non denunciare, meglio non parlarne è la triste decisione della gran parte. Ma prima o poi tocca fare i conti con l’emersione di ricordi repressi. E questo può accadere in qualsiasi momento, attraverso il ritrovamento di un oggetto, una foto o incrociando l’aggressore. Come si fa a far finta di niente quando poi si condividono le stesse pareti con chi ha abusato? Insicurezze, perplessità, dubbi e paure, unitamente a un senso di intrappolamento e di incapacità di poter volare via sono un pane quotidiano difficile da ingerire e digerire. Ogni tentativo di fuga dalla realtà può essere solo deleterio, in quanto può introdurre nel viatico della depressione e finanche al tragico epilogo del suicidio. In alternativa, c’è la finzione del “va tutto bene”, il che significa vivere una vita di apparenza. In tal caso il rischio è che le ferite non adeguatamente curate possano infettarsi e nel tempo diventare peggiori. In ogni modo si tratta di conseguenze dolorose, che non possono essere in alcun modo ignorate. Di fronte anche a situazioni del genere, la chiesa deve accettare ogni giorno la sfida ad essere sale della terra e luce del mondo, affinché "si spezzino le catene della malvagità, si sciolgano i legami del giogo, si lascino liberi gli oppressi, e si spezzi ogni tipo di giogo" (Isaia 58).

 

Occorre insieme lavorare alla costruzione di una società in cui non prevalgano paure, chiusure, egoismi, ingiustizie e non ci si rassegni a lasciare indietro i deboli. Tutte minacce reali, di fronte alle quali i cristiani non possono rimanere indifferenti e silenziosi. L'invito del Signore agli "affaticati e oppressi" (Matteo 11:28) a recarsi a Lui è un imperativo di esercizio per chi professa un ministero di aiuto e cura, chiamato a dare "il riposo" annunciato, quel ristoro dell'anima tanto agognato. Per questo la comunità, i conduttori e i responsabili di anime devono essere pronti a raccogliere chi “lontano da casa” fa l’esperienza del figliol prodigo, che “rientra in sé” e decide di percorrere la strada a ritroso. Il primo elemento è non ignorare che questo possa accadere a chiunque. Sono certo che nei nostri contesti comunitari in tanti (e temo non solo donne, ma anche uomini) hanno conosciuto l’abuso e non riescono appieno a vivere la spiritualità perché vi sono enormi macigni nel loro interiore. Persone che da vittime si sono ritrovate a sentirsi causa della violenza patita, al punto di considerare la loro “bellezza fisica” come un pericolo per gli altri e di non curarsi più. Chi trova il coraggio, come Manuela, di ripercorrere il passato per liberarsene definitivamente e lasciarsi guarire nel profondo deve trovare poi innanzi a sé figure all’altezza del padre amorevole della parabola narrata da Luca. Risulta fondamentale la confessione, l’aprirsi con chi presta il suo ascolto, senza minimamente compatire, ma che con amore e comprensione stimoli la risalita. Signore, aiutaci ad essere all'altezza!

 

Gianfranco Giuni scrive nelle conclusioni del libro: “Gesù disse che è la verità che ci avrebbe resi liberi e questo comprende l’uscita dai meandri delle negazione, della paura, della vergogna, del disprezzo per sé stessi, della rabbia, della copertura e dei falsi sensi di colpa, dal senso di impotenza e rassegnazione. Per fare questo occorre avere il coraggio di parlare, di rompere la prigione nella quale ci hanno rinchiusi e nella quale abbiamo cominciato a vivere per sentirci sicuri. Dobbiamo confrontarci con la verità e rinunciare alle bugie, su noi e gli altri, che ci hanno convinto a credere”. Coraggio … spero che queste parole diano il coraggio necessario, perché ritengo sia arrivato il momento di essere liberati.

 

 

Foto di eigne, www.freeimages.com

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