Fede nella tribolazione e nella angustia del cuore

26.09.2018

 

“Oggi, di innamorati del suo regno celeste, Gesù ne incrocia molti; pochi invece ne trova di pronti a portare la sua croce. Tanti desiderosi di consolazione, pochi della tribolazione, molti disposti a sedere a mensa, pochi disposti a digiunare. Tutti desiderano godere con Lui, pochi vogliono soffrire per Lui. Molti seguono Gesù fino alla distribuzione del pane, pochi invece nel momento di bere il calice della passione. Molti guardano con venerazione ai suoi miracoli, pochi seguono l'ignominia della croce. Molti amano Iddio fin tanto che non succedono avversità. Molti lo lodano e lo benedicono soltanto mentre ricevono da lui qualche consolazione; ma, se Gesù si nasconde e li abbandona per un poco, cadono in lamentazione e in grande abbattimento. Invece coloro che amano Gesù per chi Lui è, non già per una qualche consolazione propria, Lo benedicono nella tribolazione e nella angustia del cuore, come nel maggior gaudio spirituale. E anche se Gesù non volesse mai dare loro una consolazione, ugualmente vorrebbero sempre lodarlo e ringraziarlo”. Così scriveva Tommaso da Kempis in un passaggio del suo medievale L’Imitazione di Cristo.

 

A distanza di circa seicento anni, penso che sia quanto mai attuale. Siamo, infatti, bombardati da messaggi che esaltano gli effetti prodigiosi della fede nel Signore Gesù, al punto che se qualcuno non raccoglie miracoli deve sentirsi come il giudeo che nell’Antico Testamento era colto da malattia. Un episodio narrato negli Atti da Luca (capitolo 12) può fornire traccia di riflessione. Si fa riferimento al periodo in cui Erode cominciò a maltrattare alcuni della chiesa, e tra questi fece uccidere Giacomo e arrestare Pietro. I sostenitori della fede vittoriosa, puntano i loro occhi sulla miracolosa liberazione di Pietro, avvenuta in piena notte mentre la chiesa elevava fervide preghiere per lui. Solleva l’anima abbattuta il sapere che non c’è prigione che non possa essere aperta, pericolo che non possa essere vinto. Siamo così rianimati e incoraggiati. Eppure la storia inizia informandoci dei maltrattamenti patiti da alcuni e della morte di Giacomo. Quindi, se Pietro è liberato, Giacomo è abbandonato? Se ragionassimo avendo esclusiva considerazione solo per la fede che ottiene, che vince e trionfa, cosa dobbiamo pensare della fine di Giacomo?

 

Dovremmo, secondo me, abbassare i target di una spiritualità eccessivamente trionfante, e disporci ad imparare che avere fede o vivere per essa significa credere e continuare a credere nonostante le conseguenze terrene della nostra fede. Mentre nella gran parte delle agiate e accessoriate comunità dell’occidente, in altri paesi vi sono gruppi di credenti che rischiano la vita ogni giorno, e la loro unica vittoria è avere un altro giorno da vivere per testimoniare la speranza della vita eterna. La fede diventa vittoriosa quando è messa alle strette, quando deve fare i conti con la possibilità che gli altri vincono e noi perdiamo. Infatti, non tutti vengono liberati, non tutti vengono guariti, non tutti vengono esauditi. Eppure Dio ascolta la preghiera di chiunque grida a Lui. Ma se misuriamo la qualità della fede con i risultati ottenuti, temo che sminuiamo la grandezza e la sovranità di Dio, riducendolo al ruolo di semplice esecutore dei nostri desideri. Se è vero che la fede porta la vittoria, è pur vero che essa può incontrare la sofferenza. Non sempre quel che chiediamo corrisponde al volere divino per la nostra vita. Allora ci vuole equilibrio, perché se tendiamo all’esaltante trionfo e ci ritroviamo nella fossa della leoni, su un letto di infermità o lungo la valle dell’ombra della morte, Dio resta lo stesso. Altrimenti si corre il rischio di essere i primi a porre dubbio sul proprio credere, mentre “la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono” (Ebrei 11:1), come ci ricorda lo scrittore agli Ebrei. Non si tratta di un autoconvincimento o di un pensare positivo, perché chi crede sa riconoscere anche che la Sua volontà è prioritaria.

 

Nel capitolo di Ebrei 11, lo scrittore menziona personaggi che hanno ottenuto grandi risultati per la fede: “vinsero regni, scamparono ai leoni e alla spada”; e davanti a loro è impossibile continuare. Tutti vogliono conquistare ed essere ricordati per le loro vittorie. Se tutti combattono, non tutti vincono. Infatti, lo scrittore continua e menziona sofferenze, umiliazioni, persecuzioni e morte. Non è scandaloso che credenti vengano perseguitati e barbaramente uccisi. È scandaloso che chi “sta bene” non li sostiene neanche con la preghiera. Gesù non ha promesso percorsi trionfali, anzi aveva allertato i discepoli a fare i conti con la sofferenza a causa del Suo nome. Lo scrittore di Ebrei ci dice che “altri” furono brutalmente torturati e martoriati per ottenere una migliore resurrezione: i loro occhi erano rivolti al cielo, come fu per Stefano durante la lapidazione. Altri hanno subìto scherni, frustate, flagellazioni, hanno provato fame e nudità. Altri finanche segati in due. Fu la loro fede a consentire loro di affrontare la sofferenza. Piuttosto che criticarli, lo scrittore ha per loro un nobile giudizio: “il mondo non era degno di loro”. Tremo al pensiero che una parte di chiesa oggi non sarebbe degna di credenti con tale forza interiore.

 

Facciamoci un bagno di umiltà, e usiamo la fede per piegarci ai piedi del Dio Sovrano e Onnipotente. Distogliamo le nostre preghiere dalla materialità e da tutto ciò che non dura in eterno. Eleviamo lo sguardo alle cose di lassù, perché un tempo di sofferenza potrebbe essere lo strumento per affinarci e modellarci secondo gli alti pensieri del nostro Dio. Perfino un uomo con cui Dio parlava faccia a faccia, come Mosè, non vide l’adempimento della promessa. Non tutto ciò che Lui ha promesso lo vedremo con i nostri occhi. Al di là di tutto, non sta a noi scegliere, ma impariamo a dichiarare: “Non la nostra, ma la tua volontà sia fatta”. Infatti, l’ultima parola spetta solo al Signore nostro, sovrano e misericordioso. Se dichiariamo di avere fede, lo dimostriamo nelle circostanze avverse, quando continuiamo a credere nonostante ogni conseguenza. La fede che soffre c’è sempre, nonostante tutto e tutti. Preoccupiamoci allora di godere dell’approvazione di Dio, godendo di quella “buona testimonianza” che secondo Ebrei fu resa agli antichi.

 

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Foto di Ale Jaeger, www.freeimages.com

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