Come ti relazioni con Dio

03.10.2018

 

Comunemente gli esseri umani si relazionano con Dio da due prospettive completamente opposte tra loro: c’è chi ne chiede l’intervento nelle necessità e nei problemi e chi, invece, ha di Lui una visione come di un Giudice pronto a condannare e a trattare in modo crudele il genere umano. I vangeli nel narrare i momenti precedenti la morte di Gesù, quelli del Suo supplizio, ci raccontano come si sia ritrovato tra due ladroni. Uno dei due, quello conosciuto come l’impenitente, Gli chiese di salvare sé stesso e loro due, manifestando così la Sua natura divina. Verrebbe da pensare che quella richiesta  fosse basata su quanto si diceva in giro di Gesù e che quindi il condannato desiderasse sperimentarne la veridicità. A ben guardare però il suo intento era altro. La sua vera preoccupazione non era che Cristo manifestasse la Sua natura, bensì vedeva in Lui la sua ultima speranza, l’unica possibilità per scendere dalla croce. La ricerca di Dio, per molti è finalizzata unicamente alla ricerca di un’altra possibilità da sfruttare esclusivamente in questa vita. Quasi nessun essere umano realizza la necessità di farLo diventare parte della propria vita per cambiarne l’attitudine; l’intenzione di fondo di ognuno è di continuare a condurre lo stesso stile di vita che si è condotto fino a quel momento.

 

Seguendo il racconto di Luca (23:39-43), si nota come l’altro ladrone si rivolse al collega  domandandogli come potesse non avere un minimo di timore di Dio di fronte ad una situazione così estrema, quasi come se non avesse coscienza di essere ad un passo dalla morte, e ormai senza nessuna speranza. Lo invitò così a sottomettersi a Colui che sarebbe stato, dopo la morte, il loro Giudice. La condanna che era stata loro comminata era la pena che dovevano pagare per le loro azioni. Il secondo malfattore dinanzi a tale verità ed alla morte che lo avrebbe aspettato da lì a poco, aveva preso coscienza delle proprie colpe considerando, non solo la pena meritata in base alla azioni commesse, ma maturò anche la consapevolezza di aver fatto cose che avevano arrecato del male agli altri, cose che il primo era restio a capire. Inoltre questi riconobbe che Gesù, a differenza sua, non aveva commesso alcun male; tale consapevolezza faceva riscoprire sé stesso colpevole e mancante. Il pensiero immediatamente successivo fu quello di realizzare che, se un giudizio lo aspettava dopo la morte terrena, lui sarebbe stato trovato colpevole e senza scampo. Fu in quell’attimo che la luce squarciò il buio della morte, l’attimo di fede, la scintilla che Dio ha posto in ogni uomo e che permise a quel malfattore di riguardare a Colui che era al suo fianco e dirgli «Signore, ricordati di me quando verrai nel tuo regno» (Luca 23: 41a).

 

La Scrittura narra come a questi fu posto davanti una possibilità inaspettata ad una qualsiasi logica umana, ovvero un perdono che non si basava su dei meriti. L’amore di Dio si manifestò attraverso la risposta di Gesù: «In verità ti dico: oggi stesso sarai con me in paradiso» (Luca 23:43). L’azione di Dio non è una promessa futura! Egli utilizzò la parola OGGI, come a dire che quello che gli stava chiedendo lo avrebbe realizzato quel giorno stesso, così anche per quello che stava sperando! La croce ci annuncia che Dio viene ad incontrare la nostra esistenza non secondo parametri umani o secondo la nostra umana giustizia che ha come criteri il premio per ogni azione buona e la pena per ogni azione negativa. Dio prospetta dinanzi a noi soltanto il Suo bene. Dinanzi ad un Dio che è misericordia molti si potrebbero chiedere perché abbia salvato solo uno dei due malfattori, nonostante avesse il potere per salvarli entrambi. Va detto che il Signore non condiziona la volontà di nessuno, difatti uno solo dei due ha chiesto ed ottenuto il perdono mentre l’altro gli prospettava cose che non rientravano nei Suoi piani. Solo il secondo ladrone gli aveva chiesto di essere portato nel Suo regno, confessando che Gesù è la sola via per entrare nel regno di Dio. Non dobbiamo dimenticare che Dio è amore ed ama l’intera umanità, ma che questo Suo amore si manifesta verso coloro che decidono di andarGli incontro. In questo Egli è fedele e non ci imputa le nostre colpe, anzi se ne è fatto caricato morendo per noi e non contestando le ingiuste accuse che Gli furono rivolte. Il profeta Isaia paragona il Suo atteggiamento a quello di una pecora che rimane muta davanti a chi la tosa (Isaia 53:7).

 

Nel riguardare a quanto accadde in quei momenti sul Calvario dovremmo essere spronati e spronarci a vicenda a non accusare il Signore per alcuna delle situazioni negative della nostra vita. Piuttosto dovremmo imparare a prendere maggiore coscienza dei nostri problemi e delle nostre colpe senza addossarle immediatamente a Dio. Il nostro sforzo deve essere quello di adottare lo stesso atteggiamento del secondo malfattore, che dinanzi a Gesù riconobbe le sue debolezze e ne chiese l’aiuto. Non solo come singoli individui, ma anche in quanto comunità dovremmo riguardare al secondo malfattore, il quale nonostante fosse conscio degli errori e dei peccati commessi presentò se stesso a Gesù e si preoccupò di incoraggiare il suo socio a fare lo stesso. Nello stesso modo in cui Dio ci aiuta, a nostra volta dovremmo essere capaci di aiutare gli altri, se Lui ci ha perdonati noi dovremmo fare altrettanto, questo perchè nella misura in cui misuriamo saremo altresì misurati.

 

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Foto di Steve Cohen, www.freeimages.com

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