Più morale e meno moralismi

10.11.2018

Qualunque sia il clima della giornata, ogni giorno nell’aria si leva come vento una scia di inviti moralistici. Sull’onda mediatica, ogni giorno qualcuno puntualizza o precisa le parole espresse da altri il giorno prima. E qualunque elenco proverei a fare, resterebbe pur sempre stringato, e ciascuno potrebbe dilettarsi ad ampliarlo, così da accorgersi che tra il dire (le chiacchiere) e il fare (che spesso non si menziona) altro che mare … si perde ogni confine.  Si tratta di una triste constatazione rilevare l’atteggiamento diffuso di sentirsi autorizzati a sindacare tutto e tutti, ad ogni livello e occasione. E nello stesso tempo, senza difendere la posizione di alcuno o provare a confrontarsi. Sarà perché la preoccupazione di ognuno è difendere solo se stesso? Lungi da me il difendere o l’accusare qualcuno, non è questa mia intenzione. Credo che oltre alla lamentela ciò che più ci riesce bene è la critica, ma non quella costruttiva. Ben mi è nota però la citazione evangelica, che ora mi sovviene e che dovrebbe illuminare il nostro agire: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Ovvero, come puoi dire a tuo fratello: “Lascia che ti tolga dall’occhio la pagliuzza”, mentre c’è una trave nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello» (Matteo 7:3-5; Luca 6:41-42).

 

Ritengo che ci sia una sostanziale differenza tra il comunicare una notizia di un fatto, relativo al comportamento di qualcuno, e il confezionare una predica o morale al soggetto levandosi a ruolo di arbitri o giudici. Lasciamo fare notizia agli addetti ai lavori, pregando anche per la libertà e il diritto di cronaca di quanti lavorano nella comunicazione. Il mio ruolo qui non è fare cronaca o cavalcare qualche notizia per raccogliere un elettorato o una platea di follower, ma soltanto spendere una parola che possa aiutare a migliorare la nostra condizione di credenti. Purtroppo siamo così generalmente calati nei talk show, parte di gruppi di opinione e tanto altro, che temo sia alto il rischio di assumere atteggiamenti di falso moralismo solo per il piacere di accusare o criticare qualcuno. Dio mi aiuti a non essere frainteso. “È facile predicare la morale, difficile gettarne le basi”, diceva Schopenhauer. Si è sempre pronti a dire all’altro cosa fare o non fare, ciò che è giusto o meno, anche quando non si ha piena conoscenza dei fatti o tanto meno le competenze specifiche del caso. Siamo certi che quando ci alziamo in piedi e facciamo sentire la nostra voce per fare la morale a qualcuno di essere moralmente autorizzati? Temo che a volte accade proprio come quando un amico viene a cena e si presenta con una bottiglia di vino o un dolce, e tu gli dici: “Non dovevi”. Ma se fosse venuto a mani vuote, lo avresti poi criticato. Allora, doveva o non doveva?

 

Mi sia concesso di giocare sul termine “morale” come sostantivo e aggettivo. Quando si parla di morale (come etica), il cristiano non dovrebbe ascoltare nulla di nuovo. Il cristianesimo è morale, e dove non c’è cristianesimo vissuto è molto difficile trovarsi in posizione “morale”. La morale o etica, in quanto “misura del comportamento”, si palesa nel dovere di rispetto e nel diritto di libertà. Due termini, però, si rincorrono con poca distinzione: moralità e moralismo. La moralità trova fondamento nel dovere di rispetto, quindi è morale ciò che si fa rispettando gli altri; il moralismo invece si esplicita come un diritto di libertà, di conseguenza è moralistico ciò che si attua imponendo agli altri la propria libertà. Ecco quindi perché non se ne può più dei moralismi, in quanto imposizioni che non hanno rispetto di nessun. L’immoralità dilagante e costumi senza più alcuna etica denunciamo un bisogno sociale di sani modelli e non chiacchiere. Abbiamo bisogno di più morale e meno moralismi, ossia di comportamenti che sappiano rispettare gli altri, senza recare danno aggredendo e offendendo, e soprattutto senza fare alcuna eccezione. Ovunque si levi una voce in nome del Signore, ci aspettiamo che si vedano quei frutti che fanno riconoscere l’albero, che si senta quel profumo di Cristo che allieta e pervade quelli intorno. In quanto credente, mi sento responsabilmente impegnato. Non posso guardare agli altri e pretendere che facciano cose se prima non le pratico personalmente. Cominciamo ad alleggerire i nostri occhi da ogni forma di “trave”, senza reputarle “pagliuzze”. Sono le piccole cose che, se ignorate o sottovalutate, possono recare col tempo gravi danni. Così come dalle piccole cose si costruiscono grandi imprese.

 

 

Foto di Streuli Silvan, www.freeimages.com

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