Non lasciarti dominare

05.12.2018

Nessuno esce di casa senza lo smartphone. Guardiamo video, controlliamo la posta, inviamo messaggi e scrolliamo lo schermo per visualizzare i vari social; usiamo computer, tablet e ogni forma di device: la tecnologia è alla portata di tutti, ed è ormai parte di noi. Il fatto che questi strumenti possano essere trasportati ovunque e che si possa accedere a internet da qualsiasi luogo, sta contribuendo però a un loro uso eccessivo da parte degli adulti e, sempre di più, anche dei più giovani. Diversi studi condotti da famose società europee nonché da numerose Università, come quella della Pennsylvania, hanno dimostrato che l’uso eccessivo dei media può provocare la depressione o amplificare i sintomi di una patologia psicologica già esistente. Ricerche fatte su gruppi di giovani distinti ha dimostrato come quelli a cui venivano ridotti i tempi di navigazione beneficiassero di un aumento del benessere individuale, una riduzione dell’ansia, della depressione e del senso di solitudine. Un uso eccessivo dei social, difatti, in alcuni casi gravi può condurre addirittura ad una vera e propria dipendenza o IAD (Internet Addiction Disorder). Si tratta di una forma di abuso-dipendenza derivante da un utilizzo eccessivo o scorretto di internet. Nei casi più casi gravi c’è chi ricorre all’aiuto di uno specialista. È una forma di ansia sociale che consiste nella paura di essere esclusi e nella sensazione di non vivere al massimo. Questo timore sembra essere legato al bisogno di sentirsi approvati dagli altri, a causa di bassi livelli di autostima. Chi ne è colpito controlla in maniera ossessiva i profili social degli altri per vedere cosa stanno facendo e vuole partecipare a ogni tipo di evento per sentirsi parte di un determinato gruppo di persone; allo stesso tempo però, è convinto che si sta perdendo qualcosa e che non si sta divertendo abbastanza. Uno studio della Royal Society for Public Health e dello Young Health Movement, svolto su quasi 1500 giovani britannici tra i 14 e i 24 anni, ha dimostrato che il peggiore social in assoluto è Instagram. Alcuni utenti provano addirittura episodi di panico quando non hanno la possibilità di controllare gli aggiornamenti di chi sta seguendo.

 

Il professor Luigi Janiri, docente di psichiatria e psicologia alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha dato una dettagliata spiegazione delle dinamiche coinvolte: egli spiega che essendo quella virtuale una socializzazione non reale si finisce per illudersi di stringere relazioni interpersonali, che però sono simboliche e non complete; questo darebbe origine alla depressione. Ciò che viene a mancare è il contatto interpersonale della relazione, la quale si basa sui principi dell’incontro, del dialogo, del contatto sensoriale. Un chiaro segno della depressione è che la frequentazione dei social diventa un’attività esclusiva che quindi comincia, come per le dipendenze, a rubare il tempo ad altre attività importanti (per il credente, la preghiera e la meditazione biblica), comprese le relazioni umane: la persona diventa sempre più chiusa, sempre meno disponibile a uscire, a vedere e incontrare gli altri, e si rinchiude in questa sorta di mondo quasi autistico. Questi sono i primi segnali ai quali, ben presto, ne possono seguire altri importanti, ossia l’abbassamento del tono dell’umore, le crisi di pianto, la caduta dell’autostima, i pensieri negativi, pessimistici o autolesionistici, la mancanza di motivazione nel fare le cose e di piacere, l’apatia, i disturbi del ritmo sonno-veglia e dell’alimentazione, crisi di ansia. Il professore spiega anche il perché tanti giovani scelgano piattaforme virtuali per stringere amicizie piuttosto che rivolgersi a relazioni concrete. Egli sostiene che sono varie componenti, da un forte stimolo emotivo che è capace di creare la realtà virtuale alla vulnerabilità di alcune persone che è insita nel loro carattere. Ci sono difatti oggi tanti adolescenti che, vuoi per motivi sociali vuoi per motivi psicopatologici, sono predisposti ad essere fragili. Tale condizione favorisce un uso smodato e non solo eccessivo dei social a discapito delle relazioni umani concrete. Inoltre, quando si tratta di adolescenti bisogna pensare che la rete permette di proteggere, difendere, nascondere e controllare proprie emozioni, che a quell’età sono così intense e contrastanti. Ben conoscono il problema gli operatori, che anche a livello ecclesiale, si stanno adoperando nei loro confronti.

 

La Scrittura, nella persona dell’apostolo Paolo, ci ricorda che “ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla” (1 Corinzi 6:12). Molto probabilmente la comprensione di questo concetto richiede tempo ed esperienza, lungo quello che può essere un cammino cristiano. Ecco perché i giovani, gli adolescenti ed oggi anche i bambini necessitano di una figura adulta che li possa indirizzare. Un genitore o un familiare adulto è chiamato ad intervenire con saggezza nella vita dei più giovani per indirizzarli ad un uso della tecnologia che ne sfrutti soprattutto le numerose potenzialità, a condizione che lui/lei sia capace di governarli. Parafrasando alcune espressioni paoline, nessuno pensi di essere ritto, anzi ciascuno si studi di presentare sé stesso sempre approvato. Un giovane cristiano, nella navigazione, incontrerà certamente contenuti e informazioni che cercheranno di mettere in dubbio la validità di alcuni valori fondamentali, che lo confonderanno; è per questo che una guida sarà utile a mantenere salda la sua identità e i suoi valori. Ancora più attenzione dovrà essere posta se si dovessero riscontrare le prime avvisaglie di un’alterazione delle abilità relazionali e sociali. In questo caso devono prontamente interrogarsi su cosa stia succedendo ai loro figli, favorendo il più possibile il dialogo. In tali situazioni non ci si deve esimere dal chiedere aiuto agli addetti e supporto al ministero di riferimento, che saprà indicare la necessaria cura pastorale. 

 

 

foto di flippnjj, www.freeimages.com

Please reload