Predicare come i farisei

16.01.2019

 

Sono convinto che molti farisei fossero insigni maestri e abili oratori delle Scritture, e tra essi vi dovevano essere comunicatori sia carismatici che qualificati. Ciò non li sottrae dalle accuse di legalismo indirizzategli da Gesù. Diversi testi biblici presentano il Suo arrivo su di una scena che vedeva i Farisei “uccidere” spiritualmente la gente intorno a loro. Infatti, Cristo ha dedicato molto del suo insegnamento per liberare le persone dalla trappola legalistica e dal lievito dei farisei; noti sono i Suoi discorsi in merito (Matteo 23:1 e ss).

 

Ad ogni predicatore è capitato di predicare come un fariseo, soprattutto all’inizio del proprio servizio ministeriale. Se anch’io riavvolgo il nastro della mia vita, riascolto i miei primi messaggi e riguardo gli atteggiamenti rabbrividisco al ricordo di come, anche se inconsapevolmente, ponevo dei pesi eccessivi sui miei ascoltatori mentre ero convinto di “predicare la Parola”. Probabilmente questo scaturisce da una forma di autodifesa psicologica, che ci induce a vestire abiti che non ci appartengono. Ecco che il pulpito diviene, per forza di cose, il luogo dove si evidenziano ogni tipo di negatività e si lanciano proclami di belligeranza. Questo però non edifica la fede di nessuno, anzi attira solo quei credenti che hanno piacere di sentirsi mortificati e picchiati spiritualmente, mentre non rende alcuno un vero discepolo. Anzi si potrebbe ottenere l’effetto opposto, quello di mettere altri su una cattiva strada.

 

Se ti stai chiedendo come predica un fariseo, ti elenco alcune caratteristiche suggerite da Brandon Cox (pastore della Grace Hills Church, fondatore di PD.church e di Digital Leadership Lab.) in un suo articolo pubblicato su ChurchLeaders.com, così che possiamo correggerci e migliorarci. Secondo Cox chi fa sermoni farisaici, in primis, predica le sue opinioni invece della verità assoluta della Scrittura. Finisce così per esaltare le proprie opinioni sulle questioni extra-bibliche, reclama approvazione, ma ben sappiamo che ciò non corrisponde ad un atteggiamento che connota obbedienza alla Scrittura. Diventa, invece, questa la via maestra per porre sulle spalle delle persone gli stessi fardelli che Gesù è venuto a rimuovere. Questo modo di agire finisce oltretutto per influire negativamente sulla fiducia degli ascoltatori. Il fariseismo purtroppo è un rischio permanente con le sue manifestazioni: incoerenza, legalismo oppressivo e  esibizionismo.

 

Il ruolo di ogni predicatore è presentare la verità biblica, permettendo allo Spirito di trasformare le vite degli ascoltatori mediante la rivelazione di Dio. Mai può far sì che le persone si comportino in un determinato modo. Difatti, il pentimento ha a che fare con il cambiare il sistema della mente e delle credenze in modo che i comportamenti seguano. Quando invece si va a proporre e promuovere un comportamento migliore si va a “mettere il carro davanti al cavallo”, ossia a non esaltare la grazia che ci consente di vivere diversamente. In questo modo le persone si sentono sufficientemente colpevoli per prendere impegni a breve termine. Il senso di colpa è un terribile motivatore. Ogni peccatore deve fare i conti con i propri peccati attraverso la convinzione dello Spirito, ma è esclusivamente compito Suo, non nostro, portare questa persuasione. Quanto a me, posso persuadere a dare più soldi, a iscriversi ad un corso o partecipare ad un evento; posso condividere il Vangelo suscitando il senso di colpa per non dare o fare abbastanza. Oppure posso infondere nelle persone il desiderio di dare, servire e condividere ispirandole con speranza. Dio, al contrario, ci dona l’eternità come motivazione all’azione piuttosto che senso di colpa per il nostro passato peccaminoso. Gli devo tutto, ma Lui non me lo ricorda. Mi sfida semplicemente ad andare avanti nella speranza e per il puro godimento della Sua grazia.

 

Una volta Gesù fece notare ai farisei di come avessero la tendenza a rendere la gente peggiori di com’erano prima. Cosa intendeva? La folla andava dai Farisei, in quanto leader religiosi, per trovare quell’adempimento ultimo che non sapevano poter trovare esclusivamente in Dio. Ciò che ricevevano da quegli uomini, invece, era una lunga lista di regole che era impossibile mantenere. Dopo ripetuti fallimenti, alla fine si sarebbero allontanati disgustati e sarebbe passato molto tempo prima che ascoltassero di nuovo un altro leader religioso. Suona familiare? Il mio cuore si spezza per le vittime di chiese spiritualmente violente che hanno poca comprensione o compassione per le ferite e i problemi delle persone che soffrono. Se vestiamo in un determinato modo solo per indossare l’uniforme del “predicatore” e apparire autorevoli, credo sia il caso di fermarsi e riflettere. Noi stessi avvertiamo disgusto quando ci troviamo di fronte un “predicatore confezionato” da cui tuttavia non percepiamo spiritualmente nulla, che indossa un abito sgargiante che nasconde il vuoto della vanità o gli interessi personali. In questo, però, non siamo chiamati a guardare gli altri, piuttosto dobbiamo esaminare noi stessi e vedere se si annida nel nostro animo il desiderio di impressionare chi ci sta di fronte, di fare colpo sull’uditorio piuttosto che connettersi con i perduti.

 

Oggi più che mai, in un mondo sempre più scettico e diffidente verso ogni forma di fede, abbiamo il dovere di proclamare un messaggio pregno della verità biblica, basato sulla grazia, pieno di Spirito, della croce e della risurrezione. E le persone hanno bisogno di vederlo incarnato nelle nostre vite tanto quanto hanno bisogno di sentirlo proclamato dal pulpito. Sì, perché come ci ricorda l’apostolo Paolo “È piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione” (1Corinzi 1:21b), questo non perché, come è stato già ribadito, il ministero possa diventare motivo di vanto, bensì perché si possa prendere coscienza dell’essere strumenti di cui Cristo si usa. Anche il profeta Isaia ci ricorda: “Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie, che annuncia la pace, che è araldo di notizie liete, che annuncia la salvezza…” (Isaia 52:7). Pertanto il mio non vuole essere né uno sfogo tantomeno un’accusa, ma un monito contro il rischio di vestire la parte del religioso superbo, poiché chiunque può parlare di Gesù, ma colui che Egli sceglie è un uomo attraverso il quale piace a Cristo di parlare.

 

 

Foto di Tijmen van Dobbenburgh, www.freeimages.com

 

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