Pesare le parole

10.07.2019

 

Imparare a pesare le parole. Quante volte ce lo siamo promesso, e quante altre lo abbiamo chiesto. A chiunque almeno una volta nella vita sarà capitato di dire qualcosa di dannoso nei confronti di qualcuno, e non è detto che sia stato consapevolmente. Siamo così pervasi dalla convinzione che la perfezione abita in noi, che non poniamo più la minima attenzione nel rivolgerci al nostro prossimo con parole “pericolose”. L’apostolo Giacomo, al capitolo 3 della sua epistola, paragona la lingua ad un piccolo timone capace di guidare anche una grande nave. Anche se piccola in rapporto al resto del corpo, è un membro che si vanta di grandi cose. Il vero problema non è l’organo in sé, ma il modo in cui lo utilizziamo. Essa è un dono eccelso che Dio ci ha fatto, affinché attraverso il suo utilizzo potessimo emettere suoni e sillabe, che poi sono il nostro linguaggio. Le parole sono l’espressione dei nostri pensieri, capaci a loro volta di suscitare altre riflessioni, associazioni di idee ed emozioni in chi le ascolta. Naturalmente ciò che suscitano è diverso da un destinatario e l’altro, in base alla percezione che ne ha ciascuno. Per questa ragione, con le stesse parole si può consolare o far soffrire, si può illudere o disilludere, si può incoraggiare o anche prendere a schiaffi. Comprendere di possedere una tale potenzialità dovrebbe responsabilizzarci, come credenti, anche se comporta un rischio di inorgoglirsi nei confronti dei più sensibili.

 

Scrive l’apostolo: «Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, la lingua contamina tutto il corpo, infiamma il corso della vita ed è infiammata dalla Geenna» (Giacomo 3:6). Egli parla di iniquità per intendere che in essa si può rinchiudere tutta la cattiveria immaginabile. Basti riflettere che Gesù è stato condannato a morte perché accusato ingiustamente di aver bestemmiato il nome di Dio. Egli è finito sulla croce perché una folla ha pronunciato un nome, Barabba. È stato crocifisso perché un uomo se ne “lavò le mani”. Su quella croce utilizzò un’espressione che ha aperto i cieli per noi “Tutto è compiuto”. La parola è capace di racchiudere in sé tutto “il mondo dell’iniquità”: truffe, derisioni, bugie, tradimenti, ferimenti, finanche dichiarazioni di guerre. Una tale perversità non può non essere ispirata dall’inferno perché ciò che pronunciamo ha il potere di diventare un dardo infuocato! Essa diventa così indice di ciò che è depositato in fondo al nostro cuore e, se tale è quanto vi è raccolto nel profondo, necessaria diventa un opera di ripulitura. Questo perché il vero scopo del nostro parlare dovrebbe essere per ristorare e consolare.

 

Nella Scrittura l’assenza di parole è indicato con il termine midbar, che corrisponde alla parola “deserto”. Anche noi ci potremmo porre, di tanto in tanto, nella condizione di silenzio e di solitudine dinanzi a Dio cosicché  riempiti di Spirito potremo tornare tra gli altri esclusivamente per benedire. Giacomo aggiunge che, mentre ogni animale è domabile, nessun uomo può controllare la lingua. Questa è una difficoltà che riguarda tutto il genere umano. L’unica scelta che abbiamo è quella di adoperarci affinché ne facciamo un uso positivo. Un suggerimento? Usiamola per leggere la Bibbia, per curare e parlare bene di coloro che ci circondano, per annunciare l’evangelo, per parlare a tutti coloro che sono nel bisogno e che si spengono senza conoscere il Signore. Raccogliamo anche l’invito di sant’Agostino: “Cerchiamo dunque, carissimi, di capire che, se la lingua non può domarla nessuno, dobbiamo ricorrere a Dio perché domi la nostra lingua. Se infatti tu vorrai domarla, non ci riuscirai, perché sei un uomo. La lingua non può domarla nessun uomo. ... Si cerchi dunque Dio perché sia domato l'uomo. … sottomettiamoci a lui e imploriamo la sua misericordia. In lui riponiamo la nostra speranza e finché non saremo domati, interamente domati, finché cioè non saremo perfezionati, sopportiamo la sua mano che ci doma” (Discorso 55).

 

Riteniamo anche le parole del Salmo 15:

Colui che cammina senza colpa,
agisce con giustizia e parla lealmente,  
non dice calunnia con la lingua,
non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulto al suo vicino. 

 

 

Foto di Bob Smith, www.freeimages.com

 

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