La compassione di Gesù

13.07.2019

 

Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.

Matteo 9:36

 

 

Alla parola “compassione” è stata erroneamente attribuita una valenza quasi negativa, al punto di considerarla una forma di pietà esercitata dall’alto verso il basso. La compassione è invece la genuina partecipazione alla sofferenza dell’altro, e provare tale sentimento fa bene, sia psicologicamente che fisicamente. Alcune ricerche scientifiche hanno dimostrato che la compassione può accelerare il decorso di una malattia, aumentare il benessere psicofisico e ridurre i livelli di stress e i sintomi depressivi. Non credo fossero queste le motivazioni di Gesù, anche se per noi sono un ulteriore incentivo. Innanzitutto vogliamo continuamente imparare da Gesù, “capo e compitore della nostra fede”. Solo lasciandoci ispirare da Lui e seguendo il suo esempio potremo ridurre le possibilità di errori e il rischio di fallimento. Di certo è stato umanamente instancabile, secondo il resoconto di Matteo, percorrendo “tutte le città e i villaggi” del suo territorio, “insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità” (9:35). Nonostante lo sforzo profuso, il Cristo ha dovuto fare spesso i conti con l’incredulità diffusa (Marco 6:6) che ne ha limitato l’azione. Davanti alle folle, Gesù si rende conto che il bisogno era maggiore di quello che da solo riusciva a fare. Eppure non si arrende, né tanto meno si scoraggia e frena la sua azione.

 

Qualcosa di speciale anima la sua missione: la compassione, il massimo della vitalità e dell’amore per la vita. “Aver compassione” è uno dei verbi che meglio caratterizza l’azione di Gesù tra la gente, e il suo utilizzo nel Nuovo Testamento è rivolto solo a lui. Compassione letteralmente significa “soffrire con”. Dio non è lontano dalla sofferenza di alcuno, ma abbraccia chi soffre. Gesù ha caricato su di sé la nostra sofferenza. Cristo nei vangeli appare come narrazione e personificazione della compassione di Dio, ben espressa nell’atteggiamento del buon samaritano che, passando accanto all’uomo ferito, “lo vide e ne ebbe compassione” (Luca 10:33). Parimente il pastore si fa carico della stanchezza delle sue pecore e non resta indifferente. Alla compassione purtroppo alcune volte si contrappone “la durezza del cuore” (Marco 3:5), atteggiamento del quale ci si può e ci si deve indignare, come fa Gesù. La durezza di cuore è colpevole e da condannare. La cosa, al tempo stesso, rattrista molto, perché quando il cuore umano, già fonte di ogni male, si indurisce, può emettere solo veleni e tramare omicidi. La durezza del cuore è pericolosa al punto di farci sembrare Gesù persino “inutile”. Solo gli occhi attenebrati dall’egoismo e dalla malvagità resteranno fissi su sé stessi, senza trovare modo di alzare lo sguardo per scoprire quanto grande è la mèsse e poi considerare l’esiguo numero di coloro che vi lavorano. Gesù chiese questo ai discepoli, di rendersi conto del bisogno altrui e di non esitare a farlo proprio, e comunque a non essere mai paghi. Ecco allora che la compassione non è solo un sentimento che si impone al cuore dell’uomo, ma diviene scelta, responsabilità di fronte al grido di chi soffre. Di fronte all’immane bisogno resta necessario pregare “il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse”.

 

 

Devotional 29/2018

Piano di lettura settimanale della Bibbia

15 luglio         Salmi 13-15; Atti 19:21-41

16 luglio         Salmi 16-17; Atti 20:1-16

17 luglio         Salmi 18-19; Atti 20:17-38

18 luglio         Salmi 20-22; Atti 21:1-17

19 luglio         Salmi 23-25; Atti 21:18-40

20 luglio         Salmi 26-28; Atti 22

21 luglio         Salmi 29-30; Atti 23:1-15

 

 

Foto di andyreis, www.freeimages.com

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