Dimostrami che sbaglio a pensare
- Elpidio Pezzella

- 17 set 2025
- Tempo di lettura: 9 min

In questi giorni ho letto e ascoltato tutto e il contrario di tutto in merito all’assassinio di Charlie Kirk. Co-fondatore, quando aveva solo 18 anni, di Turning Point USA, un’organizzazione nata per difendere i valori conservatori, era diventato famoso per i suoi dibattiti appassionati nei campus universitari americani, dove affrontava temi caldi e controversi con coraggio e apertura dialogica. Alla vigilia di un 11 settembre sempre più lontano nella memoria, proprio in uno di questi incontri nella Utah Valley University, mercoledì 10 settembre, il ventiduenne Tyler Robinson ha freddato dalla distanza con un colpo alla gola Kirk, mentre era seduto sotto lo striscione “Prove Me Wrong” (“Dimostrami che sbaglio”, nella foto Idaho Press). La scena integrale mi è giunta nell’immediato attraverso i Social, rendendomi spettatore inconsapevole di un omicidio. Nelle ore successive la notizia generava reazioni planetarie, fin dentro il Parlamento Europeo. In molti hanno espresso la propria, in modo particolare rappresentanti politici, alcuni dei quali avrebbero fatto meglio a tacere.
Sto imparando a non essere frettoloso nell’esprimere giudizi, evitando di farmi trasportare dall’onda emotiva o, peggio ancora, cavalcando quella mediatica. Di certo fermarsi e riflettere davanti ad eventi tragici è compito delle persone mature, tanto più se queste ricoprono ruoli pubblici o incarichi ecclesiali. Se non hai tempo per riflettere, puoi terminare qui la lettura o rimandarla ad altra occasione. Se invece intendi proseguire per attribuirmi un qualche aggettivo di catalogazione, ti supplico di fermarti e dedicarti ad altro. Pongo in premessa ad alcune considerazioni il dato indiscutibile che Kirk era emblema e sostenitore del movimento MAGA (Make Again Great America) e quindi della politica e delle idee di Donald Trump, al punto di essere risultato decisivo con il suo apporto alle ultime elezioni.
Kirk era un politico impegnato, immerso in un’agenda che spesso nulla aveva a che fare con l’annuncio del Vangelo, che comunque lo animava e accompagnava nei suoi incontri. Confesso che prima di mercoledì non lo conoscevo, né mi era mai capitato di imbattermi in uno dei suoi video. Un mio limite probabilmente, essendo un “boomer”. Temo che gran parte di chi oggi ne sventola l’immagine era nella mia stessa condizione, e che per fare valutazioni ha dovuto documentarsi. La prima cosa che ho notato è stato il proliferare di commenti relegabili in due schieramenti contrapposti, entrambi intenti a sventolare citazioni di Kirk a sostegno della propria posizione per proscrivere nella posizione delle “capre” del giudizio divino chi era sul fronte opposto: destra contro sinistra; conservatori contro progressisti.
Kirk si è rivelato post mortem un “cavallo” da cavalcare, per alcuni un esponente da avere nelle proprie fila piuttosto che contro, per altri un soggetto da cui prendere le distanze a motivo delle sue posizioni. Tutto il suo materiale presente in Rete è stato sviscerato, sezionato alla caccia di espressioni pro e contro. Quante iene… I suoi slogan hanno avuto eco globale e il rimbalzo nei Social ha decuplicato i follower e i sostenitori del Turning Post. La condivisione mediatica è partita prevalentemente dalla base, proprio da quei giovani che lui rincorreva, mentre la maggior parte dei leader carismatici italiani sceglieva il silenzio. Troppo alto il rischio di essere sottoposti al paragone. Eppure dal mondo cattolico si sono levati scudi a suo favore e finanche l’ipotesi che stesse valutando un passaggio al cattolicesimo (?).
Spero di offrire una briciola che alimenti la riflessione del singolo, che coinvolga le comunità di appartenenza e di riflesso una parte della cristianità. Sogno (mi sia concesso) di sollecitare alcuni responsabili, ministri e conduttori, a tirare fuori la testa dalla sabbia e a salire sulla torre di guardia in maniera sensata e senza condizionamenti. Se tra i credenti nostrani Charlie è stato sbandierato come fratello, amico, ispiratore, ci sarà motivo. Penso che il giovane texano abbia incarnato per tanti quell’esempio concreto nello spazio lasciato vuoto tra i pulpiti e le poltrone, quel riferimento in carne e ossa che infonde fiducia, manifestando coerenza con le parole: non aveva paura di schierarsi a favore della verità creduta e predicata, stimolava i giovani a ragionare, seminava coraggiosamente speranza e cambiamento contro il conformismo. Ed è per questo che probabilmente la sua morte ha trovato più eco di altre, anche se nessuna vita vale più di un’altra ad ogni latitudine o qualunque sia il credo religioso professato. Ogni vita ha diritto di essere difesa, anche quella nella quale non riusciamo ad identificarci.
Al di là delle sue posizioni politiche, la sua fede ha attratto il mondo cristiano/giudaico, che ha visto in lui un esempio vivo, uno che incarna l’ardore per la verità biblica, con una capacità di contraddittorio senza estremismi. Stiamo vivendo un’epoca che reclama una fede fatta di azioni concrete oltre che di proclami, militante più che accomodante e remissiva fino alla rassegnazione. A chi tende a minimizzare sostenendo che l’America non è l’Europa, ricordo che se molti Governi guardano e dipendono da Capitol Hill, nelle nostre città molte chiese seguono trend e insegnamenti d’oltreoceano. Sia chiaro che non è tutto oro colato.

Mentre le radici cristiane dalle nostre parti sono continuamente zittite o rinnegate, sulle loro banconote resta stampato “in God we trust”, anche se quel “God” non è sempre identificabile e le contraddizioni sono all’ordine del giorno. Basta pensare alla diffusione delle armi da fuoco tutelata dal Secondo Emendamento e all’accettazione consapevole di dover piangere amaramente morti innocenti a ripetizione nelle scuole. Un paradosso di cui anche Charlie è stato sostenitore fino a divenirne vittima.
Tra le insidie del pensiero moderno e le teorie alimentate dalla libertà individuale, non è sempre semplice diffondere il pieno Vangelo senza toccare qualche sensibilità diversa. Nello stesso tempo, è altrettanto complesso predicare il Verbo senza influenze del proprio vissuto, senza i condizionamenti della politica territoriale, in modo scevro da ogni forma di esasperazione mirante solo al raggiungimento di interessi personali. Ammesso che non sempre è chiaramente identificabile la Chiesa secondo parametri generali, una delle sue debolezze odierne è l’incapacità di distinguersi dal contesto socioculturale, troppo presa ad assomigliare ad altro pur di non infastidire nessuno. Guai a perdere sostenitori e finanziatori che garantiscono la copertura economica. Aggiungiamo poi intrecci familiari che impediscono prese di posizioni su temi di interesse generale, limitando l’azione. Allora scegliere il silenzio diventa obbligatorio, ma alla lunga si rivelerà una complicità e richiederà un costo da pagare. Non c’è convenienza che duri. Non si possono glissare volutamente temi e fatti scomodi come la questione israelopalestinese, la tutela dell’ambiente, dei lavoratori o dei minori, per citarne alcuni. Con tutto questo (troppo!) silenzio ci sporchiamo le mani, e non solo.
Interroghiamoci sulla forza trasformatrice del Vangelo. Crediamo, secondo Scrittura, che è potenza di Dio per la salvezza di chi crede? O invece lo stiamo rendendo inconsapevolmente uno strumento di odio, catapultandoci così nelle nefaste gesta del passato? O, peggio ancora, lo usiamo abilmente per controllare una massa a nostra vantaggio? Se il Vangelo scuote le coscienze ed è spesso scomodo da ascoltare, non produrrà mai odio, ma libererà da ogni forma di oppressione, rivalità e contesa, essendo alimentato dall’Amore, che si dona, che sopporta e che non chiede nulla. Qui il ragionamento potrebbe incontrare degli intoppi, se si confonde l’essere radicali con delle forme di fondamentalismo cieco. La “spada” portata da Gesù divide non perché uccide, ma perché distingue il vero dal falso, il limpido dal torbido, il bene dal male. Chiama a delle scelte audaci e dinanzi alla possibilità di offendere impone di riporre il pugnale, come ordinato a Pietro nel Getsemani. Siamo chiamati tutti ad essere “operatori di pace” se vogliamo essere chiamati e riconosciuti quali figli di Dio. Preghiamo e adoperiamoci affinché presto ogni oggetto atto ad offendere sia trasformato in uno strumento di lavoro. L’unico combattimento, nel frattempo, da sostenere e affrontare è quello spirituale, non contro carne e sangue dei nostri simili.

Charlie Kirk era un credente appassionato, membro e collaboratore della Dream City Church a Phoenix (Arizona), una megachiesa condotta dal pastore senior Luke Barrett. Si tratta di una realtà su cui circolano opinioni contrastanti, tra cui quella di una chiara affiliazione politica. Infatti, vi è stato ospite Trump durante l’ultima campagna per le presidenziali. Diversi credenti non hanno approvato la scelta abbandonandola. Qualcuno scrive su Reddit che questa comunità permette a coloro che la frequentano “di fingere di fare la volontà di Dio e usare la Bibbia come un’arma contro quelli che non gli vanno a genio…”. Charlie era il riflesso di un’opera dove l’impegno civico e il risveglio spirituale non sono scindibili. Il che dovrebbe trovare l’approvazione di tutti e meriterebbe una riflessione a parte. Suppongo. Anche il teologo tedesco Jürgen Moltmann ricordava che “la pace non è semplicemente l’assenza di guerra, ma la presenza della giustizia e della vita condivisa”, interpellandoci a scelte che non travalichino i confini della libertà, del rispetto, per dirlo in modo evangelico, dell’amore verso il prossimo.
Purtroppo la prevaricazione è congenita in alcuni popoli e contesti. Non dimentichiamo cosa hanno patito gli indiani d’America. In ogni contesto si sviluppano pericolosi germi di pensiero, capaci di divorare le sicurezze al pari del verme che mangiò in breve tempo la pianta che offriva frescura al profeta Giona. Se alcune posizioni politiche hanno reso discutibile la fede testimoniata, altri hanno posto sotto esame la questione della libertà di opinione avendo Charlie scelto la via del “debate”, il dibattito pubblico. Viva sempre la possibilità di dialogare senza ricorrere alla violenza, anche se poi negli studi televisivi (e non solo) si alza continuamente la voce per zittire l’interlocutore di turno che ha posizioni diverse. Le nostre parole assumono un peso diverso a secondo del contesto e del destinatario, non ignoriamolo mai ed educhiamo le nuove generazione a pensare prima di parlare o scrivere. E soprattutto ad avere l’umiltà del confronto, dato che dalla moltitudine dei consiglieri (interlocutori) viene la sapienza.
La vera forza da riscoprire è nella capacità di dialogare e quindi di porsi all’ascolto senza sparare sentenze pregiudizievolmente. Charlie non nascondeva le proprie posizioni, mostrando una chiara identità che, seppur con i suoi eccessi ideologici, non consentiva fraintesi. Proprio quello che mi sembra manchi ad una Chiesa secolarizzata e distratta, consapevolmente responsabile della fuga dalla fede di tanti e incapace di invertire la rotta. Sarà per questa costante perdita di anime che la cristianità ha azzannato il cadavere di Charlie, quando ha percepito la portata dell’uomo, un potenziale martire in grado di far crescere e moltiplicare i credenti proprio come fu per Stefano e accadeva periodicamente nel trentennio post resurrezione e raccontato nel libro degli Atti degli apostoli. Spero non facciano altrettanto i suoi amici, a partire dal vicepresidente Vance che si è offerto, pur da cattolico, di continuare il suo programma radiofonico. Potrei fare deduzioni maliziose, ma mi trattengo.
Potremmo dibattere infine se Charlie fosse un apologeta cristiano o un partigiano trumpiano, se considerarlo un martire o un paladino di un cristianesimo deformato. Forse è stato entrambi, ma a noi resta però il fatto, come scritto da Leonardo De Chirico, che “Dio non è né conservatore, né progressista”. La chiesa dal canto sua non è né di destra, né di sinistra e neanche di centro. La chiesa è di Gesù Cristo e dovrebbe essere “biblica”, e, come simpaticamente ricordato dal poeta Paolo Gambi, ogni cristiano dovrebbe essere "evangelico, cattolico e ortodosso" nel senso originario dei termini. Al pari di altri, faccio fatica a considerare Charlie un martire della fede, nel significato pieno dell’espressione, essendo sì un promotore della democrazia e un raccoglitore di voti. Per me resta netta la separazione tra Chiesa e Stato. Separare i fatti ecclesiastici da quelli politici è garanzia per la stessa Chiesa, vocata ad essere luce nelle tenebre del mondo, sale della terra e mai “mondo”. Torniamo in mezzo al mondo per condurlo a Cristo, senza compromettere l’identità di pellegrini e ambasciatori del Regno dei cieli.
Dobbiamo lavorare affinché si abbassino i toni nelle famiglie, nelle scuole, nelle piazze, perché stiamo assistendo a un crescendo di violenza senza pari, dove i Caino stanno facendo strage di Abele, senza alcuna motivazione plausibile, semmai ve ne fosse una. Fomentare violenza non porta lontano, anzi frena la democrazia. Irrigidire le posizioni non aiuta a costruire ponti di relazioni. Ben lo sa il lettore biblico che chi semina vento raccoglie tempesta. Troppe mani si armano ogni giorno, e anche quello che accade sui fronti di guerra non è più tollerabile. Pacificamente ma con determinazione occorre gridare: “Basta”, far sentire il proprio disappunto, qualunque siano le parti coinvolte. Anche se non toccheremo Caino – il giudizio appartiene solo a Dio – lo condanneremo, segnalandolo e segnandolo. A qualcuno resta poi l’onere di perdonare Tyler e chiunque alzi la mano per togliere la vita. Nel frattempo ci stringiamo alla famiglia di Charlie, a sua moglie Erika e ai suoi bambini, a chiunque abbia avuto la gioia di incontrarlo sul proprio cammino, nella speranza che le sue idee non vengano strumentalizzate per fini errati.
A Charlie devo riconoscere di avermi amorevolmente costretto a riflettere, prendere del tempo e riconsiderare alcune posizioni maturate nel mio percorso di credente. Alcune sue parole hanno alimentato il coraggio sopito che viene dallo Spirito. Se sei giunto fin qui, spero e prego valga lo stesso anche per te. Ti sfido a dimostrarmi che sbaglio a pensare. Dio ci aiuti!




Grazie, pastore caro, per la tua riflessione. Sei una vera benedizione. Grazie per non aver esasperato il clima d'odio e non esserti affrettato al giudizio. Ogni giorno che passa, scopro molte cose che non mi piacciono e che non condivido di quest'uomo (a partire dalla "benedizione divina delle armi") e del suo modo di "dibattere", che tutto mi sembra fuorché dialogico. Prego che chi ne agita grottescamente il cadavere per farne una bandiera presto si stanchi del nuovo giocattolo e ceda il passo allo Tsunami vittime che a colpi di bazooka ogni giorno, da anni, anche nel nome di Dio, si continua a mietere.